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mercoledì 27 novembre 2013

Cuneo fiscale o produttività?

Scrive Francesco Forte, di certo il più lucido commentatore economico di cose italiane in questi anni, a proposito del recente commento del Wall Street Journal sulle politiche del governo Letta:
I mali che il Wsj individua e le terapie che suggerisce, e che io condivido, sono assai differenti da quelle correnti che circolano nella Confindustria e fra i “riformisti” del Pd, che in parte le riecheggiano. Non c’è in questo articolo neanche un cenno al falso rimedio che essi sostengono: la riduzione del cuneo fiscale sul costo del lavoro. Per me bugiardo surrogato della crescita della produttività che si può attuare solo fuoriuscendo dallo stato neo corporativo.
(...)
Mi pare condivisibile la diagnosi del quotidiano conservatore in cui c’è come punto centrale la non crescita che dipende dal mancato aumento della produttività, come detto. Questa è a sua volta collegata alla triade della mancata riforma del mercato del lavoro, della giustizia e della Pubblica amministrazione, dove albergano i tre grandi blocchi neo corporativi: di sindacati e Confindustria, della magistratura e delle burocrazie ai tre livelli di governo (centrale, regionale e locale) con le aziende ad essi connesse. Un’enfasi diversa da quella sulla regola del 3 per cento del bilancio da cui sono ossessionati il governo Letta e Bruxelles. Ma è appunto dalla produttività che dipende la riduzione del deficit e soprattutto del debito.
Riepilogando,
  • questi sono i tre principali problemi che frenano l'economia italiana:
  1. il mercato del lavoro
  2. la giustizia
  3. la pubblica amministrazione
  • e questi sono i tre blocchi che ne impediscono la riforma:
  1. i sindacati (e la Confindustria)
  2. la magistratura
  3. i dipendenti pubblici (e le aziende private che vivono di commesse pubbliche)
Si noti che i tre problemi sono quelli che Berlusconi indicò come tali, ma che non è riuscito a risolvere, mentre i tre blocchi sono proprio quelli che lo hanno avversato.

La morale della favola è chi governa e chi governerà potrà avere successo se sconfiggerà quei tre blocchi (o li convincerà a collaborare) al fine di riformare quei tre grandi problemi.

Ci sono le condizioni? Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle. Forte si limita a fare questa considerazione:
mi pare sbagliata la tesi del Wsj secondo cui si potrebbe evitare il camposanto, mediante Matteo Renzi. Lui non ha mai affrontato la “triade di riforme” di cui il quotidiano americano è paladino. Ma il Wsj ha ragione nel dire che queste riforme trovano un grave ostacolo nel Pd
Comunque vada prima o poi il PD, guidato o meno da Renzi, si troverà davanti il dilemma se affrontare il problema della produttività  riformando davvero il paese (e quindi mettendosi contro i suoi elettori) oppure uscendo dall'Euro (e quindi rimangiandosi le sue ben radicate convinzioni).

giovedì 2 maggio 2013

Un governo al servizio dell'Italia e dell'Europa

Il titolo è quello del recente discorso di Enrico Letta sulla fiducia al governo. I media pare non ci abbiano fatto caso, ma è scandaloso. Che un governo sia al servizio dell'Italia, e dunque dei suoi cittadini, è cosa normale e giusta; ma quando mai un governo si dichiara al servizio di un insieme di stati o di un'organizzazione, internazionale o sovranazionale che sia?


Questo governo è stato eletto (in senso lato) dal popolo italiano, e non da un fantomatico popolo europeo. E né tantomeno dalla Commissione Europea o dal popolo francese o da quello tedesco, per citare la tre capitali che Letta ha immediatamente visitato.

E che abbia scelto proprio quelle tre capitali è indicativo del fatto che l'Europa è un'associazione dove qualcuno comanda più degli altri. Passi per Bruxelles, che potrebbe essere considerata la capitale di una futura ipotetica unione europea federale; ma andare a Parigi e Berlino a chiedere il permesso di cambiare politica rispetto al governo Monti è un chiaro segno di sudditanza. È un segno che in Europa non siamo tutti uguali.

Teoricamente avrebbe potuto visitare invece Londra, Madrid, Varsavia, Stoccolma o Praga: anche quelle sono capitali di stati appartenenti all'Unione Europea. E formalmente il voto di ogni stato, dal piccolo Lussemburgo alla grande Germania, conta uno. Invece oggi sappiamo ufficialmente che non è così. E anzi Letta lo teorizza pure.

E ciò nonostante che la nostra costituzione, all'art. 11, stabilisca formalmente che

L’Italia (...) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni

Ecco, non mi risulta che un governo francese o tedesco (per non dire britannico) abbia mai iniziato il suo mandato dichiarando di essere al servizio dell'Europa. Se lo facesse verrebbe immediatamente stigmatizzato. Da noi invece la cosa passa sotto silenzio.

