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martedì 17 dicembre 2013

La più ampia maggioranza mai vista nella storia repubblicana - 2

Nei giorni scorsi il governo Letta ha ottenuto un nuovo voto di fiducia in seguito al cambio di maggioranza (il passaggio all'opposizione dei gruppi parlamentari del PDL). Peccato nessuno si sia soffermato su di un fatto del tutto evidente:
il governo Letta dispone oggi di una maggioranza più ampia di quella avuta da qualsiasi governo Berlusconi
Ed è pure, per citare le parole dello stesso Letta, una maggioranza più compatta e coesa. Cioè, tradotto in un italiano semplice, ha i numeri per far passare tutto, comprese le riforme costituzionali, senza bisogno di negoziare con alleati che remano contro. Perché NCD e centristi non sono oggi in condizione di mettere il veto su nulla, a meno di volersi suicidare politicamente, visti i sondaggi. E non ha neanche bisogno di negoziare con Grillo, come invece sta cercando di fare Renzi: se vuole fare riforme buone, che le approvi a colpi di maggioranza, per usare un lessico di sinistra. Se sono buone, gli Italiani le confermeranno in sede di eventuale referendum. Se invece Renzi e Letta hanno la coda di paglia e intendono fare riforme mediocri, ma solo con le opposizioni per far sì che un referendum non sia possibile, allora è un altro discorso.

I numeri: alla Camera il governo Letta ha ricevuto la fiducia di 379 contro 212. Il governo Berlusconi del 1994 ebbe 304-245, quello del 2001 ebbe un 351-261, quello del 2008 ebbe un 335-275. Al Senato il governo Letta è passato con 173-127, mentre il governo Berlusconi del 1994 ebbe un 159-153, quello del 2001 ebbe un 175-133 e quello del 2008 ebbe un 173-137. I voti presi in considerazione sono quelli delle prime fiducie, quelle più "numerose".

mercoledì 22 febbraio 2012

Il superficialismo buonista

Ciclicamente riaffiora la proposta di dare la cittadinanza a tutti gli stranieri nati in Italia oppure quella di accorciare i tempi per ottenerla agli immigrati. I fautori sono generalmente dei buonisti assai superficiali, ma che si dicono d'accordo in base a un istinto egalitarista tipico di quelli che votano a sinistra.

Il problema è che costoro non si chiedono né quali potrebbero essere le conseguenze del dare la cittadinanza a chi non ha un'origine italiana (e quindi non ha necessariamente la stessa origine culturale, religiosa, sociale, o detto in altre parole non viene dalla nostra comunità) e né si chiedono quale sia il problema, e se vi sia un problema, del non avere il passaporto del paese in cui vive.

Svelo qui un primo segreto ad usum coglionorum:
Si può vivere da stranieri in un paese senza per questo essere discriminati
Ho letto altrove di una madre che si lagnava del fatto che al figlio, durante una partita a pallone, era stato rivolto l'epiteto "africano di merda", e che il figlio, non avendo ancora la cittadinanza italiana, non aveva potuto ribattere, ma si era sentito discriminato.

Inutile dire che anche quel fatto è stato portato a sostegno della necessità di dare la cittadinanza secondo lo ius soli (o di renderne l'acquisizione più veloce agli immigrati).

Svelo qui un secondo segreto ad usum coglionorum:
Anche se il ragazzo fosse stato cittadino italiano si sarebbe beccato l'epiteto "africano di merda"
E la cosa lo avrebbe ferito ugualmente, con o senza passaporto italiano.

I buonisti superficiali, che tipicamente leggono Il Post, sentendosi moderni, liberali e "progre" rispetto ai conservatori bigotti e reazionari, citano talvolta Oriana Fallaci, com simbolo di un'intolleranza negativa da superare. Citano poi Tiziano Terzani: "lui sì che diceva cose equilibrate".

Leggere cose buone fa sentire meglio che leggere amare verità. Ma non aiuta né ad andare al fondo delle cose, né a risolverle, né quindi a fare le scelte giuste.

Ma oltre a ciò c'è un'altra ragione per cui ho citato la Fallaci: perché lei era coerentemente un esempio del fatto che si può vivere da stranieri. Lei infatti visse per oltre quindici anni a New York senza avere il passaporto americano. E non se ne lagnava.


PS: segnalo quest'illuminante articolo di Enzo Reale, Il Sofrismo for Dummies.

mercoledì 14 dicembre 2011

Credibilità e autorevolezza

Se la sinistra italiana fosse altrettanto brava nel governare quanto lo è nel fare i giochi di parole dovremmo farla governare sempre. Hanno basato la loro propaganda contro Berlusconi quale capo del governo sul fatto che non fosse né credibile né autorevole, verso i mercati e verso i partner europei. Tito Boeri arrivò fino al punto di teorizzare la mancanza di credibilità e autorevolezza quale causa del differenziale fra lo spread BTP-BUND e quello BONO-BUND.

Effetto Monti. Arriva, e per un po' lo spread resta alto, poi cala, però poi risale. E ciò nonostante i vertici europei in cui viene lodata la competenza, la credibilità, l'autorevolezza e tutto il resto degli aggettivi usati dalla propaganda.

