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martedì 10 dicembre 2013

È una follia - 3

C'è chi stigmatizza coloro, fra i quali c'è chi scrive, che hanno criticato la sentenza della corte costituzionale prima di conoscerne le motivazioni. Benché il rilievo sia formalmente corretto, nella sostanza, a meno che la corte non ci stupisca tirando fuori un improbabile motivo d'incostituzionalità a sorpresa, cioè che sino ad ora non era stato previsto da nessuno, i motivi addotti sono o noti (basta rifarsi al dibattito - tutto ideologico - contro il porcellum) o desumibili dal ricorso che ha portato alla sentenza.

E allora andiamo a leggerlo questo ricorso. Questo ne è, per quanto riguarda il premio di maggioranza, il passaggio chiave:
La normativa denunciata è quindi viziata di illegittimità costituzionale perché consente che le maggioranze non siano genuina espressione del voto espresso dal corpo elettorale, ma che si formino in base all’attribuzione di un premio secondo un criterio arbitrario, irrazionale e casuale (assenza di una soglia minima di suffragi).
Questo sistema viola il principio di cui all’articolo 48 della Costituzione dell’eguaglianza anche sostanziale del voto, in base al quale non può darsi valore o peso diverso ad un voto a seconda del risultato elettorale, e può premiare formazioni politiche sebbene siano meno rappresentative con grave distorsione della volontà degli elettori, della rappresentanza politica e dell’assetto e del funzionamento delle Camere.
In parole semplici viene detto che siccome la Costituzione stabilisce il principio di uguaglianza dei cittadini anche quando votano alle elezioni, detto principio verrebbe rispettato solo se tutti i voti venissero tradotti in seggi in misura eguale, cioè secondo il principio della rappresentanza proporzionale. Per cui se una legge elettorale si distacca da detto principio, quanto più se ne distacca, tanto più essa è incostituzionale.

Che dei ricorrenti di sinistra (tale si è definito l'Avv. Bozzi), e quindi per formazione ideologica influenzati dal positivismo di tradizione europea continentale e viceversa assai digiuni del pensiero liberal-conservatore di matrice anglosassone, facciano questi ragionamenti non stupisce. Stupisce che una corte costituzionale di un paese occidentale li faccia propri.

Perché sostenere, come hanno fatto i ricorrenti, che il premio di maggioranza, siccome non è subordinato a una soglia minima di suffragi, allora sarebbe arbitrario, irrazionale e casuale è un ragionamento che non sta in piedi. Supponiamo infatti che la legge preveda una soglia minima. Quale? Il 40% andava bene? E perché chi raggiunge il 40% sarebbe degno di vedere la sua rappresentanza in parlamento salire al 55% a scapito del 60% degli elettori che invece vedrebbe la sua rappresentanza scendere al 45%? Non sarebbe anche quello un criterio arbitrario, irrazionale e casuale?

E poi perché sarebbe legittimo dare la maggioranza assoluta dei seggi a chi vincesse col 40%, mentre sarebbe legittimo negarla a chi vincesse col 39%? Ovvero perché stabilire la soglia a quota 40? E se invece ci fosse stata una soglia al 30%? O al 25%? Perché una soglia più bassa sarebbe troppo bassa? In base a cosa stabiliamo questa soglia minima?

Il problema alla base è che una legge o si ispira al principio della rappresentanza proporzionale oppure si ispira al principio maggioritario dell'indicazione, sia pure indiretta, di chi governa e di chi sta all'opposizione. Ma se il sistema è ispirato a questo secondo tipo (e il porcellum, ancorché, come spesso accade, fosse un mix delle due ispirazioni, prevalentemente lo era) allora non ha alcun senso rimproverargli di non ispirarsi all'altro!

Diciamolo in parole ancora più semplici: dire che un premio di maggioranza è  arbitrario, irrazionale e casuale se non è subordinato a una soglia minima di suffragi equivale a dire che un sistema maggioritario è incostituzionale se non corrisponde al risultato che si avrebbe avuto con la proporzionale. Ma lo scopo del maggioritario è proprio quello di alterare il risultato che altrimenti si avrebbe avuto con la proporzionale!


E quindi si ritorna alla considerazione che ho già fatto: la corte costituzionale ha interpretato la carta secondo l'impostazione ideologica dei suoi membri, e in base a essa ha proibito il maggioritario in Italia. Quello che il 75% degli Italiani scelsero nel referendum Segni-Pannella del 1993. Siamo alla restaurazione della prima repubblica.

venerdì 6 dicembre 2013

È una follia - 2

Nell'attesa di saperne di più, questo è il comunicato stampa della Corte Costituzionale:

Incostituzionalità della Legge elettorale n. 270/2005

La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza – sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica – alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione.

La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza.

Le motivazioni saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici.

Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali.
Partiamo di lì. Due illegittimità costituzionali: il premio di maggioranza e la lista bloccata.

  • Premio di maggioranza - La corte non ha detto che il premio di maggioranza è incostituzionale "nella parte in cui" o "nella misura in cui non si applica a" o "se attribuito a prescindere dal raggiungimento di una certa soglia" o altre forme di parziale incostituzionalità. Se avesse ragionato in quei termini il premio di maggioranza sarebbe tuttora in vigore, ma sottoposto a condizioni.
    Dal comunicato si evince che la corte ha dichiarato il premio di maggioranza incostituzionale tout court. Che lo è in quanto tale. Ovvero che ogni premio di maggioranza è incostituzionale, perché, si può supporre, determina disuguaglianze fra i cittadini facendo pesare alcuni voti più di altri. Quello è in altre parole lo stigmatizzare la violazione del principio di rappresentaza proporzionale.
    Se ogni premio di maggioranza è incostituzionale, la conseguenza è che tale sarà ogni sistema elettorale maggioritario.
  • Lista bloccata - Se la corte l'ha dichiarata incostituzionale evidentemente ritiene che violi il principio democratico, la sovranità popolare, laddove ne limita l'esercizio alla scelta di una lista e delle relative candidature così come predisposte dal partito.

