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martedì 17 dicembre 2013

La più ampia maggioranza mai vista nella storia repubblicana - 2

Nei giorni scorsi il governo Letta ha ottenuto un nuovo voto di fiducia in seguito al cambio di maggioranza (il passaggio all'opposizione dei gruppi parlamentari del PDL). Peccato nessuno si sia soffermato su di un fatto del tutto evidente:
il governo Letta dispone oggi di una maggioranza più ampia di quella avuta da qualsiasi governo Berlusconi
Ed è pure, per citare le parole dello stesso Letta, una maggioranza più compatta e coesa. Cioè, tradotto in un italiano semplice, ha i numeri per far passare tutto, comprese le riforme costituzionali, senza bisogno di negoziare con alleati che remano contro. Perché NCD e centristi non sono oggi in condizione di mettere il veto su nulla, a meno di volersi suicidare politicamente, visti i sondaggi. E non ha neanche bisogno di negoziare con Grillo, come invece sta cercando di fare Renzi: se vuole fare riforme buone, che le approvi a colpi di maggioranza, per usare un lessico di sinistra. Se sono buone, gli Italiani le confermeranno in sede di eventuale referendum. Se invece Renzi e Letta hanno la coda di paglia e intendono fare riforme mediocri, ma solo con le opposizioni per far sì che un referendum non sia possibile, allora è un altro discorso.

I numeri: alla Camera il governo Letta ha ricevuto la fiducia di 379 contro 212. Il governo Berlusconi del 1994 ebbe 304-245, quello del 2001 ebbe un 351-261, quello del 2008 ebbe un 335-275. Al Senato il governo Letta è passato con 173-127, mentre il governo Berlusconi del 1994 ebbe un 159-153, quello del 2001 ebbe un 175-133 e quello del 2008 ebbe un 173-137. I voti presi in considerazione sono quelli delle prime fiducie, quelle più "numerose".

martedì 10 dicembre 2013

È una follia - 3

C'è chi stigmatizza coloro, fra i quali c'è chi scrive, che hanno criticato la sentenza della corte costituzionale prima di conoscerne le motivazioni. Benché il rilievo sia formalmente corretto, nella sostanza, a meno che la corte non ci stupisca tirando fuori un improbabile motivo d'incostituzionalità a sorpresa, cioè che sino ad ora non era stato previsto da nessuno, i motivi addotti sono o noti (basta rifarsi al dibattito - tutto ideologico - contro il porcellum) o desumibili dal ricorso che ha portato alla sentenza.

E allora andiamo a leggerlo questo ricorso. Questo ne è, per quanto riguarda il premio di maggioranza, il passaggio chiave:
La normativa denunciata è quindi viziata di illegittimità costituzionale perché consente che le maggioranze non siano genuina espressione del voto espresso dal corpo elettorale, ma che si formino in base all’attribuzione di un premio secondo un criterio arbitrario, irrazionale e casuale (assenza di una soglia minima di suffragi).
Questo sistema viola il principio di cui all’articolo 48 della Costituzione dell’eguaglianza anche sostanziale del voto, in base al quale non può darsi valore o peso diverso ad un voto a seconda del risultato elettorale, e può premiare formazioni politiche sebbene siano meno rappresentative con grave distorsione della volontà degli elettori, della rappresentanza politica e dell’assetto e del funzionamento delle Camere.
In parole semplici viene detto che siccome la Costituzione stabilisce il principio di uguaglianza dei cittadini anche quando votano alle elezioni, detto principio verrebbe rispettato solo se tutti i voti venissero tradotti in seggi in misura eguale, cioè secondo il principio della rappresentanza proporzionale. Per cui se una legge elettorale si distacca da detto principio, quanto più se ne distacca, tanto più essa è incostituzionale.

Che dei ricorrenti di sinistra (tale si è definito l'Avv. Bozzi), e quindi per formazione ideologica influenzati dal positivismo di tradizione europea continentale e viceversa assai digiuni del pensiero liberal-conservatore di matrice anglosassone, facciano questi ragionamenti non stupisce. Stupisce che una corte costituzionale di un paese occidentale li faccia propri.

Perché sostenere, come hanno fatto i ricorrenti, che il premio di maggioranza, siccome non è subordinato a una soglia minima di suffragi, allora sarebbe arbitrario, irrazionale e casuale è un ragionamento che non sta in piedi. Supponiamo infatti che la legge preveda una soglia minima. Quale? Il 40% andava bene? E perché chi raggiunge il 40% sarebbe degno di vedere la sua rappresentanza in parlamento salire al 55% a scapito del 60% degli elettori che invece vedrebbe la sua rappresentanza scendere al 45%? Non sarebbe anche quello un criterio arbitrario, irrazionale e casuale?

E poi perché sarebbe legittimo dare la maggioranza assoluta dei seggi a chi vincesse col 40%, mentre sarebbe legittimo negarla a chi vincesse col 39%? Ovvero perché stabilire la soglia a quota 40? E se invece ci fosse stata una soglia al 30%? O al 25%? Perché una soglia più bassa sarebbe troppo bassa? In base a cosa stabiliamo questa soglia minima?

Il problema alla base è che una legge o si ispira al principio della rappresentanza proporzionale oppure si ispira al principio maggioritario dell'indicazione, sia pure indiretta, di chi governa e di chi sta all'opposizione. Ma se il sistema è ispirato a questo secondo tipo (e il porcellum, ancorché, come spesso accade, fosse un mix delle due ispirazioni, prevalentemente lo era) allora non ha alcun senso rimproverargli di non ispirarsi all'altro!

Diciamolo in parole ancora più semplici: dire che un premio di maggioranza è  arbitrario, irrazionale e casuale se non è subordinato a una soglia minima di suffragi equivale a dire che un sistema maggioritario è incostituzionale se non corrisponde al risultato che si avrebbe avuto con la proporzionale. Ma lo scopo del maggioritario è proprio quello di alterare il risultato che altrimenti si avrebbe avuto con la proporzionale!