Ma allora cosa è andato storto? In realtà nulla. Il fatto è che la sinistra ha spacciato la credibilità e l'autorevolezza personale per la credibilità e l'autorevolezza politica. Mentre la prima è la capacità di essere creduti e di convincere nei rapporti interpersonali, la seconda è la capacità di essere creduti e di convincere quando uno si assume degli impegni politici a nome del partito o paese che rappresenta. Se per la prima basta un sobrio professore universitario, per la seconda occorre un leader che comandi nel partito, in parlamento e/o nel paese. E va da sé che, se la prima aiuta (ed è bene averla, come in passato Berlusconi si vantava), la seconda è quella che conta.

Se Berlusconi aveva perso la prima, di certo, transfughi e ribaltoni a parte, aveva e ha tuttora la seconda. Mentre invece Monti ha la prima, ma, a prescindere dall'ampia maggioranza che lo sostiene (questa sì la più grande maggioranza nella storia della seconda repubblica), viste le difficoltà che ha a far passare la manovra, non ha la seconda.

Monti ha una sola arma: la minaccia delle dimissioni. Ma è un'arma spuntata, dato che è una carta che può giocare una sola volta, massimo due. E occorre saperla utilizzare: Monti, per quanto intelligente e consigliato, è pur sempre un dilettante della politica allo sbaraglio, un vaso di coccio in mezzo a dei vasi di ferro. Che ora lo stanno logorando (era così difficile prevederlo?).

Vedremo come andrà a finire. La partita è aperta, e Monti ce la può ancora fare, specie se la paura della crisi indurrà il paese a fare i sacrifici richiesti. Ma qualora dovesse ripresentarsi in Europa con una finanziaria annacquata da troppi compromessi il gioco di parole sarà evidente a tutti.

In politica è credibile e autorevole chi comanda, e comanda chi ha i voti. Qualcuno, dopo aver tifato per l'arrivo di Super-Mario-Deus-ex-Machina, adesso comincia ad accorgersene.

martedì 25 ottobre 2011

Note su debito e spesa pubblica

Una delle più sterili discussioni avviene quando i fan della sinistra sostengono che Prodi avrebbe messo i conti in ordine, mentre invece Berlusconi li avrebbe "scassati" (per usare le parole di Bersani).
Quando però si chiede in virtù di cosa, di quali provvedimanti, successi ed insuccessi sarebbero avvenuti, nessuno è in grado di dirlo. Perché, sia chiaro, la spesa pubblica aumenta o diminuisce non tanto per buona o cattiva gestione, ma perché vengono approvate leggi che la fanno aumentare o diminuire.

L'errore che viene comunemente fatto è quello di prendere il debito e la spesa pubblica come percentuale del PIL: così facendo basta che sia il PIL ad aumentare o diminuire per cambiare le cose. Come in questo grafico (fonte: Eurostat):



Se prendiamo il debito pubblico come percentuale del PIL esso è diminuito. Ma la ragione è che negli anni in cui è diminuito è il PIL ad essere aumentato. Infatti se prendiamo il debito in valori assoluti:


E qui è in valori assoluti, ma paragonato al debito di Germania, Francia e Spagna:


Il grafico seguente (fonte: BCE) mostra la spesa pubblica (in miliardi di Euro) in valori assoluti dal 1980 ad oggi:


Come si vede, ci sono degli anni in cui rallenta a cui seguono dei picchi che riportano la crescita a un'inclinazione costante. In particolare, durante la legislatura 1996-2001 (governi Prodi, D'Alema e Amato, con Ciampi e Visco), questa fu la spesa:

1997 - 527.045
1998 - 534.337
1999 - 542.566
2000 - 549.009
2001 - 598.977

Ovvero la spesa crebbe poco dal 1997 fino al 2000 (solo 22 miliardi di euro), ma in un solo anno, dal 2000 al 2001 crebbe di 49 miliardi. Quali furono le ragioni (spese posticipate, incassi anticipati, rinnovi dei contratti dei dipendenti, etc.) è cosa che lascio a chi voglia andare ad analizzare i dettagli delle maggiori spese e le loro cause. Quello che conta è la tendenza di lungo periodo.

Un'ultima osservazione: nel quinquennio dell'Ulivo la crescita della spesa pubblica diminuì, salvo poi aumentare di molto l'ultimo anno. Anche in questi ultimi anni il governo è riuscito a diminuire la crescita, e nel 2010 la spesa pubblica è addirittura diminuita rispetto all'anno precedente:


Questo grafico del FMI mostra anche la proiezione per gli anni futuri fino al 2015: come si vede, a meno di non fare riforme strutturali (delle pensioni, della sanità, del pubblico impiego, etc.), a periodi di risparmi seguono periodi in cui la spesa aumenta vanificando i risparmi precedenti.

mercoledì 12 ottobre 2011

La gioiosa macchina da guerriglia

È certamente cosa lecita ipotizzare che quando il governo va sotto dietro ci siano non delle mere assenze casuali, ma delle assenze volute. Che quello sia lo scenario da approfondire non toglie il fatto che sarebbe bastato un deputato in più rientrato in aula qualche secondo prima per parlare oggi d'altro.

Come ho scritto in un articolo precedente, quando un governo ha un margine di una trentina di deputati è statisticamente facile mandarlo sotto. Basta che i ministri stiano facendo altro, che dei deputati siano in missione, etc. etc.

Se poi a tutto ciò si aggiunge la tecnica dell'opposizione di presentare centinaia di emendamenti, inutilissime mozioni, richieste di verifica del numero legale e quant'altro i regolamenti parlamentari permettono, l'opposizione nei fatti ha il potere di rallentare -e di molto- il processo di approvazione delle leggi.