Veniamo alle conseguenze. La prima è che ora è in vigore una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 4% alla Camera e all'8% al Senato. Tale sbarramento non si applicherà se si verificheranno certe condizioni (essere il primo partito sotto dette soglie di una coalizione che abbia conseguito una certa percentuale).

Una prima considerazione è che detto sbarramento, pur nel suo piccolo, è anch'esso un meccanismo distorsivo della rappresentanza proporzionale. In soldoni è un mini premio di maggioranza distribuito ai partiti più grandi. Che può dare la maggioranza assoluta a un partito o a una coalizione senza che questi l'abbiano avuta nelle urne. Ma su questo la Corte non ha statuito.

Una seconda considerazione è che questi nuovi principi costituzionali enunciati dalla corte, oltre a restringere l'ambito di scelta del parlamento riguardo alla futura legge elettorale, se ve ne sarà una, potrebbero applicarsi ad altre leggi elettorali in vigore: il sistema maggioritario con cui si eleggono i consigli comunali e provinciali, quelli con cui vengono eletti i consigli regionali, nonché, in quanto sistemi maggioritari, le elezioni dirette di sindaci, presidenti di giunte provinciali e regionali.

Una terza considerazione è che il parlamento non potrà scegliere di tornare al mattarellum: innanzi tutto la quota proporzionale alla camera era basata su liste bloccate; poi nei collegi alla camera e al senato venivano proposte agli elettori delle candidature "bloccate". Mi spiego: una lista bloccata è una lista "verticale" in cui si viene eletti secondo la posizione in cui ci si trova, dall'alto verso il basso, a seconda di quanti voti prende il partito. Nel mattarellum, ogni partito o coalizione presentava una lista "orizzontale" di 475 candidature sul territorio nazionale, una per ogni collegio, in cui venivano eletti a seconda del consenso del rispettivo partito in quel luogo. Per cui un candidato della sinistra passava se correva in un collegio rosso, faceva invece atto di presenza se correva in uno bianco, e viceversa, con delle reali possibilità limitate alle sole zone "in bilico".

Si dirà "ma gli elettori votano per la persona". Sì, buonanotte: andate a vedervi i risultati dell'ultima volta che si è votato coi collegi uninominali. Per esempio nel 2001, collegio del senato a Milano, chi credete che abbia vinto fra un già discusso Dell'Utri ed Emma Bonino?
Il voto per la persona funzionerebbe se non ci fossero i finanziamenti ai partiti ma ai singoli candidati come negli USA, se sulla scheda non ci fosse il simbolo del partito e soprattutto se il voto in Italia non fosse per schieramento ideologico.

E poi l'elettore si trovava un candidato imposto, senza possibilità di sceglierne un altro a meno di votare per un altro partito. E addirittura gli poteva toccare un candidato di un altro partito coalizzato col suo.

Comunque sia il mattarellum è incostituzionale (secondo la nuova dottrina) anche e soprattutto perché viola il principio della rappresentanza proporzionale. Se Tizio prende il 35%, Caio il 30%, Sempronio il 25% e Mevio il 10%, Tizio col 35% si porta a casa il 100% del collegio, mentre il 65% degli elettori resta senza rappresentanza. E se la stessa cosa avvenisse in ogni collegio il partito di Tizio con solo il 35% dei voti avrebbe una maggioranza bulgara in parlamento.

Quindi anche la proposta Renzi (mattarellum con premio di maggioranza al posto dela quota proporzionale) è incostituzionale. Lo è anche il sistema britannico e pure quello francese a doppio turno. Infatti la maggioranza assoluta che il vincitore del secondo turno consegue è tale solo perché all'elettore viene imposta la più "bloccata" delle scelte che ci sia: quella fra due candidati che non sono riusciti a farsi votare dalla maggioranza degli elettori. È un'elezione talmente "bloccata", che spesso l'affluenza degli elettori al secondo turno (che invece è il più decisivo dei due) cala vistosamente.

Moriremo proporzionali. Non è la fine del mondo; è solo il sancire che d'ora in avanti, anche sul piano formale, gli elettori conteranno di meno: non ci saranno più "ribaltoni" o "commissariamenti" ma anzi le manovre di palazzo saranno la normalità.

giovedì 5 dicembre 2013

È una follia - 1

Pensate: era da fine 2005 che avevamo una legge elettorale incostituzionale, e non lo sapevamo. Non lo sapevano neanche i nostri professori di diritto costituzionale, almeno la stragrande maggioranza di loro: chi stigmatizzava il "Porcellum" lo faceva perché nel merito la riteneva una cattiva legge, perché le liste bloccate davano più potere ai partiti e meno agli elettori, perché il premio di maggioranza al senato non garantiva una maggioranza, e così via.

Basterebbe questo per affermare che quella di ieri è una sentenza politica, l'ennesima della corte costituzionale, l'organo che che applica non la costituzione formale, ma quella materiale.

Questa sentenza è una follia, è una vergogna. Questo agire della corte costituzionale è un abuso delle sue prerogative. Di solito quando qualcuno abusa di un diritto o di un potere questo prima o poi gli viene tolto. Con le buone o con le cattive.

Il minimo che si possa dire è che con questa sentenza anche la corte costituzionale entra ufficialmente nella lista delle cose da riformare per rendere il paese governabile.