E quindi si ritorna alla considerazione che ho già fatto: la corte costituzionale ha interpretato la carta secondo l'impostazione ideologica dei suoi membri, e in base a essa ha proibito il maggioritario in Italia. Quello che il 75% degli Italiani scelsero nel referendum Segni-Pannella del 1993. Siamo alla restaurazione della prima repubblica.

venerdì 6 dicembre 2013

È una follia - 2

Nell'attesa di saperne di più, questo è il comunicato stampa della Corte Costituzionale:

Incostituzionalità della Legge elettorale n. 270/2005

La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza – sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica – alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione.

La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza.

Le motivazioni saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici.

Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali.
Partiamo di lì. Due illegittimità costituzionali: il premio di maggioranza e la lista bloccata.

  • Premio di maggioranza - La corte non ha detto che il premio di maggioranza è incostituzionale "nella parte in cui" o "nella misura in cui non si applica a" o "se attribuito a prescindere dal raggiungimento di una certa soglia" o altre forme di parziale incostituzionalità. Se avesse ragionato in quei termini il premio di maggioranza sarebbe tuttora in vigore, ma sottoposto a condizioni.
    Dal comunicato si evince che la corte ha dichiarato il premio di maggioranza incostituzionale tout court. Che lo è in quanto tale. Ovvero che ogni premio di maggioranza è incostituzionale, perché, si può supporre, determina disuguaglianze fra i cittadini facendo pesare alcuni voti più di altri. Quello è in altre parole lo stigmatizzare la violazione del principio di rappresentaza proporzionale.
    Se ogni premio di maggioranza è incostituzionale, la conseguenza è che tale sarà ogni sistema elettorale maggioritario.
  • Lista bloccata - Se la corte l'ha dichiarata incostituzionale evidentemente ritiene che violi il principio democratico, la sovranità popolare, laddove ne limita l'esercizio alla scelta di una lista e delle relative candidature così come predisposte dal partito.

Veniamo alle conseguenze. La prima è che ora è in vigore una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 4% alla Camera e all'8% al Senato. Tale sbarramento non si applicherà se si verificheranno certe condizioni (essere il primo partito sotto dette soglie di una coalizione che abbia conseguito una certa percentuale).

Una prima considerazione è che detto sbarramento, pur nel suo piccolo, è anch'esso un meccanismo distorsivo della rappresentanza proporzionale. In soldoni è un mini premio di maggioranza distribuito ai partiti più grandi. Che può dare la maggioranza assoluta a un partito o a una coalizione senza che questi l'abbiano avuta nelle urne. Ma su questo la Corte non ha statuito.

Una seconda considerazione è che questi nuovi principi costituzionali enunciati dalla corte, oltre a restringere l'ambito di scelta del parlamento riguardo alla futura legge elettorale, se ve ne sarà una, potrebbero applicarsi ad altre leggi elettorali in vigore: il sistema maggioritario con cui si eleggono i consigli comunali e provinciali, quelli con cui vengono eletti i consigli regionali, nonché, in quanto sistemi maggioritari, le elezioni dirette di sindaci, presidenti di giunte provinciali e regionali.

Una terza considerazione è che il parlamento non potrà scegliere di tornare al mattarellum: innanzi tutto la quota proporzionale alla camera era basata su liste bloccate; poi nei collegi alla camera e al senato venivano proposte agli elettori delle candidature "bloccate". Mi spiego: una lista bloccata è una lista "verticale" in cui si viene eletti secondo la posizione in cui ci si trova, dall'alto verso il basso, a seconda di quanti voti prende il partito. Nel mattarellum, ogni partito o coalizione presentava una lista "orizzontale" di 475 candidature sul territorio nazionale, una per ogni collegio, in cui venivano eletti a seconda del consenso del rispettivo partito in quel luogo. Per cui un candidato della sinistra passava se correva in un collegio rosso, faceva invece atto di presenza se correva in uno bianco, e viceversa, con delle reali possibilità limitate alle sole zone "in bilico".

Si dirà "ma gli elettori votano per la persona". Sì, buonanotte: andate a vedervi i risultati dell'ultima volta che si è votato coi collegi uninominali. Per esempio nel 2001, collegio del senato a Milano, chi credete che abbia vinto fra un già discusso Dell'Utri ed Emma Bonino?
Il voto per la persona funzionerebbe se non ci fossero i finanziamenti ai partiti ma ai singoli candidati come negli USA, se sulla scheda non ci fosse il simbolo del partito e soprattutto se il voto in Italia non fosse per schieramento ideologico.

E poi l'elettore si trovava un candidato imposto, senza possibilità di sceglierne un altro a meno di votare per un altro partito. E addirittura gli poteva toccare un candidato di un altro partito coalizzato col suo.

Comunque sia il mattarellum è incostituzionale (secondo la nuova dottrina) anche e soprattutto perché viola il principio della rappresentanza proporzionale. Se Tizio prende il 35%, Caio il 30%, Sempronio il 25% e Mevio il 10%, Tizio col 35% si porta a casa il 100% del collegio, mentre il 65% degli elettori resta senza rappresentanza. E se la stessa cosa avvenisse in ogni collegio il partito di Tizio con solo il 35% dei voti avrebbe una maggioranza bulgara in parlamento.

Quindi anche la proposta Renzi (mattarellum con premio di maggioranza al posto dela quota proporzionale) è incostituzionale. Lo è anche il sistema britannico e pure quello francese a doppio turno. Infatti la maggioranza assoluta che il vincitore del secondo turno consegue è tale solo perché all'elettore viene imposta la più "bloccata" delle scelte che ci sia: quella fra due candidati che non sono riusciti a farsi votare dalla maggioranza degli elettori. È un'elezione talmente "bloccata", che spesso l'affluenza degli elettori al secondo turno (che invece è il più decisivo dei due) cala vistosamente.