Nello specifico ieri le cose sono andate così:
Il trucco di Giachetti, deputati nascosti prima del voto
Tre democratici in corridoio, rientrati per la conta decisiva

Roma, 11 ott. (TMNews) - Il giochetto di Roberto Giachetti: non è uno scioglilingua ma un piccolo tranello orchestrato ai danni della maggioranza dal segretario d'aula del Partito democratico alla Camera. Pochi istanti prima della votazione che ha affondato l'articolo 1 del rendiconto finanziario dello Stato, in un'altra votazione la maggioranza se l'era cavata per pochi voti.

In quel momento, secondo quanto raccontano fonti parlamentari dell'opposizione, Giachetti aveva 'nascosto' in un corridoio tre deputati per tenere leggermente più bassi i numeri dell'opposizione e depistare la maggioranza. Quei deputati poi sono rientrati insieme in aula cambiando i numeri al momento opportuno e determinando la sconfitta della maggioranza alla presenza del presidente del Consiglio.
Questa è guerriglia parlamentare. Solo che così facendo il PD fa perdere tempo al parlamento, che dovrà votare di nuovo il bilancio, e quindi al paese.

Questo è sfascismo: qui non ci sono i diritti costituzionali in gioco, cosa che giustificherebbe quest'atteggiamento, ma c'è il legittimo desiderio di una maggioranza scelta dal popolo di dettare l'agenda politica e di approvare le leggi proposte.

Il parlamento non è una campo da battaglia dove si tenta di dare spallate al governo per avere i titoli dei giornali. Comportarsi così non è degno della leale opposizione di sua maestà. Quella che vorrebbe un domani andare al governo. E che ci deve andare solo se convince il popolo di essere migliore di chi governa oggi. Ma essere leali è incompatibile col sabotare l'indirizzo politico della maggioranza. Quello è un comportamento sleale.

Il PD deve scelgiere una buona volta se vuole essere un partito di lotta o un partito di governo: Berssani & Co. avrebbero fatto una figura migliore se avessero fatto uscire qualche deputato dall'aula, e avessero poi rivendicato il merito di aver fatto passare il bilancio, a fronte di una maggioranza incapace di portare i suoi in parlamento.

Invece ancora una volta hanno preferito giocare la carta dello sfascismo, del tanto peggio tanto meglio. E purtroppo non è una mera scelta errata del gruppo dirigente del PD, ma un retaggio culturale dell'ex-PCI, abituato a usare la piazza come un luogo dove celebrare un rito che evocasse la rivoluzione di popolo contro l'ordine costituito.

E quel che è peggio è che il popolo della sinistra incoraggia questo tipo di comportamento: infatti ogni volta che la maggioranza approva una legge particolarmente sgradita sono pronti numerosi gruppi di elettori "indignati" che rinfacciano questa e quell'assenza in aula di deputati dell'opposizione e che chiedono a Napolitano di farsi loro complice non firmandola.

Occorre purtroppo prendere atto che il centrodestra si trova ancora, a 17 anni di distanza, a fronteggiare uno schieramento, in parlamento e nel paese, che ha la mentalità della gioiosa macchina da guerra. Solo che oggi, confinata all'opposizione in parlamento, è solo una gioiosa macchina da guerriglia.

martedì 4 ottobre 2011

Dimissioni? Perché mai?

Cercate "cacciare il governo", e Google vi troverà ben un milione e trecentomila occorrenze. Oggi financo Confindustria intima che il governo in carica, o fa quello che gli industriali chiedono, oppure se ne deve andare. La richiesta è poi ripetuta dai tre maggiori giornali italiani (Corriere, Repubblica e Stampa), e dalla blogosfera tutta.



Fonte: Il Foglio

Pare che rispettare le regole del gioco e aspettare le prossime elezioni, che saranno al più tardi fra diciassette mesi, sia un qualcosa di insostenibile. Che oggi saremmo sull'orlo del baratro, e che se non cambiamo guida nel baratro ci cadremo per davvero. Che il nuovo governo che sostituirebbe l'attuale sarebbe in grado di fare tutte le riforme che la maggioranza del Caimano si ostina a bloccare.

Stupisce il fatto che a nessuno venga in mente una semplice considerazione di buon senso: che le riforme le fa il parlamento e non il governo. E che questo parlamento non ha nessuna intenzione di farle, perché ritiene che la maggioranza degli elettori  non le voglia.

Quindi chi vuole cacciare questo governo dovrebbe invocare le elezioni anticipate. Allora Bersani dice
Berlusconi faccia come Zapatero, "o si va a votare subito o si trova lo spazio di una soluzione transitoria in netta discontinuita' con il passato". Per Bersani il premier "dovrebbe andare al Quirinale e rimettere il mandato nelle mani del Presidente Napolitano"
Il problema è che Bersani racconta balle: Zapatero non si è dimesso. Egli un giorno è andato dal Re di Spagna e gli ha chiesto di sciogliere le camere, cosa che, ai sensi dell'art. 115 della Costituzione Spagnola, il Re ha fatto:
El Presidente del Gobierno, previa deliberación del Consejo de Ministros, y bajo su exclusiva responsabilidad, podrá proponer la disolución del Congreso, del Senado o de las Cortes Generales, que será decretada por el Rey. El decreto de disolución fijará la fecha de las elecciones.
Per cui il governo Zapatero è rimasto nel pieno dei suoi poteri, e ha solo fissato a suo piacimento elezioni anticipate a sorpresa.