Il governo Letta è probabilmente il governo più europeista che abbiamo mai avuto. Ha Emma Bonino, che da Radicale ha sempre promosso l'idea degli Stati Uniti d'Europa, agli Affari Esteri, ha Enzo Moavero (già docente di diritto CEE, giudice della Corte di Giustizia e funzionario della Commissione UE) alle Politiche Comunitarie. Lo stesso Enrico Letta si è formato e specializzato in diritto comunitario. La sua bibliografia (che mi pregio di non aver letto), con titoli quali quali Euro sì. Morire per Maastricht o La comunità competitiva. L'Italia, le libertà economiche e il modello sociale europeo o ancora Dialogo intorno all'Europa, dai titoli pare un'agiografia dell'Unione Europea e della moneta unica.

Letta ha detto che il rimedio alla crisi (dell'Italia e dell'Europa) è

una maggiore integrazione verso un'Europa Federale. Altrimenti il costo della non-Europa, il peso della mancata integrazione, il rischio di un'unione monetaria senza unione politica e unione bancaria diventeranno insostenibili: come la crisi di questi cinque anni ci ha mostrato.

Chissà se nei suoi scritti precedenti, compreso il mitico Euro sì. Morire per Maastricht questa crisi l'aveva mai paventata... Istruttiva questa recensione.

Il libro di Letta uscì assieme a un libro opposto di Lucio Caracciolo (Euro no. Non morire per Maastricht). Letta sosteneva

l'unione monetaria come il primo approdo di un coerente percorso verso l'unità, durato un quarantennio. L'originalità del percorso - prima l'economia, poi la politica - non comporta rischi secondo l'autore. Riflette piuttosto un'acquisita "simbiosi" di politica ed economia, di cui i parametri di Maastricht sono un'espressione sostanzialmente corretta e che ha già dato buona prova di sé nel risanamento economico degli ultimi anni. Il processo non va interrotto, ma semmai completato, anche attraverso un maggiore e più consapevole contributo italiano.

Caracciolo invece:

Il passato e il presente di Maastricht, lungi dal consolidare l'auspicabile unità europea, fomentano a suo giudizio un processo disgregatore, che ha il suo centro nell'Europa a due velocità", investe il rapporto con i paesi dell'est europeo e rischia di compromettere la solidarietà transatlantica. Il quadro a tinte fosche delineato da Caracciolo è completato da un più generale scetticismo sulla possibilità che l'euro possa essere il viatico di un'unione politica duratura.

A voi di giudicare chi dei due è stato più lungimirante.

Digressioni a parte, torniamo al discorso sulla fiducia di Letta. Che ha detto:

le sorti dell'Italia sono intimamente correlate a quelle dell'Unione europea. Due destini che si uniscono.

Bella frase. Ma che in sé non vuol dire un bel nulla. Poi aggiunge:

Pensare l'Italia senza l'Europa è la vera limitazione della nostra sovranità, perché porta alla svalutazione più pericolosa, quella di noi stessi.

Si noti la parola "svalutazione", messa lì, suppongo non casualmente.

Vivere in questo secolo vuol dire non separare le domande italiane e le risposte europee, nella lotta alla disoccupazione e alla disuguaglianza, nella difesa e nella promozione di tutti i diritti. E soprattutto, l'abbattimento dei muri tra il Nord e il Sud del continente, così come tra il Nord e il Sud dell'Italia.

Altra bella frase. Che però nel concreto fa acqua. In che modo l'Europa darebbe o ha mai dato una risposta alla lotta alla disoccupazione? Spiace dirlo, ma l'unico contributo europeo è stato la libertà di emigrare senza bisogno di permessi. Il che è un'ottima cosa, ma io non credo che l'obiettivo dell'Italia consista nel diventare la Calabria dell'Europa.
Abbiamo il diritto a sogno che si chiama Unione Politica e abbiamo il dovere di renderlo più chiaro. Possiamo avere "più Europa" soltanto con "più democrazia": con partiti europei, con l'elezione diretta del Presidente della Commissione, con un bilancio coraggioso e concreto come devono essere i sogni che vogliono diventare realtà.

Il problema è che se passiamo dai sogni alla realtà le cose si fanno più complicate:
  1. Partiti europei - nulla impedisce già oggi di farli. I partiti politici sono libere associazioni di privati cittadini. Il regolamento del parlamento europeo poi incentiva l'europeizzazione dei partiti subordinando la compsizione dei gruppi alla loro multinazionalità. La realtà è invece che i partiti europei sono solo dei comitati di propaganda ad uso e consumo di ciascun partito nazionale e che le elezioni europee sono 27 elezioni nazionali, slegate fra di loro, che si svolgono in contemporanea.
  2. Elezione diretta del Presidente della Commissione - in effetti vorrei proprio vedere Barroso o chiunque dei suoi predecessori o futuri successori fare una campagna elettorale in una ventina di lingue. Oppure secondo Letta chi non sa l'Inglese, il Francese o il Tedesco si attacca?
  3. Un bilancio Europeo "coraggioso" - purtroppo quello che per Letta (e magari per gli Italiani, gli Spagnoli, i Greci, etc.) è un sogno, per i Tedeschi sarebbe un incubo. Secondo uno studio l'attuale situazione dà alla Germania un vantaggio di circa il 3% del suo PIL. Ma l'economista Jacques Sapir stima che per riequilibrare la situazione la Germania dovrebbe ogni anno versare una somma fra l'8 e il 10% del suo PIL ai paesi meno competitivi. Il che per loro renderebbe preferibile piuttosto rinunciare a quel 3% e tornare al Marco.
    I fatti poi ci mostrano che per stabilire un bilancio europeo di circa 139 miliardi di Euro all'anno (poco più dell'1% del reddito nazionale lordo dell'area UE) vi è stata una negoziazione di mesi e mesi. Qualora fosse più coraggioso ognuno può immaginare le maggiori difficoltà di governare l'Europa di comune accordo...
Più in generale si sa che per sposarsi occorre essere in due a volerlo. La mia impressione è che l'eventuale proposta che il governo Letta farà (ma la farà?) in sede europea scalderà di più i cuori dei paesi debitori che quelli dei paesi creditori. Dopo di che quando dai discorsi si passerà alla realtà sarà interessante ascoltare quello che i federalisti Letta, Bonino e Moavero ci diranno.