Moriremo proporzionali. Non è la fine del mondo; è solo il sancire che d'ora in avanti, anche sul piano formale, gli elettori conteranno di meno: non ci saranno più "ribaltoni" o "commissariamenti" ma anzi le manovre di palazzo saranno la normalità.

giovedì 5 dicembre 2013

È una follia - 1

Pensate: era da fine 2005 che avevamo una legge elettorale incostituzionale, e non lo sapevamo. Non lo sapevano neanche i nostri professori di diritto costituzionale, almeno la stragrande maggioranza di loro: chi stigmatizzava il "Porcellum" lo faceva perché nel merito la riteneva una cattiva legge, perché le liste bloccate davano più potere ai partiti e meno agli elettori, perché il premio di maggioranza al senato non garantiva una maggioranza, e così via.

Basterebbe questo per affermare che quella di ieri è una sentenza politica, l'ennesima della corte costituzionale, l'organo che che applica non la costituzione formale, ma quella materiale.

Questa sentenza è una follia, è una vergogna. Questo agire della corte costituzionale è un abuso delle sue prerogative. Di solito quando qualcuno abusa di un diritto o di un potere questo prima o poi gli viene tolto. Con le buone o con le cattive.

Il minimo che si possa dire è che con questa sentenza anche la corte costituzionale entra ufficialmente nella lista delle cose da riformare per rendere il paese governabile.

Tornerò a scrivere sul merito delle questioni giuridiche della sentenza. Sulle conseguenze politiche ha efficacemente scritto Christian Rocca.

mercoledì 22 agosto 2012

Le perfide agenzie di rating

Quelle che manipolano lo spread, quelle che vengono indagate per turbativa del mercato, quelle che ci vorrebbe un'agenzia europea per romperne il monopolio yankee, monopolio che secondo questa pubblicistica viene usato per speculare contro le nostre economie, ecco, oggi invece che arriva un giudizio positivo evidentemente le agenzie sono diventate buone e i maggiori giornali se ne compiacciono:




lunedì 20 agosto 2012

Conseguenze del caso Ruby

Popolo,
Quello avete preteso, quello lorsignori vi danno:


Dopotutto siamo in democrazia, e il popolo, ancorché bue, è sovrano.

venerdì 17 agosto 2012

Non va bene

Allora ricapitoliamo: se i politici stanno troppe legislature in parlamento non va bene, se invece ne fanno poche non va bene uguale, perché quelli che non vengono rieletti percepiranno subito una pensione. Poi si dice che i parlamentari guadagnano troppo. Ma parte dei guadagni è rapportata alla presenza in parlamento: più partecipano a sedute più ci costano, e non va bene. Però se in parlamento ci vanno di rado non va bene, e anzi viene stigmatizzato il fenomeno dell'assenteismo. Fenomeno che viene ancor più stigmatizzato quando le camere d'estate non si riuniscono. Se però si riuniscono e dibattono, votano, ed emendano, allora la gente si arrabbia per le lungaggini dell'iter legislativo.
Quindi per l'utente medio che fa click su mi piace e commenta sui siti dei giornali che stanno dalla parte dei cittadini l'identikit del politico perfetto è uno che va in parlamento idealmente gratia artis, ci sta non più di due legislature, ha un'indennità la più bassa possibile, nessuna pensione, frequenta assiduamente le aule parlamentari e interrompe la sua precedente attività professionale. Resta da capire però come questa persona possa dopo dieci anni in cui ha perso la sua professionalità e/o i clienti tornare a fare quel che faceva prima e soprattutto che livello medio di persone (e con quali incoffessabili motivazioni) sarebbero disposte a distruggere la propria carriera per mettersi al servizio della collettività a queste condizioni faustiane. Invece il livello mentale medio diffuso dei loro sedicenti datori di lavoro è noto e dà il nome al presente blog.

lunedì 13 agosto 2012

Il superficialismo smemorato

Cronache dal Coglionistan torna ad occuparsi de Il Post. Motivo: Berlusconi ha dato un'intervista a Libération, e Il Post, estrapolandone una frase, pensa di fare ironia:


Solo che la storia del decreto è vera. Ne avevo parlato qui, ma quello che è più grave è che ne aveva scritto Il Post stesso:


Nel sottotitolo si legge appunto:
è fallita l'ipotesi di un decreto
Infatti quel giorno tutti si aspettavano un decreto legge che però poi non fu fatto. La cronaca de Il Post era iniziata con queste frasi (il giallo l'ho messo io):
Oggi il premier ha trascorso la giornata tra palazzo Chigi e via del Plebiscito per studiare il decreto legge con le misure annunciate a Bruxelles nella sua lettera d’intenti contro la crisi.

Oggi, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha convocato i principali leader per verificare la coesione nazionale in vista di misure che il Quirinale, il primo novembre, aveva definito «improrogabili». Le possibilità sono due: inserire le norme nel ddl stabilità, all’esame del Senato, attraverso un maxiemendamento oppure un decreto.
Durante la cronaca delle indiscrezioni della giornata Il Post scriveva:
22.41 - il Consiglio dei ministri avrebbe approvato un emendamento alla legge di stabilità. Solo in un secondo tempo si procederà con un decreto e un disegno di legge con le misure contro la crisi

22.50 - Dice Mentana: “il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, intercettato, ha affermato che quando si calano le braghe bisogna stare attenti a coprirsi le spalle perché svolazzano i temuti uccelli paduli”. Calderoli esprimerebbe il suo totale disappunto per la mancata approvazione tramite decreto
Infine Il Post concludeva l'articolo così:
In Italia è fallita, per ora, l’ipotesi di un decreto: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un maxiemendamento alla legge di stabilità con le norme anti crisi. Solo in un secondo tempo si procederà con un decreto e un disegno di legge. A influenzare la decisione sarebbe stato Giorgio Napolitano: nel provvedimento era previsto l’inserimento di misure che non avevano a che fare con l’emergenza economica. Anche Giulio Tremonti aveva espresso obiezioni sul decreto dichiarandosi invece favorevole alla via parlamentare.
Dunque oltre che superficiali sono pure smemorati, proprio come i loro lettori sui quali però non vale nemmeno la pena di scrivere un articolo tanto sono una causa persa.