Tornerò a scrivere sul merito delle questioni giuridiche della sentenza. Sulle conseguenze politiche ha efficacemente scritto Christian Rocca.

venerdì 31 agosto 2012

Come la penso sul semipresidenzialismo

Supponiamo che nel 2006, per soli venticinquemila voti, non sia stata l'Unione a vincere, ma che avesse prevalso la Casa delle Libertà. E che, come avvenne nella realtà, il governo, con soli due seggi di scarto al senato, sia durato solo due anni. Supponiamo quindi che nel 2008 sia stato il PD di Veltroni a vincere e a formare il governo. E che durante il suo mandato la maggioranza di centrosinistra abbia avuto da ridire sull'atteggiamento, da loro ritenuto parziale, del presidente della repubblica.

Sì, perché in questo scenario nel 2006 il centrodestra elegge a colpi di maggioranza Silvio Berlusconi alla presidenza della repubblica, il quale, dopo il successo dello schieramento avversario alle elezioni del 2008, inizia nei sui confronti una strategia di logoramento, quando non anche di ostruzionismo e boicottaggio.

In particolare la presidenza Berlusconi si caratterizza per:
  • la nomina di due giudici di militanza PDL alla corte costituzionale
  • la nomina di cinque senatori a vita di area PDL
  • l'assunzione della presidenza diretta del CSM e l'uso in chiave politica di essa
  • la tenuta di vari e ripetuti discorsi pubblici in cui critica l'inadeguatezza del governo in carica a fare fronte alla crisi economica
  • rinvio alle camere di varie leggi votate dalla maggioranza che fa capo al PD
  • rifiuto discrezionale in varie occasioni di concedere al governo l'uso del decreto legge
  • promozione nel 2011, dopo la scissione di vari esponenti moderati dal PD (Rutelli e altri), e lo sgretolamento della maggioranza, di un ribaltone, mediante un governo tecnico, che fa rientrare il centrodestra in maggioranza.
Ovvero: l'esempio mostra un caso di scuola in cui il Presidente della Repubblica tiene un comportamento di parte senza che di ciò ne risponda, né in sede giuridica, né in sede politica. Se passate dalla voluta esagerazione che ho illustrato alla realtà degli ultimi quattro presidenti che abbiamo avuto, vedrete che di volta in volta i loro comportamenti hanno scontentato qualcuno.

Il sistema (semi)presidenziale è una pessima idea, ma almeno rimedia al problema: fa del presidente della repubblica una figura politica, che risponde al popolo dei suoi atti.

La proposta del PDL è buona? Secondo un blogger, no. Non sono d'accordo. La costituzione attuale può vivere anche con in più un presidente della repubblica eletto dal popolo. Non occorre che la costituzione riparta i poteri fra materie di competenza del presidente e materie di competenza del parlamento. Per quelle basta il combinato disposto fra le attuali preleggi e l'art. 138 della Costituzione: la gerarchia delle fonti del diritto e il relativo riparto fra parlamento a maggioranza qualificata nonché procedura aggravata (norme costituzionali), parlamento (fonti primarie) e governo (fonti secondarie).

Il presidente eletto dal popolo non avrà poteri (salvo quelli che ha già oggi). Ma, se avrà una maggioranza parlamentare, sarà il capo del governo di fatto. Invece, se non l'avrà, farà il presidente "lame duck", una via di mezzo fra come lo fa ora Obama e come lo ha fatto Napolitano mentre Berlusconi era al governo. Solo che risponderà politicamente del suo operato: si giocherà insomma a carte scoperte. E la forza d'interdizione del presidente rispetto al capo del governo nonché della maggioranza parlamentare dipenderà dalla forza politica di ciascuno di loro in quel momento.

Se invece un presidente eletto dal popolo, nonché armato di maggioranza e governo fa paura, allora vuol dire che il concetto stesso di sistema maggioritario fa paura. È legittimo, ma si ammetta che non si vuole avere un governo con tutti i poteri necessari per guidare efficacemente il paese, ma solo un'appendice esecutiva di un regime assembleare a larghe intese.

Ovviamente vi è una condizione irrinunciabile affinché il semipresidenzialismo funzioni: che appunto la legge elettorale sia maggioritaria. Perché nulla sarebbe peggio dell'elezione di un presidente e la contestuale vanificazione di detta elezione (che è cosa necessariamente maggioritaria) mediante un parlamento proporzionale.

venerdì 24 agosto 2012

Porcellum version

Dice Roberto Calderoli:
Guardi che il sistema attuale ha tanti padri inconfessabili. Nel 2005, tanto per cominciare, il ministro era Pisanu. Poi l’Udc si impuntò per avere un sistema proporzionale, Fini impose le liste bloccate e Berlusconi volle il premio di maggioranza. Infine, i partiti minori strapparono delle clausole di salvaguardia dagli sbarramenti e la sinistra, dal canto suo, non si sognò mai di cambiarla.
Si legga anche questo passo tratto da un articolo di Maurizio Griffo:
I sistemi elettorali selettivi sono molti e numerosi. Lo scopo cui tendono però è sempre lo stesso, creare una maggioranza parlamentare anche se il partito vincitore ha raccolto solo una maggioranza relativa.

In Italia per oltre decennio questo traguardo è stato avvicinato con una legge parzialmente maggioritaria basata sul collegio uninominale. Tuttavia un simile sistema era poco amato dal ceto politico che se le era visto imporre a colpi di referendum. Nel comune sentire della classe politica il collegio uninominale è giudicato troppo rischioso, eccessivamente aperto ai venti dell'opinione, poco prevedibile a meno di non disporre di un collegio sicuro. Ma anche i collegi "monopartitici" vanno diminuendo in presenza di una crescente volatilità dell'elettorato.