Così come i risultati dei magistrati in politica (vedasi i casi Di Pietro, De Magistris e Ingroia) hanno screditato l'idea dell'uomo di legge che va a fare il giustiziere della casta, così come i pessimi risultati dei governi tecnici hanno screditato, spero a lungo, l'idea che sia opportuno affidare loro il governo del paese, temo che il fallimento del nostro primo governo federalista screditerà il miraggio del "più Europa" con cui i nostri politici (nonché i loro elettori, va detto) raccontano favole alla gente evitando di assumersi le loro responsabilità.

venerdì 5 aprile 2013

Andiamo a Deauville

Qualcuno ricorderà il famoso articolo di Tito Boeri, quello della "Papi's Tax", quello in poche parole in cui sosteneva che la colpa del rialzo dello spread erano, fra le altre cose, gli scandali sessuali di Silvio Berlusconi.


In quell'articolo Boeri scriveva che esistevano studi

tra l’economia e la psicologia, basati su tecniche di priming, che documentano come gli individui messi a conoscenza di particolari poco edificanti sulla vita privata dei leader politici rinuncino a comprare i titoli di stato di quei paesi.

E ciò, secondo Boeri,

spiegherebbe il nuovo allargamento dello spread dopo la pubblicazioni delle nuove intercettazioni sulla vita privata del nostro premier.

Scrissi già allora come Boeri non avesse mai specificato quali fossero questi studi e né se essi fossero attendibili.

Paolo Manasse (professore di economia all'università di Bologna) e altri hanno recentemente scritto un articolo il cui fine ultimo è di dimostrare che la colpa dello spread era proprio di Berlusconi, e che senza la caduta di Berlusconi non sarebbe stato possibile per Draghi attuare politiche monetarie tese a far calare lo spread.

Ma facciamo un passo indietro per capire meglio. Abbiamo nel 2011 il rialzo dello spread col governo Berlusconi. Arriva Monti, e alla fine lo spread si abbassa. Ma non subito, come a lungo ha fatto notare Renato Brunetta sul suo blog. Dunque c'è chi sostiene che la discesa dello spread sia stata di Monti e chi invece dice che esso sarebbe sceso comunque, dato che ciò è stato causa della politica monetaria e delle dichiarazioni di Draghi.

Il 13 Febbraio 2013, Paolo Manasse scrisse sul suo blog un post in cui criticava Loretta Napoleoni, e per estensione anche Claudio Borghi (un economista di destra), Alberto Bagnai (un economista di sinistra), entrambi accomunati dalla contrarietà all'Euro, in quanto poco competenti in materia (mentre a suo dire Michele Boldrin che dibatteva in tv con la Napoleoni ha maggiori titoli). Purtroppo sul blog sono scomparsi i commenti. Purtroppo perché quel post sollevò un vespaio. Borghi rispose a Manasse (anche su Twitter), e la polemica scivolò anche sulla storia dello spread.

Borghi infatti ricordò a Manasse di quando entrambi parteciparono a un dibattito in TV, e Manasse sostenne che il calo dello spread fosse merito di Monti e della sua credibilità, mentre Borghi sostenne che la BCE avrebbe dovuto in ogni caso far calare lo spread, anche con Berlusconi ancora al governo, pena l'esplosione dell'Euro. E che pertanto lo spread calò unicamente per merito di Draghi. Qui la domanda chiave del dibattito (che può poi essere ascoltato tutto).

Al che io chiesi via Twitter al Prof. Manasse:


Ed ecco che finalmente il 19 Marzo arriva l'articolo di Manasse:



Questa è in breve la sua tesi:

In questo articolo sosteniamo che la dinamica dei tassi di interesse e degli spread sui CDS in Italia da metà  2011 ha le caratteristiche di una bolla speculativa originata da crisi di sfiducia, e che Monti ha effettivamente “bucato la bolla”, restituendo  fiducia agli investitori internazionali.

Cito quest'articolo, perché ho avuto modo di commentarlo e di criticarlo (ma i commenti non sono più visibili sul suo blog, benché un vecchio link li apra). E perché nello scambio di commenti il Prof. Manasse mi ha rivelato una chicca: che gli studi a cui alludeva Boeri potrebbero essere proprio un suo articolo del 2009.