mercoledì 8 agosto 2012

Lezione di educazione civica

È estate e il popolo del coglionistan ringhia contro i politici che vanno in ferie. E poi contro le aule semivuote e i parlamentari "assenteisti". Il blog nonunacosaseria fa notare che tutti i parlamenti dei maggiori paesi europei non si riuniscono d'estate. Verrebbe facilmente da far notare che a loro cambierebbe nulla se le leggi che li governano sono state approvate da aule piene o semivuote. Ma in questa diatriba c'è dell'altro.


Cominciamo col dire che si ha assenteismo quando si è sovente assenti ingiustificati da un obbligo di presenza. In pratica dal posto di lavoro, che è l'esempio tipico nel quale può verificarsi l'assenteismo.

Ma quello del parlamentare non è un lavoro e men che mai vi è un obbligo di presenza.
E né vi è un obbligo di produttività (fare interrogazioni, proposte di leggi o di partecipare a dibattiti e votazioni).

Il parlamento non è un votificio. Anzi, il parlamento può anche decidere di non votare alcunché e di non riunirsi mai (salvo la residuale prescrizione costituzionale a tutela delle sue prerogative: "Le Camere si riuniscono di diritto il primo giorno non festivo di febbraio e di ottobre."). Pertanto non si può parlare di assenteismo

Dovreste essere orgogliosi di essere cittadini di un paese che onora la democrazia eleggendo parlamentari senza vincolo di mandato (e di presenza) e un parlamento che si riunisce e vota e si popola solo se lo ritiene utile. E che dà loro ricche indennità a tutela della loro indipendenza economica. Parlare di assenteismo è invece indice della vostra frustrazione, del desiderio che è in voi di mettere alla gogna i potenti, dell'invidia che provate verso chi ha raggiunto una posizione di benessere. Ed è indice del fatto che molti non hanno ben chiara la differenza fra un libero parlamento e "un'assemblea bulgara".

No cari, i politici non sono i vostri dipendenti: sono i vostri capi, sono gli eletti che hanno il potere e decidono per voi. Così come Marchionne non è il "dipendente" né degli azionisti né degli impiegati FIAT, i quali sono loro a doversi giustificare verso di lui delle assenze dal posto di lavoro e non viceversa.

Perché se i politici sono eletti in parlamento lo sono perché voi vi riconoscete in loro e perché loro sono (e li ritenete) migliori di voi e quindi capaci di farsi eleggere e degni di rappresentarvi. A cominciare dall'onorevole Scilipoti, che guarda caso è stato eletto in un partito il cui elettorato è particolarmente sensibile al tema della "casta".

Mi auguro che questo ripassino di educazione civica giovi a qualcuno. Non fosse altro che per il fatto che chi indulge in questa retorica anticasta non si rende conto che si sta comportando come un fascista: mai nel dopoguerra ci saremmo sognati di mancare di rispetto al parlamento e ai parlamentari.

La retorica anti casta è oramai divenuta un pericoloso nichilismo che sta minando le basi stesse della nostra democrazia rappresentativa. Occorre una riflessione seria. In questa sede mi permetto di proporre due rimedi semiseri, ma non troppo. Il primo è quello d'impedire l'accesso in parlamento a fotografi e telecamere: se il popolino non vede le foto dell'aula semivuota, non s'incazza e resta a cuccia.

Oppure si potrebbe ristrutturare l'aula sul modello della Camera dei Comuni britannica:



Pochi seggi, meno dei deputati, che sono ben 650; così non c'è neanche bisogno di tenere lontane le telecamere: i pochi deputati in aula saranno sufficienti a riempirla, e il popolo del coglionistan sarà felice e contento.

martedì 24 luglio 2012

Un esempio di Casta


 
Hasta la victoria, siempre

Ma secondo voi chi lo paga l'Erasmus in Guatemala a Ingroia?

martedì 17 aprile 2012

Belsito's version

Chi scrive non è un leghista, non lo è mai stato e presumibilmente mai lo sarà. È solo un pigro che aggiorna il blog troppo di rado; tuttavia, visto il nome del presente blog questa non poteva lasciarsela scappare. Leggo sul Corriere che, riguardo allo "scandalo" Belsito, per Cota
«la Lega è parte lesa. L'unico indagato è Belsito ed è stato espulso. Bossi non è indagato ed ha fatto un passo indietro»
Allora Belsito è stato espulso perché indagato dalla magistratura. Peccato che così facendo la Lega dia implicitamente ragione alla magistratura, anzi alla tesi accusatoria, prima ancora di vedee a cosa porterà.
In pratica la Lega si fa dettare le decisioni dal PM Woodcock, che a dispetto del cognome è un napoletano di sinistra.
Invece Bossi, che coi soldi del partito ci avrebbe ristrutturato la casa non è indagato dalla magistratura e né è stato espulso dalla Lega. Ha solo fatto un passo indietro.
Ma andiamo avanti, c'è dell'altro di cui ridere. Lo stesso articolo del Corriere ci dice
Belsito riconsegna i diamanti e i lingotti d'oro
Mmh, e dove li aveva nascosti la 'refurtiva' questo temibile indagato che risponde al nome di Belsito e che i leghisti oggi disconoscono?
Era a Genova, nel «caveau» di una banca, il «tesoro» della Lega Nord.
E certo, dove altro li mette uno che investe del denaro in metalli preziosi, sotto il materasso? Secondo Repubblica poi
Belsito riconsegna diamanti e lingotti
L'ex tesoriere restituisce al partito i preziosi comprati con i soldi del finanziamento.
Di solito uno "riconsegna" dopo che si è appropriato di qualcosa. Ma qui non risulta che sia il caso. Altrimenti i lingotti sarebbero nascosti in Svizzera e Belsito sarebbe già da tempo alle Maldive.