Volete che Berlusconi faccia lo stesso? Non si direbbe. Quando a luglio 2010 i finiani uscirono dalla maggioranza a Berlusconi fu detto che Napolitano non avrebbe concesso le elezioni anticipate, ma che avrebbe cercato di salvare la legislatura, che Berlusconi avrebbe dovuto prima dimettersi, che il Presidente della Repubblica avrebbe tentato la strada di un governo di transizione/tecnico/di-unità-nazionale (o altre formule di fantasia per infinocchiare la gente), etc. Ovvero, a Berlusconi fu fatto capire che avrebbero cercato di fargli le scarpe in parlamento con un ribaltone, altro che dare la parola al popolo. Di qui la contromossa di inglobare i "Responsabili". Che altro poteva fare?

Si dirà: ma Zapatero, oltre alle elezioni anticipate, ha annunciato che non si ricandiderà, e quelle sono dimissioni di fatto. Ma anche Berlusconi ha detto che il prossimo candidato premier sarà Alfano. Quindi ha fatto come Zapatero. Manca solo lo scoglimento delle camere. Ma quello è la sinistra a non volerlo.


Aggiornamento - La Repubblica ha appena messo come prima notizia delle dichiarazioni di Tremonti:

Alla domanda dei giornalisti poi su perché la Spagna paghi meno interessi dell'Italia sul debito, risponde che "potrebbe dipendere dall'annuncio di elezioni anticipate". E allora perché non fare lo stesso? "Ho detto così per dire", ha risposto sorridendo il ministro.
Ovvero si persevera nell'equivoco: Berlusconi, anche se lo volesse, non potrebbe indire elezioni anticipate senza il consenso di Napolitano. E secondo molti costituzionalisti il consenso del Presidente della Repubblica è subordinato al venir meno di una maggioranza in parlamento.

mercoledì 28 settembre 2011

Non esistono riforme "a costo zero"

Una delle balle ricorrenti nel libero stato del Coglionistan è che in questo periodo di difficoltà finanziarie si possa fare delle riforme "a costo zero", cioè che non incidono sui conti pubblici e che invece generano sviluppo.

Ma se davvero non costano niente, perché non vengono fatte? Credete che i nostri governanti siano financo incapaci di raccogliere le centinaia di suggerimenti che gli arrivano?

There is no free lunch, diceva un noto economista. Qualcuno che paga c'è sempre. Anche se la riforma viene definita per fare propaganda "a costo zero".

Un esempio: l'avvocatura. Benché liberalizzare gli accessi alla professione, le tariffe, la pubblicità, permettere il patto di quota lite e la strutturazione degli studi legali in società di capitali potrebbero essere misure condivisibili, gli avvocati finirebbero per pagare un prezzo. Per quale motivo credete che  si oppongano, perché sono dei cattivi che fanno la bella vita come dei parassiti sulle spalle della società che suda?

Di più, se duecentoconquantamila e passa avvocati oggi si spartiscono il "mercato" della rappresentanza in giudizio e della consulenza stragiudiziale, dato che la domanda di ciò più di tanto non può crescere (ed anzi è bene che non cresca), non potrà crescere l'offerta, che è anzi già alta, al punto che Giavazzi e Alesina sul Corriere hanno chiesto il numero chiuso a Giurisprudenza (il che sarebbe un modo surretizio di tornare ad un'avvocatura a numero chiuso, come prevedeva un tempo la legge, senza violare la Costituzione).

Liberalizzare le tariffe? In teoria una buona cosa, ma esse sono già basse. Andate a parlare con un avvocato in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, e vi arriverà un conto per centinaia di dollari l'ora. Permettere la pubblicità? Ottimo, ma i relativi costi in ultima analisi verranno scaricati nella notula che pagherete.

La liberalizzazione dell'avvocatura, più che una misura per lo sviluppo è una questione di pari opportunità fra outsiders e insiders, con i primi che spingono affinché ciò avvenga e i secondi che difendono le loro fonti di reddito, con cui mantengono se stessi e le loro famiglie.

Se si liberalizza l'avvocatura ci saranno sì opportunità, ma si sappia che una delle conseguenze sarà che certi studi legali chiuderanno, che certi avvocati diverranno disoccupati, che i giovani in teoria potranno aprire il loro studio, ma che in un mercato saturo faranno fatica a trovare i clienti, che taluni giovani pur di entrare in uno studio affermato finiranno per pagare di tasca loro il tirocinio, e che l'avvocatura diverrà un business come un altro, con licenziamenti, mobilità, prezzi di mercato, che potrebbero essere alti o bassi.

Messa così siete disposti a pagare il costo della riforma?

mercoledì 31 agosto 2011

Dov'è la festa? E cosa si festeggia?

Una discussione sorta sulla questione dell'accorpamento delle feste civili (si veda qui e qui ) mi ha indotto a scrivere quanto segue, al fine di chiarire una volta per tutte il mio pensiero:

Se tu dici a qualcuno che è fascista o nazista, evidentemente lo stai insultando, dato che attribuisci alla sua persona, alle sue idee, ciò che la nostra società considera comunemente fra i peggiori disvalori umani. Eppure questi epiteti originariamente non erano insulti: se uno li avesse rivolti negli anni trenta sarebbe stato come dire oggi leghista o socialdemocratico, per dire.