Vale la pena di leggerlo. Manasse costruisce una curva basata sulla quantità di occorrenze nel tempo delle ricerche su Google (!) di termini quali "Berlusconi", "Noemi", "Tarantini", "D'Addario", etc. messe su di un asse e l'andamento del tasso d'interesse sui BTP messo sull'altro asse.

Manasse avverte che

The results of this exercise should be considered with great caution

e che detto metodo è

an academic exercise
Cose che tradotte dal linguaggio aulico a un italiano terra-terra significano che sono esercizi senza alcuna validità scientifica (per essere gentili). Ma, gentilezze a parte, potrebbero essere tradotte usando termini più coloriti e diretti.

Ma torniamo all'articolo di Manasse, quello sulla "bolla dello spread causata da Berlusconi". Ci sono delle magagne.
  1. La crisi del governo Berlusconi non inizia nella primavera-estate del 2011 - La crisi inizia un anno prima
  2. Gli scandali personali di Berlusconi non iniziano nella primavera-estate del 2011 - Ed è lo stesso Manasse che ne scriveva nel 2009 parlando di Private Leisure and Public Costs of the “Sultan of Swing”!
  3. Manasse e Boeri paragonano le spread italo-tedesco a quello ispano-tedesco - Laddove lo spread dello spread darebbe la misura dell'effetto Berlusconi. Ma anche qui i due professori omettono un piccolo particolare: che pur se a fronte di due governi indeboliti e presumibilmente a fine corsa (Zapatero e Berlusconi) la Spagna nel 2011 aveva agli occhi di tutti (e dunque anche degli investitori) un evidente vantaggio: la certezza che a Zapatero sarebbe succeduto un governo Rajoy con maggioranza stabile e ancora più incline all'austerità dei socialisti. Mentre invece per quanto riguarda l'Italia si sapeva che Berlusconi era in crisi, ma si temeva che a lui sarebbe seguita una stagione d'instabilità oppure di egemonia di un centro-sinistra poco incline al rigore dei conti.
  4. Credibilità personale o credibilità politica? - Entrambi mischiano i concetti di "credibilità personale" (immagine appannata dagli scandali sessuali) e "credibilità politica" (fiducia nella solvibilità dello Stato in quanto chi lo governa ha la forza politica di fare in modo di evitare il default). Ora delle due l'una: o era un problema di swing o era un problema di debolezza politica.

Già. Ma Manasse, sollecitato sul punto dice:

Nell'articolo non si vuole dare una spiegazione del perchè si ha una crisi di fiducia nel nostro debito: su questo possiamo avanzare solo delle ipotesi.

Già, delle ipotesi. Che però a leggere gli articoli di Boeri e Manasse venivano presentate come delle certezze o quasi. Quindi smettiamo di raccontare balle: o sono ipotesi, e allora si dica che si sta elucubrando, o sono delle certezze scientifiche, presentate in quanto tali da dei rispettati accademici.

Tip per il Prof. Manasse - Invece di cercare su Google "Berlusconi", "Noemi" e "Tarantini", provi invece a cercare "Merkel + Sarkozy + Deauville + private-sector involvement". E magari scoprirà che nell'autunno del 2010, Merkel e Sarkozy fecero una dichiarazione congiunta in cui evocarono un cambio di politica nei bailout dei paesi in difficoltà. Per la quale in futuro intendevano lasciare che fossero gli investitori privati in titoli di stato dei paesi in difficoltà a restare col cerino in mano.

Non ci crede? Magari crederà al Prof. Anders Aslund, che è certamente caballero con titoli e contro titoli. Che ha recentemente scritto (il neretto è mio):
The earlier Deauville statement in October 2010 by French President Nicolas Sarkozy and German Chancellor Angela Merkel that opened the door to default but put the whole burden on private bondholders—the so-called PSI, or private sector involvement—can be seen now in retrospect as a mistake not to be repeated.
Capito? A Ottobre 2010 i due leader europei che contano evocarono esplicitamente per la prima volta un cambio di politica in base alla quale l'Europa avrebbe lasciato che i paesi in difficoltà facessero default. Ed è quello che piano piano i mercati cominciarono a temere nei confronti della Grecia. Il cui spread s'impennò. E poi nei confronti dei paesi più indebitati, fra i quali, subito dopo, veniva l'Italia.

Conclusioni - Ognuno giudicherà come crede, ma appunto ognuno di voi è potenzialmente un acquirente di titoli di stato italiano: cosa vi renderebbe più riluttanti a investire in BTP, gli scandali sessuali del presidente del consiglio in carica o la volontà dichiarata dell'Europa di smettere di garantirli?