Aggiunge Cota che i diamanti restituiti da Belsito «saranno venduti ed il ricavato andrà alle sezioni». Mmh, iniziativa lodevole, ma in fondo anche quella di Belsito che in questo periodo di turbolenze monetarie ha investito in metalli preziosi forse non è stata poi così disdicevole.

Ma stringi stringi che ha fatto di male questo Belsito?

mercoledì 22 febbraio 2012

Il superficialismo buonista

Ciclicamente riaffiora la proposta di dare la cittadinanza a tutti gli stranieri nati in Italia oppure quella di accorciare i tempi per ottenerla agli immigrati. I fautori sono generalmente dei buonisti assai superficiali, ma che si dicono d'accordo in base a un istinto egalitarista tipico di quelli che votano a sinistra.

Il problema è che costoro non si chiedono né quali potrebbero essere le conseguenze del dare la cittadinanza a chi non ha un'origine italiana (e quindi non ha necessariamente la stessa origine culturale, religiosa, sociale, o detto in altre parole non viene dalla nostra comunità) e né si chiedono quale sia il problema, e se vi sia un problema, del non avere il passaporto del paese in cui vive.

Svelo qui un primo segreto ad usum coglionorum:
Si può vivere da stranieri in un paese senza per questo essere discriminati
Ho letto altrove di una madre che si lagnava del fatto che al figlio, durante una partita a pallone, era stato rivolto l'epiteto "africano di merda", e che il figlio, non avendo ancora la cittadinanza italiana, non aveva potuto ribattere, ma si era sentito discriminato.

Inutile dire che anche quel fatto è stato portato a sostegno della necessità di dare la cittadinanza secondo lo ius soli (o di renderne l'acquisizione più veloce agli immigrati).

Svelo qui un secondo segreto ad usum coglionorum:
Anche se il ragazzo fosse stato cittadino italiano si sarebbe beccato l'epiteto "africano di merda"
E la cosa lo avrebbe ferito ugualmente, con o senza passaporto italiano.

I buonisti superficiali, che tipicamente leggono Il Post, sentendosi moderni, liberali e "progre" rispetto ai conservatori bigotti e reazionari, citano talvolta Oriana Fallaci, com simbolo di un'intolleranza negativa da superare. Citano poi Tiziano Terzani: "lui sì che diceva cose equilibrate".

Leggere cose buone fa sentire meglio che leggere amare verità. Ma non aiuta né ad andare al fondo delle cose, né a risolverle, né quindi a fare le scelte giuste.

Ma oltre a ciò c'è un'altra ragione per cui ho citato la Fallaci: perché lei era coerentemente un esempio del fatto che si può vivere da stranieri. Lei infatti visse per oltre quindici anni a New York senza avere il passaporto americano. E non se ne lagnava.


PS: segnalo quest'illuminante articolo di Enzo Reale, Il Sofrismo for Dummies.

martedì 31 gennaio 2012

La Papi's Tax e l'effetto Monti - 2

L'immagine qui sotto l'ho presa da un articolo appena pubblicato su La Voce, lo stesso sito su cui Tito Boeri aveva lanciato in estate la tesi della Papi's Tax. Ho modificato l'immagine colorando in giallo e poi in rosa l'entità nel tempo della differenza fra lo spread fra titolo italiano e tedesco e lo spread fra titolo spagnolo e tedesco.


In parole semplici: in giallo la Papi's Tax, in rosa l'Effetto Monti.

mercoledì 21 dicembre 2011

La Papi's Tax e l'effetto Monti

In ottobre avevo raccontato della balla della "Papi's Tax" di Tito Boeri. Nel suo articolo, che è del 23 settembre, Boeri scriveva:
A metà giugno lo spread fra i Btp decennali e i bund con la stessa scadenza era di quasi 70 punti inferiore a quello dei titoli di stato decennali spagnoli. Al momento di scrivere lo spread dell'Italia è di oltre 40 punti superiore a quello della Spagna.
Egli sosteneva che lo spread di circa 105-110 punti fosse spiegabile con la cattiva immagine di Berlusconi e con le esitazioni del governo in estate a varare una manovra correttiva dei conti pubblici.

Come è andata a finire, recita una frase ricorrente di un noto programma televisivo? Si guardi e si confronti i grafici, prima quello italiano (spread BTP-BUND), poi quello spagnolo (spread BONO-BUND):






Andiamo poi a vedere cosa è successo nell'ultimo mese, quando c'era chi discettava di "effetto Monti":



Attorno al 22-25 novembre gli spread dei due paesi hanno iniziato a calare, ma quello spagnolo è calato di più (il 20 novembre ci sono state le elezioni in Spagna). Verso il 5-6 dicembre gli spread hanno invece cominciato a risalire, solo che nel caso della Spagna la salita si è dapprima fermata e poi lo spread ha iniziato a scendere.