Così, appena si è potuto, lo si è liquidato. L'occasione è giunta alla fine fine della XIV legislatura quando, per dare il proprio assenso alla riforma costituzionale messa a punto dal governo di centro destra, l'Udc (il partito portabandiera del centrismo neo trasformista) chiese una pesante libbra di carne: una modifica della legge elettorale in senso proporzionale. Nel giro di pochi giorni, e senza che l'opposizione alzasse le barricate, il collegio uninominale fu abbandonato.
L'attuale legge elettorale fu voluta e imposta dall'UDC. Essendo caduta la ragione di tale imposizione, la mancata riforma costituzionale del 2006, essendo addirittura venuta meno l'alleanza con l'UDC (a meno che qualcun altro non voglia allearcisi...) nulla vieta che PDL e PD si mettano d'accordo per una legge maggioritaria bipartitica. Dice infatti Calderoli:
Di sicuro in quei due partiti c’è chi ragiona in termini di bipartitismo e non di bipolarismo.
Una modesta proposta: si abolisca il Senato e si riduca la durata delle legislature a tre anni. Ci risparmieremmo tanti casini.

giovedì 23 agosto 2012

La costituzione più bella del mondo

La nostra costituzione fu promulgata nel 1948. Da allora è stata modificata ben sedici volte. Ed è sin dagli anni ottanta che si parla di fare riforme istituzionali. Per modificarla sono state fatte tre commissioni bicamerali e un tentativo di riforma parlamentare poi rigettato per referendum.

Per fare un paragone, la costituzione tedesca è del 1949, non ha avuto modifiche rilevanti salvo l'introduzione del pareggio in bilancio nel 2009, e le riforme istituzionali non sono all'ordine del giorno del dibattito politico di quel paese.

La verità sotto i nostri occhi è che la nostra costituzione è uno schifo. Altro che Partito della Costituzione...

venerdì 20 aprile 2012

La balla della mancata attuazione dell'art. 49 della Costituzione

È notizia di oggi che alcuni senatori del PDL hanno sottoscritto una dichiarazione d'intenti che contiene la seguente frase:

I partiti vanno ricondotti all'articolo 49 della Costituzione e pertanto i loro apparati organizzativi vanno ridimensionati su tre funzioni essenziali: produrre idee, selezionare classe dirigente, promuovere partecipazione e consenso.
Che i partiti vadano ricondotti all'art. 49 della Costituzione è falso. Così come è falso sostenere che l'art. 49 non sia attuato. È un mito diffuso, frutto di una cattiva ideologia, dalla quale discende una cattiva giusriprudenza della corte costituzionale nonché una cattiva concezione di cosa sono (o devono essere) i partiti politici.

L'art. 49 della Costituzione:
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
in lingua italiana significa:
ogni legge o regolamento o atto del governo che impedisca ai cittadini di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale sarà nullo in quanto incostituzionale

Stop. Quello e null'altro è il significato lessicale della frase.

Per cui l'art. 49 è già attuato: basta che lo stato si astenga dallo sciogliere o perseguire i partiti che si riconoscono nel metodo democratico (ovvero può sciogliere quelli che cercano di fare un colpo di stato - tipo un eventuale partito fascista - o quelli che cercano di prendere il potere con il terrorismo - tipo le Brigate Rosse, altrimenti dette Partito Comunista Combattente).

I partiti sono associazioni private libere, e in quanto tali i cittadini sono liberi di stabilire le regole interne, anche le più astruse o antidemocratiche. Sono liberi di stabilire che il patrimonio venga svenduto al cognato del leader, come che venga usato per le spese del figlio del capo, per l'affitto dell'appartamento del ministro, etc..

A questo punto il problema si sposta sul finanziamento pubblico dei partiti, dato che quel finanziamento è alla base di quelle spese. Se scandalizza il fatto che i soldi (che in origine erano) dei contribuenti vadano a fini disdicevoli o immorali, allora che si metta vincoli, limiti o tetti a quei finanziamenti. O che si aboliscano.

Invece Bersani e Casini fanno l'esercizio mentale di cui sopra: siccome l'art. 49 non sarebbe attuato, occorre fare dei partiti dei portatori di un interesse pubblico (l'attuazione di detto articolo in nome della democrazia) e quindi i titolari di un finanziamento. E peggio ancora occorre farne una specie di enti parastatali.

L'assurdo è che un evento privato quali le elezioni primarie del PD diventerebbero un affare di stato. E che gli altri partiti sarebbero obbligati a farle. Sai mica è chiaro che Fini, Bossi, Berlusconi, Di Pietro, Pannella, Casini, Rutelli, Vendola... siano i leader dei rispettivi partiti... No, occorre l'elezione primaria...

Invece basta stabilire che cosa si finanzia e quanto: se si finanzia la campagna elettorale, si stabilisca come e quanto si rimborsa a ogni candidato (o gruppi di candidati nella stessa lista). Idem per i partiti: si stabilisca che cosa dell'attività dei partiti si finanzia e quanto lo si finanzia. Per esempio si dica che le spese elettorali sono rimborsate fino ad una certa cifra e che le spese di funzionamento di un partito sono finanziate in ragione di una percentuale delle spese sostenute (dunque a prescindere dal fatto che il partito sia in parlamento).