Messa così la domanda è retorica. Ma è così che ragiona ogni investitore che si sforzi di essere razionale. Due rispettati cattedratici sono invece partiti per la tangente. E le loro idee, campate sul nulla, ma divenute la verità ufficiale, hanno influenzato il dibattito politico del Coglionistan. Che si merita la classe intellettuale che ha.

mercoledì 28 novembre 2012

Quando Grillo era a favore dell'Euro

Tutti sanno che Beppe Grillo ha proposto che l'Italia esca dall'Euro. Queste le sue parole:
Io sono per valutare una seria proposta con il minore danno possibile di rimanere in Europa ma di uscire dall'Euro
Successivamente ha precisato di non volere l'uscita dall'Euro, ma di volere che si tenga un referendum sulla permanenza dell'Italia nell'Unione Monetaria Europea:
Non ho mai detto che voglio uscire dall'euro. Ho detto che voglio un referendum senza quorum per far decidere i cittadini sull'euro
Il che equivale a nascondersi dietro a un dito: il referendum può avere due esiti, a favore o contro l'Euro. E se lo si chiede non è certo per ottenere il primo. Ma tant'è.

Chi legge questo blog sa che il suo titolare è critico verso la moneta unica. E pertanto non stigmatizza queste prese di posizione. Ma il popolo del Coglionistan deve sapere che ancora una volta viene preso per i fondelli: c'è crisi, e il capo-popolo se la prende oggi con l'Euro. Ho scritto oggi, perché ieri non era così. Infatti il 5 Giugno 2005 un altro capo-popolo in un altro momento di crisi economica chiedeva la doppia circolazione Lira-Euro, con la prima legata al Dollaro, nonché un referendum sulla questione.

Allora però Grillo rispondeva così sul suo blog (il grassetto è mio):
L’Europa ci chiede di fare riforme strutturali e la Lega Nord si dichiara orgogliosa dei debiti accumulati e chiede di uscire dall’Euro, usato come alibi per una politica fallimentare. L’uscita dall’Euro condurrebbe il Paese alla rovina definitiva.

Potrei continuare ricordando che all'epoca del dibattito sull'adesione all'Unione Monetaria europea la Lega la pensava in maniera diametralmente opposta ("euro per la Padania e la lira per il centrosud"). In fondo i capi popolo (e le loro folle) si assomigliano.

martedì 9 ottobre 2012

Ma allora a che serve?

Uno va sul sito del Sole24Ore e vede questo titolo:


Poi legge l'articolo e vede che:
Per l'Fmi, l'Italia resterà a lungo in una pesante recessione: dopo il -2,3% del Pil previsto per quest'anno, la nuova stima pronostica per il 2013 un ulteriore calo dello 0,7%, mentre tre mesi fa ipotizzavano una contrazione limitata allo 0,3 per cento; solo nell'ultimo trimestre del 2013 l'economia italiana potrà approssimarsi alla crescita zero, mentre la disoccupazione sarà salita all'11,1 per cento.
A questo punto sarebbe lecito domandarsi a cosa sia servito cambiare governo, se questi sono i risultati. Non si fa un governo per andare in recessione, e quando ciò accade lo si considera un fallimento del governo. Ah, mi si risponderà, "la credibilità, l'autorevolezza, lo spread, eravamo sull'orlo-del-baratro..." Ok, ok, basta che vi convinciate che senza Monti le cose sarebbero andate addirittura peggio che l'attuale governo vi sembra buono. Ma purtroppo ciò più che una convinzione è un assioma basato sul nulla. In pratica una superstizione.


A proposito di spread, lo stesso articolo dice che Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale,
rispondendo a una domanda sul perché i tassi sui bond italiani e spagnoli sono scesi, ha detto che è possibile che sia successo in anticipazione, da parte degli investitori, dell'accettazione" del programma OMT della banca centrale europea (che richiede la sottoposizione a drastiche misure delineate dall'esterno in cambio di un acquisto eventualmente illiminato di bond nazionali). "Se è così – ha concluso - non possiamo essere sicuri che questi tassi resteranno a livelli bassi".
Ditelo a Tito Boeri.

lunedì 1 ottobre 2012

Aspettando le elezioni tedesche del 2013

C'è chi dà la colpa alla Merkel, c'è poi chi dà la colpa agli elettori tedeschi e al fatto che fino alle prossime elezioni i politici si limiteranno ad accarezzare la pancia del loro elettorato. Wolfgang Munchau, oltre ad essere un ottimo analista di economia e finanza per il Financial Times, è tedesco. E dice:
I would counsel readers against falling into the trap of thinking that next year’s German elections will miraculously clear all the hurdles. All the various probable outcomes favour a continuation of the present policy.

lunedì 27 agosto 2012

Un modo per salvare l'Euro

Fateci caso: essendo appurato che la crisi della moneta unica deriva dalle imbalances all'interno dell'eurozona, imbalances determinate da perdite progressive di produttività in certi paesi a favore di altri, ma che non possono più determinare svalutazioni nei primi, ed essendoci un vecchio studio (ma suppongo ce ne saranno anche altri) della banca Nomura su quanto si svaluterebbero (o rivaluterebbero) le nuove monete nazionali in caso di smantellamento dell'Euro, se Maometto non va alla montagna, si potrebbe far venire la montagna verso Maometto.