Allo stesso modo c'è un significato originario del 25 Aprile, che è la vittoria militare degli Americani sui Tedeschi con ciò che ne conseguì: la pace, il cambio di regime (da una dittatura social-nazionalista a una democrazia occidentale) e il passaggio dalla sfera d'influenza tedesca (nazista) a quella americana. E c'è un significato d'uso comune, che ha trasformato quanto sopra nella celebrazione della resistenza rossa contro, non solo il fascismo, ma ciò che in seguito si è ad essa e alle sue aspirazioni frapposto, impedendo la presa del potere ai partiti espressione della stessa ideologia: il MSI, la DC, i partiti laici, poi i Radicali, poi il PSI di Craxi, fino a Berlusconi oggi. Al punto che andare a celebrare il 25 Aprile in un cimitero di soldati americani (gli USA in effetti fanno parte della suddetta lista) è considerata una provocazione.

Chiedere l'abolizione del 25 Aprile significa quindi, non tanto chiedere l'abolizione della ricorrenza che celebra la fine della guerra e il ritorno dell'Italia nell'occidente, nonché il sacrificio di soldati e partigiani che persero la vita per darci la libertà, ma significa smettere di celebrare una supposta guerra di popolo che negli auspici delle sue supposte avanguardie avrebbe dovuto determinare il passaggio dell'Italia, non "a occidente" ma "a oriente". E significa smettere di celebrare il rancore che è derivato dalla vanificazione di quegli obiettivi.

Detto questo, smettiamo anche una volta per tutte di dire che prima era una festa condivisa, e che è stato Berlusconi, sdoganando AN, a rompere le uova nel paniere: anche quello è un basso tentativo dialettico di legittimare una celebrazione che, per quel che è divenuta, non sta in piedi.

È sufficiente citare un passo dell'odiato Giampaolo Pansa, tratta dal libro La Grande Bugia a pagina 102:
«La sconfitta del Fronte nelle elezioni del 18 aprile aveva esasperato i partigiani comunisti. Sette giorni dopo il voto, ossia il 25 aprile 1948, accadde l'impensabile. A Milano si stava celebrando la liberazione. Tra gli oratori c'era Parri, accanto a Luigi Longo. I comunisti cominciarono a fischiarlo, per impedirgli di parlare. Allora Parri interruppe il discorso e scese dal palco. Lo riprese poi, e soltanto per le insistenze di Longo.»
Capito? Il 25 Aprile 1948 (e non 1994) fu impedito di parlare persino a Ferruccio Parri, antifascista, partigiano, nonché capo del primo governo dopo la liberazione, e non certo uomo di sdoganamenti o revisionismi.

Ecco, credo che queste mie parole bastino a spiegare perché la maggioranza degli Italiani non si riconosce nelle celebrazioni, di cui legge e vede i resoconti su giornali e tv, che hanno egemonizzato il 25 Aprile al punto da esserne divenute a pieno titolo l'essenza stessa. Se essa non è la festa di tutti gli Italiani, è legittimo chiederne l'abolizione.

lunedì 29 agosto 2011

L'Unità: sciocchezze estive

Non perdetevi il dossier i 10 anni di Berlusconi che hanno causato il declino di Michele Prospero (e altri geni dell'economia) pubblicato dall'Unità.
Già il titolo indica un supposto rapporto di causa ed effetto fra il declino e chi ha governato. Solo che Prospero & co. si limitano ad affermarlo senza dimostrarlo. Direte: ma se in un paese le cose vanno male è chi lo governa a doverne rispondere. Vero. Ma chi governa l'Italia? La risposta giusta è "l'insieme delle leggi vigenti". Continuiamo a leggere il dossier dell'Unità e capirete dove voglio arrivare.
Prospero scrive:
Di politiche economiche ed industriali neanche l’ombra.
Ma da che mondo viene?  Lo sa il Sig. Prospero che in un paese a libero capitalismo non è compito dello stato fare politiche industriali? Che per quello ci sono i privati imprenditori? Peggio ancora fa quando evoca la:
pretesa di prospettare un capitalismo che si autogoverna con imprenditori saliti al potere e fa a meno della mediazione politica
Dove per mediazione politica forse inconsciamente intende le mazzette a Penati e il sistema delle coop...
Andiamo avanti: in un articolo del dossier è un tale Ronny Mazzocchi (è lui?) a sostenere l'accusa nei dettagli. Egli dice che in Italia ci sarebbe bisogno di:
una ristrutturazione non solo della struttura produttiva, ma anche dei modelli organizzativi e manageriali
E chi dovrebbe ristrutturare caro Mazzocchi se non le imprese stesse? Mica è compito dei politici dettare alle imprese strutture produttive e modelli organizzativi e manageriali. Almeno non in una società libera.
Altra perla:
Si è fatta così largo la concezione semplicistica per cui la crescita economica si sarebbe ottenuta se tutti avessero prodotto di più
Sì caro Mazzocchi: se la produttività (la produttività e non la produzione) cresce, cresce il paese. Poi aggiunge:
La crescita di una economia, infatti, dipende dalla nascita di nuove imprese, dall’aumento della dimensione di quelle già esistenti e dal progresso tecnologico.
Quest'affermazione può essere condivisibile: sono tre fattori che possono determinare crescita. Mazzocchi dice che in Italia le cose vanno male perché le aziende non crescono e non fanno ricerca. E addossa la responsabilità a un supposto modello "piccolo è bello" voluto dal governo Berlusconi.