Se invece dovesse passare la concezione di cui sopra, allora toccherà dare ragione a Grillo.

martedì 7 febbraio 2012

Mettere in stato d'accusa Napolitano

Al governo Berlusconi viene rinfacciato il fatto che il governo Monti avrebbe fatto in poche settimane quello che lui non avrebbe fatto in tre anni o comunque nei molti mesi che durò la crisi dello spread. Renato Brunetta, già Ministro della Funzione Pubblica, ha recentemente scritto che una percentuale compresa fra il 50% e il 70% dei contenuti dei tre decreti legge sinora emanati dal governo Monti era già stata approvata dal governo Berlusconi il 2 Novembre 2011 in un progetto di decreto legge a cui era stato dato il nome di "Decreto Sviluppo" (o, nelle parole di Brunetta, "decreto-legge Romani-Brunetta-Calderoli"). Quel decreto doveva essere l'esecuzione della lettera di intenti che Berlusconi aveva scritto il 26 Ottobre 2011 alla Commissione UE.

E allora perché quelle norme le ha poi emanate Monti e non Berlusconi, uno si potrebbe chiedere? Perché il Presidente della Repubblica si rifiutò di controfirmare il Decreto Sviluppo. Nelle parole di Brunetta:
il decreto Romani-Brunetta-Calderoli non fu approvato nel Consiglio dei ministri del 2 novembre 2011 perché il Quirinale aveva informalmente manifestato la propria indisponibilità a emanarlo, considerandolo privo dei requisiti di necessità e urgenza e di omogeneità richiesti, secondo l’interpretazione costituzionale più volte richiamata dallo stesso Capo dello Stato, in particolare nel caso della lettera inviata a Berlusconi sul «caso Englaro» del 6 febbraio 2009 e in successive occasioni.
Brunetta precisa poi che a Monti non fu poi invece obiettata la mancanza dei requisiti di necessità e urgenza e di omogeneità. Tralasciando la necessità e l'urgenza (se non vi era prima, non poteva esserci poche settimane dopo), uno può supporre che fosse un problema di omogeneità. E invece no:
Il decreto-legge Romani-Brunetta-Calderoli (...) aveva caratteri certamente meno disomogenei, quanto agli oggetti, di quelli adottati dal nuovo esecutivo.
Chi avesse dimenticato cosa avvenne quel giorno può consultare qui la diretta web che ne fece La Repubblica:


Pasquale Cascella, Consigliere del presidente della Repubblica per la stampa e la comunicazione, ha risposto oggi a Brunetta. Dice che Napolitano, prima che il Consiglio dei Ministri si riunisse, ricevette Tremonti, il quale gli disse, per varie ragioni, di essere contrario all'emanazione di un decreto, ma che fosse opportuno procedere
«nella forma - più praticabile anche dal punto di vista parlamentare e meno in generatrice di tensioni politiche - della presentazione di emendamenti alla legge di stabilità» in quel momento all’esame del Senato.
E che quindi:
Il presidente della Repubblica ritenne di esprimersi a favore della soluzione indicata dal ministro per evitare l’adozione di «un coacervo di norme anche estranee» alla lettera di intenti ed obbiettivi inviata a Bruxelles dal Presidente del Consiglio il 26 ottobre, che avrebbe potuto «suscitare nuova confusione nell’opinione pubblica e nei mercati».
Un discorso molto strano, quello del Quirinale. Tanto più che dice che Napolitano non fece nessuna «valutazione discrezionale», ma solo prese atto dell'esistenza di "riserve motivate presenti all’interno della stessa compagine governativa", e pertanto cercò "un veicolo normativo che consentisse di addivenire rapidamente all’approvazione delle misure più urgenti evitando più aspre tensioni fra le forze politiche" e che non potesse «suscitare nuova confusione nell’opinione pubblica e nei mercati».

Queste tre affermazioni possono essere facilmente smontate:
  1. «valutazione discrezionale» - Formalmente parlando il ministro dell'Economia non è interlocutore del Presidente della Repubblica, e né a esso può essere delegato un potere di veto (che peraltro non esiste se non per manifesta incostituzionalità delle norme proposte). Quindi se Napolitano sceglie di controfirmare un decreto o meno si deve assumere la piena responsabilità di ciò che fa, e non nascondersi dietro il dito dell'opinione di Tremonti.
  2. "riserve motivate presenti all’interno della stessa compagine governativa" - Ai sensi dell'art. 95 della  Costituzione e dell'art. 2 della Legge n. 400 del 1988, non spetta al Presidente della Repubblica dirimere le controversie che possono sorgere in seno al Consiglio dei Ministri. Ciò spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri. Inoltre, una volta che il governo aveva comunicato al Quirinale l'intenzione di procedere mediante il decreto legge Napolitano aveva il dovere di considerare quella controversia come risolta.
  3. "evitando più aspre tensioni fra le forze politiche" e «suscitare nuova confusione nell’opinione pubblica e nei mercati» - Questa motivazione poi è in aperta violazione della Costituzione. O è una fesseria sfuggita alla penna di Napolitano Cascella, oppure, se è stata ben meditata, il Presidente della Repubblica dovrebbe renderne conto al paese. Perché al di là del merito dell'apprezzamento, Napolitano afferma oggi il suo potere di rifiutare l'emanazione di un decreto legge proposto dal governo quando egli non ne condivide il merito.
    Un'altra conseguenza logica è che, siccome secondo lui il decreto avrebbe creato tensioni fra le forze politiche, Napolitano si è schierato contro la maggioranza e a fianco dell'opposizione.
Ricapitoliamo. La Costituzione stabilisce all'art. 87 che il Presidente della Repubblica rappresenta l'unità nazionale. Rappresentare l'unità significa non creare coi propri comportamenti delle divisioni, essere al di sopra di esse. In questo caso invece è stato uomo di parte, giacché si è messo contro il Consiglio dei Ministri (e quindi indirettamente contro il Parlamento che lo ha fiduciato e il popolo che a sua volta l'ha eletto), schierandosi invece con l'opposizione. Ergo o ha legittimamente fatto uso di un suo potere discrezionale di valutazione e decisione (cosa che però Napolitano Cascella nega), oppure, se detto potere non esiste, ha abusato dei suoi poteri e dunque ha violato la Costituzione.