Se la nuova Lira si svalutasse del 25% nei confronti del nuovo Marco, un meccanismo che mettesse un dazio di fatto di uguale misura sulle merci importate e un sussidio di uguale misura verso le merci italiane esportate rispettivamente da e verso la Germania avrebbe lo stesso effetto di una svalutazione. Ma permetterebbe di mantenere l'Euro. Potrebbe altresì essere un'imposta positiva o negativa rispettivamente sull'entrata e uscita dei capitali da un paese. E potrebbe avere un carattere transitorio e un'aliquota variabile nel tempo, fintanto che i paesi che hanno perso produttività la recuperino (o al contrario che ne perdano ancora di più...).

Lo so, è assurdo, è paradossale, probabilmente impraticabile, e per di più violerebbe uno dei principi base della comunità europea, la libertà di circolazione delle merci (o dei capitali). E oltre a ciò si presterebbe a tentativi di aggirarlo. Ma se l'euro è un dogma temo che verrà fatto di tutto pur di salvarlo. Magari anche spostare le montagne.

martedì 14 agosto 2012

Angela's version

Tobias Piller, corrispondente in Italia del Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha recentemente scritto questo breve articolo per Il Fatto Quotidiano:



Articolo che il titolare di questo blog condivide nella sua interezza, che consiglia di leggere, e che si permette di riportare nella sua integralità:

Aiutatevi da soli senza dare la colpa a noi
Quando è stato deciso di creare la moneta unica, si è optato da un lato per il principio di stabilità e dall'altro per quello della responsabilità. Non si può pretendere dalla Germania di cambiare le regole decise al tempo di Maastricht. È il momento di essere responsabili. La Germania non si comporta da ragioniere, ma si muove con delle ragioni. Se si chiede alla Bce di comprare titoli si vuole una moneta debole, un euro tipo lira. Questo potrebbe essere un punto di rottura per i tedeschi, perché si tratterebbe sia di una moneta non voluta sia della rottura dei vecchi patti. Mentre c'è una crisi di fiducia verso il debito degli Stati si punta a fare nuovi debiti. Ma non si possono cacciare i vecchi debiti facendone di nuovi, sarebbe solo un castello di carta.
 In realtà, per l'Italia l'augurio è che possa crescere. Le premesse ci sono, il turismo, l'industria, mentre la Grecia deve creare nuovi modelli e la Spagna rimediare al crollo dell'immobiliare. L'Italia non deve inventarsi nulla e se dovesse crescere del 2 per cento di spread non si parlerebbe più.

Ma crescita vuol dire aumentare la quota di mercato sul mercato mondiale, riprendersi produzioni che stanno andando via e vendere meglio i prodotti che ha. Semplificando, quando Volkswagen fa una nuova fabbrica nel mondo ci sono più posti di lavoro anche in Germania. In Italia è il contrario. Dovete riuscire a tenervi la Fiat perché se va via nessun altro produttore verrà in Italia. Bisogna aiutare le piccole imprese a fondersi e fare riforme strutturali: una seconda riforma del mercato del lavoro o vere liberalizzazioni. Riforme strutturali per riposizionare il prodotto-Italia.

Non credo che la Germania debba essere un modello, ma ognuno deve stare in piedi da solo e non gridare "aiuto". Non può essere la Germania a pagare il conto. Andate avanti e fate quello che avete promesso.

Oggi va tanto di moda dare addosso alla Germania e alla Merkel (come se fosse un'impuntatura personale...), perché ci impongono l'austerità. Nessuno ci impone niente, nessuno ci ha obbligato a entrare nell'Euro e nessuno ci obbliga a restarci. Solo che non si può pretendere che i Tedeschi firmino una fidejussione a garanzia del nostro debito.

giovedì 26 luglio 2012

La "balla" che l'Euro avrebbe fatto calare i tassi d'interesse

Chi difende la necessità dell'Euro spesso usa l'argomento del tasso d'interesse: che era alto al tempo della Lira e che l'adesione alla moneta unica ha permesso di abbassare a livelli tedeschi, o quasi. Ho messo nel titolo la parola balla fra virgolette perché la questione è più complessa: nell'affermazione c'è del vero, ma c'è anche del falso. Da un lato è vero che il passare da una valuta storicamente debole, soggetta a un continuo deprezzamento, inflazione e alti tassi d'interesse, ad una forte ha tolto all'Italia gli appena citati effetti derivanti dall'avere una valuta debole.

Tuttavia il tasso d'interesse in Italia stava già calando ben prima che si sapesse che ci sarebbe stato l'Unione Monetaria Europea e che l'Italia ne avrebbe fatto parte. Nella figura qui sotto si vede l'evoluzione del tasso d'interesse: è una linea in calo dal 1983-84.



Si obietterà che il calo non è continuo. Facciamo un passo indietro e riassumiamo in poche parole la storia monetaria recente dell'Italia. Che aveva negli anni settanta la Banca d'Italia che finanziava gli enormi deficit di bilancio dello stato comprandone i titoli e causando inflazione e svalutazione. Nel 1979 l'Italia aderisce al Sistema Monetario Europeo, che comporta che la Lira non oscilli (ovvero non si svaluti) più di tanto rispetto alle altre valute che ne facevano parte. Conseguenza: la Banca d'Italia (aiutata dalle altre banche centrali dell'area SME) non può più stampare moneta a piacimento per coprire i buchi di bilancio dei governi, dato che ciò provocherebbe inflazione, che a sua volta causerebbe la svalutazione della Lira. Deve invece attuare una politica più rigorosa. Detto cambio viene ufficializzato nel 1981 da Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro.