A parte il fatto che quel modello è parto della sua fantasia (di Mazzocchi), la realtà è che le imprese non crescono, perché il diritto del lavoro le scoraggia a farlo, dato che se un'impresa ha più di 15 dipendenti perde il diritto di licenziare i collaboratori. Poi inizia a trovarsi i sindacati in azienda. E perché il costo del lavoro è alto. E viene negoziato a livello nazionale. E le imposte sulle società e il livello delle imposte in generale deprime il settore privato. E perché la burocrazia è un ostacolo.

È ovvio che in un contesto del genere ci sono potenziali imprenditori che preferiscono investire nel mattone invece che creare ricchezza. È ovvio che chi cerca di stare sul mercato ricorre a precari. È ovvio, ma non lo è a Mazzocchi.

Passiamo ora ad un altro articolo dell'Unità. Ecco il titolo (non ridete):
Sondaggi: il Pdl crolla superato dal Pd al 25%
Non so se avete notato: l'Unità canta vittoria perché il PD è al 25%. Alle elezioni del 2008 (perse) prese il 33%, a quelle del 2006 (quasi perse) la lista L'Ulivo (precursore del PD) prese il 31% e altrettanto presero DS e Margherita a quelle del 2001 (perse).

Ovviamente il calo dei consensi del PDL è dovuto alla crisi economica, dalle misure impopolari in discussione in questi giorni e soprattutto dall'aumento delle tasse. Ma il problema è che quei consensi non stanno andando al PD. Vanno in astensione o al terzo polo. Che per ora pare non abbia nessuna intenzione di allearsi col centro-sinistra. E che se rimarrà "terzo" polo alle prossime elezioni, o darà agli elettori l'impressione di poter vincere oppure verrà cannibalizzato, soprattutto dal centro-destra.  E ai giornalisti e ai lettori dell'Unità resterà il ricordo di un paio di colpi di sole presi nel mese di agosto 2011.

venerdì 15 aprile 2011

Quando il governo va sotto

Nel Coglionistan i giornali sono soliti mettere in evidenza, e se del caso rallegrarsi, quando il governo va in minoranza in certe votazioni in Parlamento. Distinguiamo: può capitare che una parte della maggioranza voti con l'opposizione, e allora trattasi di un fatto più che legittimo, diciamo fisiologico, in una democrazia parlamentare. Ma capita che l'esito a sorpresa sia frutto di ostruzionismo, imboscate, assenze, errori e disfunzioni varie. Nel qual caso non si capisce proprio di che le opposizioni di turno e i loro scherani si rallegrino: trattasi solo di incidenti di percorso che tutt'al più fanno perdere tempo, dato che la maggioranza può in ogni momento votare di nuovo e ribaltare il risultato.

In democrazia vi sono la maggioranza e la minoranza. Esse sono tali per volere del popolo, e solo il popolo può invertire i fattori. Naturalmente ciò non significa che i parlamentari abbiano un vincolo di mandato, ma significa che chi si propone di essere maggioranza a legislatura in corso ha il dovere democratico (ripeto: democratico, non legale) di usare questi incidenti di percorso per mostrare al paese che il governo non ha più la maggioranza in parlamento e quindi invocare elezioni anticipate al fine di avere loro un mandato popolare.

La nostra sinistra ha invece la brutta abitudine di usare questi incidenti per dare, usando il loro lessico, una "spallata" al governo. In altre parole l'agguato in parlamento vale quanto il colpo di piazza, le occupazioni di edifici pubblici, le inchieste giudiziarie, gli appelli al presidente della repubblica affinché non controfirmi leggi o decreti, mozioni del CSM o sentenze della Corte Costituzionale. Infatti tutte queste azioni hanno una cosa in comune: si pongono contro il volere del popolo e mirano a impedire alla maggioranza di governare.

Andando poi nello specifico, quando il governo va sotto in parlamento a causa di "incidenti di percorso", ciò perlopiù avviene perché la maggioranza è al governo, mentre l'opposizione non ha null'altro da fare che stare in parlamento. Infatti una parte della maggioranza 50-60 persone sono membri del governo (ministri o sottosegretari), mentre gli altri "curano" i rapporti con le constituencies (elettori, lobbies varie...).

A fronte di ciò l'attività parlamentare è fatta di votazioni spesso inutili su improbabili lunghe liste di emendamenti presentati dalle opposizioni, su mozioni non vincolanti, su approvazioni di processi verbali, su continue verifiche del numero legale e quant'altro. Se consideriamo che il premio di maggioranza alla Camera è di soli 28 seggi e (in questa legislatura) di 16 al senato, è statisticamente probabile che prima o poi capiti che i rapporti di forza in aula si ribaltino.

In Gran Bretagna la cosa viene gestita col fair play: quando un certo numero di deputati della maggioranza è assente, l'opposizione ne fa uscire altrettanti. Auspicare ciò significherebbe avere un sistema politico in cui entrambi gli schieramenti ritengano l'altro un avversario da battere secondo le regole della democrazia (scritte o meno che siano), comportandosi lealmente, e non un nemico da abbattere ad ogni costo, secondo la logica del "tanto peggio - tanto meglio".

lunedì 4 aprile 2011

Il sangue dei vinti

Il libro di Giampaolo Pansa "Il sangue dei vinti" del 2003 è ancora oggetto di polemica. Lo è stato tempo fa in questo blog d'opinione, e recentemente mi è capitato di leggerne qui.