A questo punto che il Presidente della Repubblica sia messo in stato d'accusa per attentato alla costituzione. Ovviamente non avverrà, volendoci la maggioranza assoluta del parlamento in seduta comune, ed avendo PD, IdV e centristi i numeri potenziali per bloccare una simile istanza.

Chi scrive non ha nulla contro Giorgio Napolitano e né ha piacere che finisca sotto processo e tanto meno in galera, ma ritiene che il popolo abbia il diritto di sapere in base a cosa certe decisioni vengono prese e se il suo presidente è imparziale o meno. Occorrerebbe che la cosa non finisca qui con qualche articolo di giornale e il post di un oscuro blog, ma che si arrivi alla verità, quale che sia. Berlusconi ha sbagliato a lasciar correre e ad accettare il rifiuto di controfirmare il decreto: doveva dimettersi, affinché ognuno si prendesse pubblicamente le responsabilità dei suoi atti. E sbaglierebbe l'ex maggioranza a lasciar correre per non aprire per convenienza tattica uno scontro istituzionale. Che sia la Lega Nord, visto che è passata all'opposizione, ad aprire la procedura di messa in stato di accusa: verrà rigettata, ma almeno si farà chiarezza.

martedì 4 ottobre 2011

Dimissioni? Perché mai?

Cercate "cacciare il governo", e Google vi troverà ben un milione e trecentomila occorrenze. Oggi financo Confindustria intima che il governo in carica, o fa quello che gli industriali chiedono, oppure se ne deve andare. La richiesta è poi ripetuta dai tre maggiori giornali italiani (Corriere, Repubblica e Stampa), e dalla blogosfera tutta.



Fonte: Il Foglio

Pare che rispettare le regole del gioco e aspettare le prossime elezioni, che saranno al più tardi fra diciassette mesi, sia un qualcosa di insostenibile. Che oggi saremmo sull'orlo del baratro, e che se non cambiamo guida nel baratro ci cadremo per davvero. Che il nuovo governo che sostituirebbe l'attuale sarebbe in grado di fare tutte le riforme che la maggioranza del Caimano si ostina a bloccare.

Stupisce il fatto che a nessuno venga in mente una semplice considerazione di buon senso: che le riforme le fa il parlamento e non il governo. E che questo parlamento non ha nessuna intenzione di farle, perché ritiene che la maggioranza degli elettori  non le voglia.

Quindi chi vuole cacciare questo governo dovrebbe invocare le elezioni anticipate. Allora Bersani dice
Berlusconi faccia come Zapatero, "o si va a votare subito o si trova lo spazio di una soluzione transitoria in netta discontinuita' con il passato". Per Bersani il premier "dovrebbe andare al Quirinale e rimettere il mandato nelle mani del Presidente Napolitano"
Il problema è che Bersani racconta balle: Zapatero non si è dimesso. Egli un giorno è andato dal Re di Spagna e gli ha chiesto di sciogliere le camere, cosa che, ai sensi dell'art. 115 della Costituzione Spagnola, il Re ha fatto:
El Presidente del Gobierno, previa deliberación del Consejo de Ministros, y bajo su exclusiva responsabilidad, podrá proponer la disolución del Congreso, del Senado o de las Cortes Generales, que será decretada por el Rey. El decreto de disolución fijará la fecha de las elecciones.
Per cui il governo Zapatero è rimasto nel pieno dei suoi poteri, e ha solo fissato a suo piacimento elezioni anticipate a sorpresa.

Volete che Berlusconi faccia lo stesso? Non si direbbe. Quando a luglio 2010 i finiani uscirono dalla maggioranza a Berlusconi fu detto che Napolitano non avrebbe concesso le elezioni anticipate, ma che avrebbe cercato di salvare la legislatura, che Berlusconi avrebbe dovuto prima dimettersi, che il Presidente della Repubblica avrebbe tentato la strada di un governo di transizione/tecnico/di-unità-nazionale (o altre formule di fantasia per infinocchiare la gente), etc. Ovvero, a Berlusconi fu fatto capire che avrebbero cercato di fargli le scarpe in parlamento con un ribaltone, altro che dare la parola al popolo. Di qui la contromossa di inglobare i "Responsabili". Che altro poteva fare?

Si dirà: ma Zapatero, oltre alle elezioni anticipate, ha annunciato che non si ricandiderà, e quelle sono dimissioni di fatto. Ma anche Berlusconi ha detto che il prossimo candidato premier sarà Alfano. Quindi ha fatto come Zapatero. Manca solo lo scoglimento delle camere. Ma quello è la sinistra a non volerlo.


Aggiornamento - La Repubblica ha appena messo come prima notizia delle dichiarazioni di Tremonti:

Alla domanda dei giornalisti poi su perché la Spagna paghi meno interessi dell'Italia sul debito, risponde che "potrebbe dipendere dall'annuncio di elezioni anticipate". E allora perché non fare lo stesso? "Ho detto così per dire", ha risposto sorridendo il ministro.
Ovvero si persevera nell'equivoco: Berlusconi, anche se lo volesse, non potrebbe indire elezioni anticipate senza il consenso di Napolitano. E secondo molti costituzionalisti il consenso del Presidente della Repubblica è subordinato al venir meno di una maggioranza in parlamento.

giovedì 25 agosto 2011

Dimezzare i parlamentari? No, meglio abolire il Senato

Ci sarebbe una riforma talmente semplice, talmente razionale, talmente ovvia, talmente “a costo zero”, talmente benefica, che non la propone nessuno: l’abolizione del Senato.