Poco dopo cominciano a vedersi gli effetti di questa nuova politica monetaria e il tasso d'interesse comincia a scendere. Riguardo allo SME va detto che all'inizio all'Italia fu concessa una banda di oscillazione del 6%. Poi progressivamente negli anni ottanta l'Italia adattò la propria politica monetaria per poter difendere una banda del solo 2.25%. La banda stretta fu ufficializzata all'inizio del 1990. Nel riquadro in arancione si vede infatti come il dover difendere una parità più stretta abbia causato un temporaneo rialzo dei tassi d'interesse. La banda stretta terminò nel 1992, allorché l'Italia ne concordò una amplissima del 15%.

Per cui, se togliamo la parentesi della banda stretta, vediamo come la discesa del tasso d'interesse è una linea continua dal 1983-84 fino al 1999, anno in cui inizia la parità pre-euro a 990 Lire per un Marco.

Eppure il trattato di Maastricht è del 1992, la fissazione del tasso di cambio finale della Lira è del novembre 1996, la conferma ufficiosa della partecipazione italiana all'Unione Monetaria è dei due anni seguenti: tutti fatti successivi all'inizio del calo dei tassi, che avviene all'incirca dieci anni prima per i motivi sopra esposti.

mercoledì 25 luglio 2012

"Il punto di non ritorno"?

“Nel ’93 ebbi un incontro con Kohl. Un vertice diretto, senza impedimenti protocollari, tra due uomini che avevano conosciuto la tragedia delle guerre. Mi chiese cosa pensassi dell’Europa e della moneta unica. Non risposi da ex banchiere centrale. Gli dissi semplicemente che l’euro avrebbe creato il punto di non ritorno, avrebbe avviato la stagione dell’Europa veramente unita, senza più conflitti, senza più lutti. Se non lo facciamo noi, aggiunsi, rischiamo un ritorno indietro, un contraccolpo della storia che sarebbe terribile, un nuovo alibi per il rinascere dei nazionalismi, di quegli spettri degli anni ’30 che né io né lei vogliamo riportare in vita. Dopo questo colloquio uscì di scena definitivamente l’idea di rinviare l’adesione ai parametri di Maastricht. Nessun rinvio; l’euro non poteva aspettare (Carlo Azeglio Ciampi, Non è il paese che sognavo, Il Saggiatore, 2010, p.112)
Poi viene da chiedersi alla luce delle attuali tensioni fra Germania e stati del "Club Med" se a fare l'Euro invece si sia proprio ricreato quei conflitti che invece nei quarant'anni precedenti non si erano verificati.


Sarà la storia a dire se questo punto di non ritorno segnerà la nascita di una federazione europea o invece l'inizio di un progressivo sfaldamento.

Sarà la storia a dire se personaggi come Ciampi sono stati degli statisti lungimiranti o dei pasticcioni dilettanti, pur in buona fede.

lunedì 9 luglio 2012

Che cos'è l'Euro

Il dibattito Euro SÌ - Euro NO è inquinato da da una coltre di fumo: ovvero che taluni che ne dibattono non hanno ben chiaro che cosa l'Euro sia.



Occorre dunque semplificare il concetto, andando al nocciolo della questione, pur tralasciando altri fatti importanti. Vado brutalmente al sodo:
L'Euro è un peg della Lira a quota 990 sul Marco.
È una mera parità monetaria, un peg (un "aggancio", il termine tecnico inglese per descrivere ciò). È un cambio fisso. Reso tale da un meccanismo che impedisce alle forze del mercato di svalutare o rivalutare la Lira (1).

Dunque da un lato c'è il nucleo dell'Euro (il peg), dall'altro il meccanismo di supporto, che nel caso specifico è un insieme di cose: la Banca Centrale Europea, l'Eurosistema, le banconote uniche, il trattato che istituisce tutto ciò e la volontà dell'Italia di mantenere non solo il peg, ma anche l'insieme dei trattati europei di cui il peg è parte integrante.

Metaforicamente parlando, se un semplice peg è come una porta chiusa a chiave, l'Euro è una porta chiusa a doppia, tripla o quadrupla mandata. E in più rivestita di un pannello in cartongesso che la copre. Ma pur sempre di porta chiusa a chiave si tratta.

È importante tenere presente questa definizione per quando tornerò sull'argomento. 