Non saprei dire nel caso specifico del primo blog che ho citato, ma la mia impressione è che spesso chi ne dibatte, cosciente o meno di ciò, parta dai propri assunti ideologici, da tradizioni politiche o financo da esperienze, dolorose o meno, di famiglia. Ne consegue che è difficile forzarsi a dare un giudizio obiettivo, e che -ancora peggio- in molti si sono fatti un'idea del libro senza neppure averlo letto, ma basandosi sulle innumerevoli recensioni e giudizi (tutti di parte, vedi sopra) che si trovano in rete.

Fatti veri o falsi?

Io il libro l'ho letto. È una divulgazione senza pretese di alta letteratura o di accademia di fatti sino a quel momento sostanzialmente ignorati dalla storiografia. Ed è lo stesso Pansa a premetterlo nelle pagine iniziali del libro. Dunque chi l'ha letto non dovrebbe obiettare né l'assenza della citazione delle fonti a piè di pagina né altre cose che non ne fanno un libro di storia. Ad ogni modo, comunque la si pensi, lo stesso Pansa, allorché fu criticato per quei motivi da vari docenti universitari di materie storiche, li sfidò pubblicamente, loro e i loro assistenti, a trovarci delle inesattezze. La sfida non venne raccolta, pertanto si può affermare che nessuno sinora ha potuto sbugiardarlo.

Una rappresentazione distorta del contesto?

Viene poi detto che Pansa faccia iniziare la storia il 25 aprile 1945, ignorando fatti precedenti di opposta e analoga, se non peggiore, crudeltà. E che la conseguenza di ciò sia una sostanziale falsificazione della storia. Ma anche qui osservo che il libro di Pansa all'inizio di ogni capitolo racconta di quali colpe le vittime delle vendette si fossero macchiate. E oltre a ciò Pansa racconta cosa era successo in precedenza nelle zone in cui avvennero quei fatti. E che il fascismo fosse un regime è cosa nota. Così come è cosa nota la guerra e gli orrori che aveva portato.

Ogni avvenimento storico è il seguito di un avvenimento precedente che ne è il presupposto necessario. Pertanto obiettare che il libro di Pansa sarebbe scorretto perché inizia a narrare i fatti del 1945 omettendo quelli degli anni precedenti è un po' come dire che un libro sull'olocausto sarebbe scorretto se non trattasse anche dei fatti storici che portarono all'antisemitismo. Così non si dovrebbe parlare delle Fosse Ardeatine senza includere Via Rasella, né di Via Rasella senza parlare dell'occupazione tedesca, la quale non potrebbe essere trattata senza menzionare l'otto settembre, e così via fino alla notte dei tempi.

Al che qualcuno potrebbe obiettare che l'antisemitismo non può essere una giustificazione dell'olocausto. Il che è verissimo, così come è vero che il fascismo non giustifica le successive vendette. Oppure le giustifica? Allora occorre che chi brandisce l'argomento della necessità di contestualizzare quei fatti abbia il coraggio di ammettere esplicitamente ciò che esso implicitamente postula, cioè che le violenze fasciste, la guerra e l'occupazione tedesca avrebbero giustificato le successive vendette partigiane.

E l'idea per cui gli eccidi debbano essere contestualizzati va in crisi quando si nota che a compierli furono solo i partigiani rossi, e non quelli bianchi (i cattolici), verdi (Giustizia e Libertà) o azzurri (i liberali). E che anzi i partigiani rossi uccisero partigiani di altri colori (e non viceversa).

Ma allora occorre scegliere: o quei fatti sono avvenuti e possono essere narrati senza che Pansa si becchi l'epiteto di revisionista, dato che il contesto precedente li giustificherebbe, oppure quelle di Pansa sono ricostruzioni parziali, incomplete, da dilettante, senza fonti chiare, e il suo libro falsificherebbe sostanzialmente la storia. Ma come ho detto, sinora nessuno storico è riuscito a smontare il libro.

La vera questione dei libri di Pansa che agita il dibattito non è il loro contenuto, ma il fatto che i libri hanno avuto un grande successo di vendite e che l'autore ha un curriculum "rispettabile" (un giornalista che ha scritto a lungo su Repubblica e L'Espresso), che impedisce che il giudizio si limiti al dito e non alla luna. Se a scriverli fosse stato un reduce della Repubblica di Salò (come in passato avvenne) quasi nessuno se li sarebbe filati. E chi lo avesse fatto avrebbe indicato il dito, dicendo che era il dito di un fascista.

Detto questo, io ne consiglio la lettura. Perché i fatti narrati sono realmente avvenuti e non devono essere censurati, neanche per convenzione tacita. Altrimenti se la cultura della resistenza si deve basare sullo zittire gli avversari, sul negare i fatti imbarazzanti, sul fare dei partigiani un'agiografia ipocrita, ci troviamo davanti a un male simile a quello che la resistenza stessa ha combattuto. E purtroppo quello è il problema di fondo che Pansa ha scoperchiato.

giovedì 24 marzo 2011

Come vincere il referendum sul nucleare

Il governo teme che la gente, sull'onda dell'emotività causata dalle esplosioni nella centrale atomica di Fukushima, vada a votare in massa ai referendum, facendo scattare il quorum, e che voti "sì".

È di questi giorni il tentativo di metterci una pezza decretando una moratoria di un anno sul nucleare.

Ma ciò potrebbe non bastare: il referendum si terrà ugualmente, e i sondaggi dicono che la gente, fino ad ieri favorevole al nucleare, oggi è in maggioranza contraria, perché spaventata.

Che fare allora?