Per queste ragioni:
  • è un inutile doppione della Camera; rallenta il processo legislativo costringendo il governo a ricorrere sistematicamente alla decretazione d’urgenza,
  • non è rappresentativo di tutta la popolazione, ma solo di chi ha più di 25 anni,
  • attualmente il 2.5% dei suoi componenti (otto senatori a vita), una percentuale che in caso di esito elettorale sul filo di lana può ribaltare la maggioranza, non è eletto dal popolo. E detta percentuale può addirittura aumentare fino a 14 (il 4.4% dei componenti): Napolitano non ha ancora nominato nessuno, ed egli stesso, se non rieletto nel 2013 si aggiungerà alla lista di quelli in carica,
  • in virtù di un articolo della Costituzione (“il Senato è eletto su base regionale”) abbiamo una legge elettorale che ogni volta rischia di non dare una maggioranza certa al Senato. Abolendolo, l’attuale legge elettorale diverrebbe niente male,
  • con una legge elettorale maggioritaria, qualsiasi essa sia, vi è il rischio che il popolo elegga in ciascuna camera maggioranze di colore diverso.
Abolire il Senato ridurrebbe i costi non della metà, ma di un terzo. Mi accontento. In fondo abbiamo un deputato ogni 90 mila cittadini e un senatore ogni 180 mila. Riducendo della metà avremmo un deputato ogni 180 mila e un senatore ogni 360 mila.

Invece si vagheggia di un “senato delle regioni”, come se in Italia avessimo il problema di dare alla Valle d’Aosta lo stesso peso rappresentativo della Lombardia...

Si obietterà che la doppia lettura delle proposte di legge è una forma di garanzia. Vero, ma è anche una forma di deresponsabilizzazione di ciascuna camera. E che ha la nefasta conseguenza che, per evitare le lungaggini dell'iter normale, ogni legge importante viene dapprima adottata dal governo mediante un decreto, e successivamente dal parlamento mediante un voto di fiducia.

Si obietterà anche che salterebbe la rigidità della Costituzione ex art. 138. Per mantenerla si potrebbe ipotizzare due soluzioni:
  • Soluzione rigidissima: che ogni modifica della carta sia approvata dalla Camera e da alcuni consigli regionali
  • Soluzione meno rigida: che ogni modifica della carta sia approvata dalla Camera a maggioranza assoluta in due successive votazioni in due legislature consecutive, affinché fra la prima e la seconda votazione intervenga il vaglio degli elettori.
Si obietterà che è giusto che ogni ex presidente della repubblica sia un senatore a vita affinché goda dello status e delle tutele dei parlamentari. Basta mettere in costituzione che ogni ex presidente gode delle stesse immunità dei deputati (o addirittura di immunità maggiori), ma non del seggio.

Semplice, no?