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(1) Ovviamente queste definizioni vanno moltiplicate per 17, che è attualmente il numero dei paesi che fanno parte dell'Euro.

giovedì 28 giugno 2012

No, la coerenza non è di questo mondo - 2

Continua lo scambio di parole forti fra Mario Seminerio e Antonio Martino. La risposta di Seminerio è anche stavolta un utile spunto per una considerazione:
per Lei il ritorno alla lira non servirebbe per attuare svalutazioni competitive, come infatti  mai è accaduto nella storia del Paese quale valvola di sfogo alla mancanza di iniziative riformistiche. Anzi, ci informano che Lei ha pronto un piano per agganciare irrevocabilmente la lira all’euro, e per aumentare credibilità avrebbe pure deciso un virile currency board, anziché delle effeminate bande di oscillazione
A leggere questa frase pare che l'alternativa sia solo fra currency board e svalutazioni competitive. Forse, per restare in Europa, Gran Bretagna, Svezia, Polonia e Rep. Ceca hanno l'uno o l'altra? No: le loro valute hanno il valore che gli dà il mercato, senza che i rispettivi governi le abbiano ancorate all'Euro o pratichino verso detta zona delle svalutazioni pilotate per rilanciare le esportazioni.

La frase citata contiene pure uno strafalcione logico: che senso avrebbe abbandonare l'Euro per agganciarvi la Lira mediante un currency board? Fare ciò equivarrebbe a restare nell'Euro! L'ipotesi di uscita dall'Euro, giusta o sbagliata che sia, servirebbe per riguadagnare la politica monetaria e il cambio di mercato, cose incompatibili con un currency board. Seminerio è certamente bravo, ma mi pare che nella foga della polemica si sia lasciato prendere la mano.

Purtroppo il dibattito sull'Euro è inquinato da questi toni apocalittici: Euro oppure impoverimento, Euro oppure svalutazioni competitive, Euro oppure fine dell'UE e via dicendo. Ma ci ritornerò sopra.


PS: Caro Seminerio, eviti di abbassarsi a fare il grillino mostrando la foto di Martino che gioca col tablet mentre è in aula. Non le fa onore e non è cosa di cui i deputati si debbano vergognare; non sono i suoi dipendenti (e anche se lo fossero poco cambierebbe), e durante le lunghe giornate in aula fanno quello che gli pare, come tutti: c'è chi gioca, chi legge il giornale, chi scrive sui blog e financo chi twitta. Ed è giusto che sia così.

lunedì 25 giugno 2012

Invece di chiederli, fateli gli Stati Uniti d'Europa!

Inizio qui una serie di articoli sull'Europa e l'Euro.

Rocco Buttiglione (UDC), Mario Pescante (PDL), Sandro Gozi (PD) e Benedetto Della Vedova (FLI) hanno scritto una lettera aperta a tutti i governanti d'Europa con la quale chiedono gli Stati Uniti d'Europa.


Gli vorrei poter dire: Cari signori, Monti è il vostro presidente del consiglio, dato che voi ne siete i principali sostenitori e in più gli altri partiti non sono contrari al vostro appello: quindi Monti vi ascolterà.
A questo punto basta che diate mandato a Monti di deporre al prossimo vertice UE una formale richiesta di costituire l’Europa federale.
Vedremo cosa gli altri paesi risponderanno. Se sì, ok. Se no, che la si finisca una volta per tutte di parlare di federalismo europeo nel dibattito politico italiano.

Perché alla fine andrà detto che l'unione politica dell'Europa è la foglia di fico dietro la quale i nostri politici nascondono l'assenza d'idee politiche nelle loro teste. E andiamo oltre: diciamo anche che l'europeismo italiano è figlio, oltre che del poco nazionalismo (il che magari potrebbe essere anche un bene), della meschinità di chi non vuole assumersi responsabilità e costi delle proprie scelte, del servilismo di chi è abituato da secoli ad essere dominato dagli altri, oltre che dall'opportunismo di poter ammollare il proprio debito ai ricchi nord europei.

La Merkel, demonizzata dai nostri commentatori, ci sta solo dicendo che i tedeschi non intendono pagare i nostri debiti, così come negli USA (stato federale) i texani non pagano quelli della California. Osserva il Wall Street Journal che lo scorso vertice a Roma fra i governi di Italia, Spagna, Francia e Germania può essere riassunto con le seguenti frasi:
"If I give money to Spanish banks, I'm the German chancellor but I can't say what these banks do." (Angela Merkel)


"There can be no transfer of sovereignty if there is not an improvement in solidarity." (François Hollande)

Chiosa il WSJ: Boiled down, this is a debate over whether Germany should write blank checks.

Spero di sbagliarmi, ma mi pare di poter dire che in Europa non si sta preparando l'unione federale o sovranazionale che i nostri politici ci stanno raccontando sin dal 1989, quando fu addirittura organizzato un referendum consultivo per dare (udite, udite) poteri costituenti al parlamento europeo.

venerdì 9 dicembre 2011

Europa a due velocità

"Se oggi è nata un'Europa a due velocità è colpa della Gran Bretegna"
(Nicolas Sarkozy, 9.12.2011)

Il grafico qui sotto, che vale più di mille parole, mostra a quali velocità vanno i paesi dell'Euro e quelli che hanno scelto di non entrare:

(PIL pro capite espresso in PPP, fonte: IMF)

Comunque la si pensi, i fatti mostrano che non sono i paesi che hanno l'Euro ad andare alla velocità più alta.