E "papi" allora? Si vede a colpo d'occhio che le tendenze sono simili e che tali sono rimaste anche dopo l'uscita di scena di Berlusconi. E che anzi negli ultimi dieci giorni mentre lo spread italiano sale quello spagnolo scende. Merito e colpa delle due diverse leggi finanziarie rispettivamente approvate e in via di approvazione dai due paesi? Chissà. Quale che sia la ragione, parafrasando Boeri:
Al momento di scrivere lo spread dell'Italia è di oltre 40 150 punti superiore a quello della Spagna.
Monti's tax? Ovviamente no, ma chi ragionasse in termini di propaganda e senza metodo scientifico come ha fatto Boeri potrebbe legittimamente argomentare che se prima era colpa di Berlusconi oggi è colpa del suo successore a Palazzo Chigi.

mercoledì 14 dicembre 2011

Credibilità e autorevolezza

Se la sinistra italiana fosse altrettanto brava nel governare quanto lo è nel fare i giochi di parole dovremmo farla governare sempre. Hanno basato la loro propaganda contro Berlusconi quale capo del governo sul fatto che non fosse né credibile né autorevole, verso i mercati e verso i partner europei. Tito Boeri arrivò fino al punto di teorizzare la mancanza di credibilità e autorevolezza quale causa del differenziale fra lo spread BTP-BUND e quello BONO-BUND.

Effetto Monti. Arriva, e per un po' lo spread resta alto, poi cala, però poi risale. E ciò nonostante i vertici europei in cui viene lodata la competenza, la credibilità, l'autorevolezza e tutto il resto degli aggettivi usati dalla propaganda.

Ma allora cosa è andato storto? In realtà nulla. Il fatto è che la sinistra ha spacciato la credibilità e l'autorevolezza personale per la credibilità e l'autorevolezza politica. Mentre la prima è la capacità di essere creduti e di convincere nei rapporti interpersonali, la seconda è la capacità di essere creduti e di convincere quando uno si assume degli impegni politici a nome del partito o paese che rappresenta. Se per la prima basta un sobrio professore universitario, per la seconda occorre un leader che comandi nel partito, in parlamento e/o nel paese. E va da sé che, se la prima aiuta (ed è bene averla, come in passato Berlusconi si vantava), la seconda è quella che conta.

Se Berlusconi aveva perso la prima, di certo, transfughi e ribaltoni a parte, aveva e ha tuttora la seconda. Mentre invece Monti ha la prima, ma, a prescindere dall'ampia maggioranza che lo sostiene (questa sì la più grande maggioranza nella storia della seconda repubblica), viste le difficoltà che ha a far passare la manovra, non ha la seconda.

Monti ha una sola arma: la minaccia delle dimissioni. Ma è un'arma spuntata, dato che è una carta che può giocare una sola volta, massimo due. E occorre saperla utilizzare: Monti, per quanto intelligente e consigliato, è pur sempre un dilettante della politica allo sbaraglio, un vaso di coccio in mezzo a dei vasi di ferro. Che ora lo stanno logorando (era così difficile prevederlo?).

Vedremo come andrà a finire. La partita è aperta, e Monti ce la può ancora fare, specie se la paura della crisi indurrà il paese a fare i sacrifici richiesti. Ma qualora dovesse ripresentarsi in Europa con una finanziaria annacquata da troppi compromessi il gioco di parole sarà evidente a tutti.

In politica è credibile e autorevole chi comanda, e comanda chi ha i voti. Qualcuno, dopo aver tifato per l'arrivo di Super-Mario-Deus-ex-Machina, adesso comincia ad accorgersene.

domenica 13 novembre 2011

Il semplice perché della crisi di governo e della fine politica di Berlusconi

Contrariamente a quanto comunemente si creda (e si legga) i fatti dicono che il governo Berlusconi è finito, non perché sconfitto dai mercati o dall'UE o da Draghi o dalle opposizioni, ma semplicemente perché 34 deputati eletti nelle liste della maggioranza hanno fatto il salto della quaglia.

La carriera politica di Berlusconi poi si avvia alla fine per il semplice fatto che ha 75 anni, e che già da tempo aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.

martedì 25 ottobre 2011

Note su debito e spesa pubblica

Una delle più sterili discussioni avviene quando i fan della sinistra sostengono che Prodi avrebbe messo i conti in ordine, mentre invece Berlusconi li avrebbe "scassati" (per usare le parole di Bersani).
Quando però si chiede in virtù di cosa, di quali provvedimanti, successi ed insuccessi sarebbero avvenuti, nessuno è in grado di dirlo. Perché, sia chiaro, la spesa pubblica aumenta o diminuisce non tanto per buona o cattiva gestione, ma perché vengono approvate leggi che la fanno aumentare o diminuire.

L'errore che viene comunemente fatto è quello di prendere il debito e la spesa pubblica come percentuale del PIL: così facendo basta che sia il PIL ad aumentare o diminuire per cambiare le cose. Come in questo grafico (fonte: Eurostat):



Se prendiamo il debito pubblico come percentuale del PIL esso è diminuito. Ma la ragione è che negli anni in cui è diminuito è il PIL ad essere aumentato. Infatti se prendiamo il debito in valori assoluti:


E qui è in valori assoluti, ma paragonato al debito di Germania, Francia e Spagna:


Il grafico seguente (fonte: BCE) mostra la spesa pubblica (in miliardi di Euro) in valori assoluti dal 1980 ad oggi:


Come si vede, ci sono degli anni in cui rallenta a cui seguono dei picchi che riportano la crescita a un'inclinazione costante. In particolare, durante la legislatura 1996-2001 (governi Prodi, D'Alema e Amato, con Ciampi e Visco), questa fu la spesa:

1997 - 527.045
1998 - 534.337
1999 - 542.566
2000 - 549.009
2001 - 598.977

Ovvero la spesa crebbe poco dal 1997 fino al 2000 (solo 22 miliardi di euro), ma in un solo anno, dal 2000 al 2001 crebbe di 49 miliardi. Quali furono le ragioni (spese posticipate, incassi anticipati, rinnovi dei contratti dei dipendenti, etc.) è cosa che lascio a chi voglia andare ad analizzare i dettagli delle maggiori spese e le loro cause. Quello che conta è la tendenza di lungo periodo.