martedì 26 aprile 2011

Considerazioni sul divieto di ricostituzione del partito fascista

Il divieto di ricostituire il partito fascista, o ipoteticamente qualsiasi altro partito, mi ha sempre convinto poco. Per queste ragioni:
  1. Rinneghiamo i nostri principi? Un ordinamento che s'ispira a libertà e democrazia rinnega se stesso se vieta a taluni di godere di quei diritti. Riguardo alla libertà, chi crede nel fascismo non è libero di proporre alla gente quell'ideologia, e riguardo alla democrazia, il demos non è libero di sceglierla.
  2. Proibiamo il fascismo; e gli altri? Se anche ammettessimo che in quanto liberali e democratici non dobbiamo ammettere le organizzazioni che professano l'abbattimento di quei principi (non si tratta da amico il nostro nemico), avremmo dovuto applicare quel principio ad ogni partito che si proponeva ciò, a cominciare dal partito comunista, come avvenne in Germania e in Svizzera.
  3. Chi dà patenti di democraticità? Se anche ammettessimo che non si può fare di tutt'un erba un fascio, ma che si dovrebbe valutare caso per caso, e che il PCI poteva dimostrare -per storia e per altre circostanze- di essere un partito democratico a tutti gli effetti, chi potrebbe stabilire l'ammissibilità o meno di un'organizzazione? Simili decisioni non potrebbero di certo essere demandate ai tribunali.
  4. Vieti il PNF e arriva l'MSI. Basta appunto cambiare nome e ragione sociale per eludere la norma. Ricordiamo che l'MSI s'ispirava al Manifesto del Congresso di Verona del PFR. Vogliamo credere che il forzato rebranding del partito fascista ne abbia disinnescato il potenziale eversivo?
  5. La storia non si ripete. Se lo scopo della norma è quello di prevenire lo sviluppo di un ipotetico partito che ci imporrebbe un regime autoritario, esso, qualora avvenisse, non si chiamerebbe fascismo, ma avrebbe nomi e forme diverse: parafrasando Marx, la costituzione ci ripara oggi solo dal ripetersi della storia in farsa. A riprova di ciò basti il fatto che quella norma (e quella sull'apologia di fascismo) hanno perseguito solo gruppuscoli insignificanti che di certo non hanno mai posto (e né porranno) nessuna minaccia alla democrazia.
  6. Come si difende la democrazia? Risposta: praticandola. In altre parole, è da ingenui pensare che la nostra democrazia e la nostra libertà restino ciò che sono perché in un pezzo di carta c'è scritto che è vietato tornare al fascismo. Se fosse così semplice, come osservò a suo tempo il deputato radicale Mauro Mellini, oltre a scrivere in un pezzo di carta che la Loggia P2 è sciolta si potrebbe scrivere che pure la mafia lo è...
  7. Che cosa si vieta? Se un domani ci sarà un colpo di stato fascista, esso ci sarà anche se la costituzione lo vieta. Viceversa la norma vieta a chi vuole fare politica fascista alla luce del sole e con mezzi democratici. Inoltre ciò che si vuole prevenire (colpi di stato, svolte autoritarie, violenze delle squadracce, limitazioni alla libertà) è già proibito da altre norme, e chi tentasse atti concreti di sovversione verrebbe perseguito.
  8. Perché abbiamo quella norma? Questo è un punto importante da chiarire, perché oltre alle considerazioni di cui sopra, la vera motivazione storica per cui quella norma è presente in Costituzione è un'altra. È che ciò ci fu imposto dagli Americani, prima all'art. 30 dell'Armistizio di Cassibile:
    Tutte le organizzazioni fasciste, compresi tutti i rami della milizia fascista (MVSN), la polizia segreta (OVRA) e le organizzazioni della Gioventù Fascista saranno, se questo non sia già stato fatto, sciolte in conformità alle dispozioni del Comandante Supremo delle Forze Alleate. Il Governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l'abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista, il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e dell'insegnamento fascista.
    e poi all'art. 17 del successivo trattato di pace:
    L'Italia, la quale, in conformità dell'articolo 30 della Convenzione di Armistizio, ha preso misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà, in territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni, siano esse politiche, militari o militarizzate, che abbiano per oggetto di privare il popolo dei suoi diritti democratici.
  9. Il fascismo fu un male assoluto tale da giustificarne oggi un espresso divieto? Suvvia, siamo onesti con noi stessi e guardiamo in faccia la realtà. Il fascismo arrivò perché il paese aveva preso una china opposta altrettanto -se non di più- pericolosa. E il popolo italiano lo accettò quale male minore. Quindi se noi vietiamo ciò che ipoteticamente il popolo potrebbe tornare a volere, noi vietiamo al popolo di poter volere qualcosa. Si dirà: a quello servono le costituzioni rigide. Mi permetto di dissentire: la rigidità serve unicamente a prevenire che un cambio di maggioranza temporaneo possa approfittare dei propri mezzi parlamentari per conculcare i diritti costituzionali. O per farlo a dispetto del volere ultimo del popolo, che può rifiutare le modifiche costituzionali per via referendaria. Ma se detta maggioranza viene confermata più volte dal popolo si pone un'evidente contraddizione, giacché la costituzione non sarebbe più democratica. A quel punto si veda il punto 6.
    Può darsi che in un futuro (chi può dirlo?) l'Italia evolva verso una forma di neo-autoritarismo (secondo taluni il berlusconismo lo è). Pensare di difendere lo status quo mediante un pezzo di carta è illusorio.
In conclusione la XII disposizione (non) transitoria e finale della Costituzione è inutile oltre che ingiusta. Volerla abolire oggi di per sé è tutt'altro che scandaloso. In pratica però ogni proposta in tal senso viene bollata essa stessa di fascismo, e tutto finisce in caciara.

venerdì 1 aprile 2011

Così non si fa

Questa è un'ingerenza. Leggo su Repubblica che Napolitano "chiama al Quirinale tutti i capigruppo e senza giri di parole gli spiega che così non si può andare avanti." L'articolo continua dicendo che Napolitano avrebbe convocato i capigruppo parlamentari "rispettando il suo ruolo istituzionale. Non vuole forzature. Tant'è che prima di tutto avverte il suo interlocutore diretto a Palazzo Chigi: Gianni Letta."

Certi articoli, certi comportamenti, così come certi non comportamenti da parte dei capigruppo, che accettano quest'atto d'imperio del titolare ultimo del potere esecutivo, ancorché solo formale, senza mandare pubblicamente Napolitano a quel paese, magari ricordandogli che lui può convocare il presidente del consiglio, ma non può certo permettersi di convocare membri del parlamento, fanno cascare le braccia.

In soldoni il nostro sistema istituzionale prevedeva il Re quale titolare del potere statale. Successivamente fu istituito il Parlamento quale organo con cui il Re doveva fare i conti (leggasi: ottenerne la fiducia ed eseguire le leggi da questo deliberate) per poter governare. Oggi la figura del Re è stata sostituita da quella del Presidente della Repubblica, che altro non è che un monarca repubblicano.

Se il Presidente della Repubblica convoca i capigruppo, sempre detto in soldoni, avviene che il capo supremo del potere esecutivo convoca i capi del potere legislativo. Non a caso la Costituzione stabilisce che Presidente e Parlamento possono interloquire mediante lo strumento del "messaggio alle camere".

Invece leggo che Letta "viene informato della intenzione di svolgere una "ricognizione diretta". Una procedura "istituzionale" ma inevitabile". No, la procedura non è "istituzionale e né è inevitabile. Di evitabile c'è solo il comportamento di Napolitano.

Oh, intendiamoci, invitare Cicchitto e colleghi a prendere un tè al Quirinale non è reato. Ma di strappo in strappo si finisce per rendere i confini istituzionali molto grigi, quando invece le cose devono essere bianche o nere. Si creano precedenti che un giorno potrebbero essere citati per sostenere cose inaccettabili.

Sarebbe stato opportuno che Cicchitto (e colleghi) avesse avuto i coglioni (nel senso degli attributi e non in quello dei cittadini del presente 'stan) di ricordare a Napolitano di stare al proprio posto, e di non interferire nella dialettica parlamentare, che sarà di certo parecchio, anche troppo, animata in questi giorni, ma che è DE-MO-CRA-ZIA.