Un'ultima osservazione: nel quinquennio dell'Ulivo la crescita della spesa pubblica diminuì, salvo poi aumentare di molto l'ultimo anno. Anche in questi ultimi anni il governo è riuscito a diminuire la crescita, e nel 2010 la spesa pubblica è addirittura diminuita rispetto all'anno precedente:


Questo grafico del FMI mostra anche la proiezione per gli anni futuri fino al 2015: come si vede, a meno di non fare riforme strutturali (delle pensioni, della sanità, del pubblico impiego, etc.), a periodi di risparmi seguono periodi in cui la spesa aumenta vanificando i risparmi precedenti.

mercoledì 12 ottobre 2011

La gioiosa macchina da guerriglia

È certamente cosa lecita ipotizzare che quando il governo va sotto dietro ci siano non delle mere assenze casuali, ma delle assenze volute. Che quello sia lo scenario da approfondire non toglie il fatto che sarebbe bastato un deputato in più rientrato in aula qualche secondo prima per parlare oggi d'altro.

Come ho scritto in un articolo precedente, quando un governo ha un margine di una trentina di deputati è statisticamente facile mandarlo sotto. Basta che i ministri stiano facendo altro, che dei deputati siano in missione, etc. etc.

Se poi a tutto ciò si aggiunge la tecnica dell'opposizione di presentare centinaia di emendamenti, inutilissime mozioni, richieste di verifica del numero legale e quant'altro i regolamenti parlamentari permettono, l'opposizione nei fatti ha il potere di rallentare -e di molto- il processo di approvazione delle leggi.

Nello specifico ieri le cose sono andate così:
Il trucco di Giachetti, deputati nascosti prima del voto
Tre democratici in corridoio, rientrati per la conta decisiva

Roma, 11 ott. (TMNews) - Il giochetto di Roberto Giachetti: non è uno scioglilingua ma un piccolo tranello orchestrato ai danni della maggioranza dal segretario d'aula del Partito democratico alla Camera. Pochi istanti prima della votazione che ha affondato l'articolo 1 del rendiconto finanziario dello Stato, in un'altra votazione la maggioranza se l'era cavata per pochi voti.

In quel momento, secondo quanto raccontano fonti parlamentari dell'opposizione, Giachetti aveva 'nascosto' in un corridoio tre deputati per tenere leggermente più bassi i numeri dell'opposizione e depistare la maggioranza. Quei deputati poi sono rientrati insieme in aula cambiando i numeri al momento opportuno e determinando la sconfitta della maggioranza alla presenza del presidente del Consiglio.
Questa è guerriglia parlamentare. Solo che così facendo il PD fa perdere tempo al parlamento, che dovrà votare di nuovo il bilancio, e quindi al paese.

Questo è sfascismo: qui non ci sono i diritti costituzionali in gioco, cosa che giustificherebbe quest'atteggiamento, ma c'è il legittimo desiderio di una maggioranza scelta dal popolo di dettare l'agenda politica e di approvare le leggi proposte.

Il parlamento non è una campo da battaglia dove si tenta di dare spallate al governo per avere i titoli dei giornali. Comportarsi così non è degno della leale opposizione di sua maestà. Quella che vorrebbe un domani andare al governo. E che ci deve andare solo se convince il popolo di essere migliore di chi governa oggi. Ma essere leali è incompatibile col sabotare l'indirizzo politico della maggioranza. Quello è un comportamento sleale.

Il PD deve scelgiere una buona volta se vuole essere un partito di lotta o un partito di governo: Berssani & Co. avrebbero fatto una figura migliore se avessero fatto uscire qualche deputato dall'aula, e avessero poi rivendicato il merito di aver fatto passare il bilancio, a fronte di una maggioranza incapace di portare i suoi in parlamento.

Invece ancora una volta hanno preferito giocare la carta dello sfascismo, del tanto peggio tanto meglio. E purtroppo non è una mera scelta errata del gruppo dirigente del PD, ma un retaggio culturale dell'ex-PCI, abituato a usare la piazza come un luogo dove celebrare un rito che evocasse la rivoluzione di popolo contro l'ordine costituito.

E quel che è peggio è che il popolo della sinistra incoraggia questo tipo di comportamento: infatti ogni volta che la maggioranza approva una legge particolarmente sgradita sono pronti numerosi gruppi di elettori "indignati" che rinfacciano questa e quell'assenza in aula di deputati dell'opposizione e che chiedono a Napolitano di farsi loro complice non firmandola.

Occorre purtroppo prendere atto che il centrodestra si trova ancora, a 17 anni di distanza, a fronteggiare uno schieramento, in parlamento e nel paese, che ha la mentalità della gioiosa macchina da guerra. Solo che oggi, confinata all'opposizione in parlamento, è solo una gioiosa macchina da guerriglia.

mercoledì 28 settembre 2011

Non esistono riforme "a costo zero"

Una delle balle ricorrenti nel libero stato del Coglionistan è che in questo periodo di difficoltà finanziarie si possa fare delle riforme "a costo zero", cioè che non incidono sui conti pubblici e che invece generano sviluppo.

Ma se davvero non costano niente, perché non vengono fatte? Credete che i nostri governanti siano financo incapaci di raccogliere le centinaia di suggerimenti che gli arrivano?

There is no free lunch, diceva un noto economista. Qualcuno che paga c'è sempre. Anche se la riforma viene definita per fare propaganda "a costo zero".

Un esempio: l'avvocatura. Benché liberalizzare gli accessi alla professione, le tariffe, la pubblicità, permettere il patto di quota lite e la strutturazione degli studi legali in società di capitali potrebbero essere misure condivisibili, gli avvocati finirebbero per pagare un prezzo. Per quale motivo credete che  si oppongano, perché sono dei cattivi che fanno la bella vita come dei parassiti sulle spalle della società che suda?

Di più, se duecentoconquantamila e passa avvocati oggi si spartiscono il "mercato" della rappresentanza in giudizio e della consulenza stragiudiziale, dato che la domanda di ciò più di tanto non può crescere (ed anzi è bene che non cresca), non potrà crescere l'offerta, che è anzi già alta, al punto che Giavazzi e Alesina sul Corriere hanno chiesto il numero chiuso a Giurisprudenza (il che sarebbe un modo surretizio di tornare ad un'avvocatura a numero chiuso, come prevedeva un tempo la legge, senza violare la Costituzione).

Liberalizzare le tariffe? In teoria una buona cosa, ma esse sono già basse. Andate a parlare con un avvocato in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, e vi arriverà un conto per centinaia di dollari l'ora. Permettere la pubblicità? Ottimo, ma i relativi costi in ultima analisi verranno scaricati nella notula che pagherete.

La liberalizzazione dell'avvocatura, più che una misura per lo sviluppo è una questione di pari opportunità fra outsiders e insiders, con i primi che spingono affinché ciò avvenga e i secondi che difendono le loro fonti di reddito, con cui mantengono se stessi e le loro famiglie.

Se si liberalizza l'avvocatura ci saranno sì opportunità, ma si sappia che una delle conseguenze sarà che certi studi legali chiuderanno, che certi avvocati diverranno disoccupati, che i giovani in teoria potranno aprire il loro studio, ma che in un mercato saturo faranno fatica a trovare i clienti, che taluni giovani pur di entrare in uno studio affermato finiranno per pagare di tasca loro il tirocinio, e che l'avvocatura diverrà un business come un altro, con licenziamenti, mobilità, prezzi di mercato, che potrebbero essere alti o bassi.

Messa così siete disposti a pagare il costo della riforma?

lunedì 29 agosto 2011

L'Unità: sciocchezze estive

Non perdetevi il dossier i 10 anni di Berlusconi che hanno causato il declino di Michele Prospero (e altri geni dell'economia) pubblicato dall'Unità.
Già il titolo indica un supposto rapporto di causa ed effetto fra il declino e chi ha governato. Solo che Prospero & co. si limitano ad affermarlo senza dimostrarlo. Direte: ma se in un paese le cose vanno male è chi lo governa a doverne rispondere. Vero. Ma chi governa l'Italia? La risposta giusta è "l'insieme delle leggi vigenti". Continuiamo a leggere il dossier dell'Unità e capirete dove voglio arrivare.
Prospero scrive:
Di politiche economiche ed industriali neanche l’ombra.
Ma da che mondo viene?  Lo sa il Sig. Prospero che in un paese a libero capitalismo non è compito dello stato fare politiche industriali? Che per quello ci sono i privati imprenditori? Peggio ancora fa quando evoca la:
pretesa di prospettare un capitalismo che si autogoverna con imprenditori saliti al potere e fa a meno della mediazione politica
Dove per mediazione politica forse inconsciamente intende le mazzette a Penati e il sistema delle coop...
Andiamo avanti: in un articolo del dossier è un tale Ronny Mazzocchi (è lui?) a sostenere l'accusa nei dettagli. Egli dice che in Italia ci sarebbe bisogno di:
una ristrutturazione non solo della struttura produttiva, ma anche dei modelli organizzativi e manageriali
E chi dovrebbe ristrutturare caro Mazzocchi se non le imprese stesse? Mica è compito dei politici dettare alle imprese strutture produttive e modelli organizzativi e manageriali. Almeno non in una società libera.
Altra perla:
Si è fatta così largo la concezione semplicistica per cui la crescita economica si sarebbe ottenuta se tutti avessero prodotto di più
Sì caro Mazzocchi: se la produttività (la produttività e non la produzione) cresce, cresce il paese. Poi aggiunge:
La crescita di una economia, infatti, dipende dalla nascita di nuove imprese, dall’aumento della dimensione di quelle già esistenti e dal progresso tecnologico.
Quest'affermazione può essere condivisibile: sono tre fattori che possono determinare crescita. Mazzocchi dice che in Italia le cose vanno male perché le aziende non crescono e non fanno ricerca. E addossa la responsabilità a un supposto modello "piccolo è bello" voluto dal governo Berlusconi.

A parte il fatto che quel modello è parto della sua fantasia (di Mazzocchi), la realtà è che le imprese non crescono, perché il diritto del lavoro le scoraggia a farlo, dato che se un'impresa ha più di 15 dipendenti perde il diritto di licenziare i collaboratori. Poi inizia a trovarsi i sindacati in azienda. E perché il costo del lavoro è alto. E viene negoziato a livello nazionale. E le imposte sulle società e il livello delle imposte in generale deprime il settore privato. E perché la burocrazia è un ostacolo.

È ovvio che in un contesto del genere ci sono potenziali imprenditori che preferiscono investire nel mattone invece che creare ricchezza. È ovvio che chi cerca di stare sul mercato ricorre a precari. È ovvio, ma non lo è a Mazzocchi.

Passiamo ora ad un altro articolo dell'Unità. Ecco il titolo (non ridete):
Sondaggi: il Pdl crolla superato dal Pd al 25%
Non so se avete notato: l'Unità canta vittoria perché il PD è al 25%. Alle elezioni del 2008 (perse) prese il 33%, a quelle del 2006 (quasi perse) la lista L'Ulivo (precursore del PD) prese il 31% e altrettanto presero DS e Margherita a quelle del 2001 (perse).

Ovviamente il calo dei consensi del PDL è dovuto alla crisi economica, dalle misure impopolari in discussione in questi giorni e soprattutto dall'aumento delle tasse. Ma il problema è che quei consensi non stanno andando al PD. Vanno in astensione o al terzo polo. Che per ora pare non abbia nessuna intenzione di allearsi col centro-sinistra. E che se rimarrà "terzo" polo alle prossime elezioni, o darà agli elettori l'impressione di poter vincere oppure verrà cannibalizzato, soprattutto dal centro-destra.  E ai giornalisti e ai lettori dell'Unità resterà il ricordo di un paio di colpi di sole presi nel mese di agosto 2011.