La soluzione ce la potrebbe offrire in questi giorni la cancelliera tedesca Merkel, che ha proposto l'embargo sul petrolio libico. Se passasse, l'Italia sarebbe il paese importatore che più ne verrebbe danneggiato, dato che metano e petrolio libico costituiscono una percentuale significativa dei nostri approvvigionamenti energetici. Oltre a ciò, l'embargo con ogni probabilità provocherebbe un aumento del prezzo del petrolio.

Quindi basta che l'Italia faccia in modo che la proposta passi, a livello europeo e a livello ONU. Non ci vorrà molto: basterà non opporsi più di tanto. A quel punto l'embargo sarà cogente anche per noi.

E qui viene il bello: il governo, al fine di limitare i danni all'economia nazionale, dovrebbe fare in modo che i conseguenti aumenti sulle bollette elettriche e del gas nonché l'aumento della benzina vengano contenuti. Come? Semplice: razionandone il consumo. Ovvero, programmando dei black out elettrici, riducendo per decreto a 17 gradi la temperatura nelle case e negli uffici riscaldati a gas, e limitando la quantità di benzina destinata al consumo privato (per esempio come negli anni 70, quando gli automobilisti erano obbligati a lunghe code ai distributori).

Davanti a tutto ciò il governo dovrà dire pubblicamente che la colpa è di chi ha spinto per la guerra e l'embargo alla Libia e del fatto che in Italia non abbiamo l'energia nucleare. Che se l'avessimo non ci sarebbero stati i razionamenti e i black out. Come dargli torto?

Qualora venisse fatto ciò i cittadini del Coglionistan il giorno del referendum soppeserebbero le loro paure giapponesi contro la concreta inconvenienza dei black out, del freddo in casa e delle code che hanno dovuto fare ai distributori. Che dite, il nucleare vincerebbe coll'80% o col 90%?

venerdì 28 gennaio 2011

In un paese normale si sarebbe già dimesso

Quante volte abbiamo letto la frase che dà il titolo a questo post? Ovviamente sapete già a cosa esso allude, ma lo scopo di quest'articolo è invece di mostrare l'errore concettuale che sta alla base di quell'affermazione.
È vero, tutti sappiamo che quando un politico, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Scandinavia, o in un qualsiasi paese che colpisca l'immaginario dell'Italiano che sogna di vivere in paesi ricchi e avanzati, viene beccato in comportamenti moralmente scandalosi, ancorché giuridicamente leciti, la sua carriera politica viene stroncata e nella quasi totalità dei casi si dimette dall'incarico che ricopre.
Il problema è che quest'automatismo (scandalo > dimissioni) è solo un'abbreviazione, che nasconde dei passaggi per noi Italiani necessari a capire il vero meccanismo e a capire la ragione per cui ciò non si verifica anche da noi.
Quando un politico anglosassone viene coinvolto in uno scandalo in realtà di per sé non accade un bel nulla. E non ne vengono chieste le dimissioni per quel motivo. S'innesca invece un meccanismo.
In primo luogo l'opinione pubblica è portata a credere a chi muove l'accusa. Da noi invece chi accusa (che sia un magistrato, un giornale o un partito avverso) è sospettato di muovere quelle accuse per partigianeria politica. Ciò incrina, in misura variabile a seconda dei casi, l'autorevolezza dell'accusa.
In secondo luogo all'estero la competizione politica è molto più serrata che da noi, dove gli schieramenti sono ancora molto ideologizzati, e dove la politica è uno scontro di trincea fra fazioni con visioni della società molto diverse fra loro. Pertanto uno scandalo all'estero muove il consenso quel tanto da determinare la certa sconfitta alle successive elezioni del politico in questione. La conseguenza di ciò è che il politico ne prende atto (da solo, o saranno i suoi danti causa a convincerlo).
Da noi le cose sono andate così nel caso di Piero Marrazzo: l'accusa era credibile, e le elezioni regionali, già sul filo del rasoio, rischiavano (come poi è accaduto) di finire male. Pertanto il PD ha fatto capire a Marrazzo che non solo non l'avrebbero ricandidato, ma che lo avrebbero pubblicamente scaricato se non si fosse dimesso da solo. E Marrazzo ha ubbidito. In realtà il meccanismo era chiarissimo per entrambe le parti che non c'è stato neanche bisogno di chiedere le dimissioni, e Marrazzo si è fatto da parte spontaneamente.
Il caso di Berlusconi è diverso. In primo luogo perché l'accusa non ha l'autorevolezza di cui sopra, ma soprattutto perché (vedi il secondo punto) gli Italiani mettono altre priorità prima della pulizia del politico, e -se del caso- lo rivotano turandosi il naso. Pertanto, se i sondaggi continuano a dare il consenso a Berlusconi, egli non ha nessuna ragione per dimettersi.

giovedì 9 dicembre 2010

La più ampia maggioranza mai vista nella storia repubblicana

Da tempo circola sulla stampa (e sui blog che la rilanciano) una leggenda metropolitana: quella che lo schieramento di centro-destra uscito dalle urne godrebbe della più ampia maggioranza in parlamento che ci sia mai stata nella storia della repubblica.

A titolo d'esempio, questa leggenda è stata ultimamente rilanciata da Marco Travaglio ("oggi, se cade il governo, è colpa di B. che non ha saputo governare con la più ampia maggioranza mai vista nella storia repubblicana") e da Matteo Renzi ("questo era il governo con la maggioranza più ampia della storia della repubblica italiana, perché dopo le elezioni del 2008 c'erano cento parlamentari di differenza; che cosa sia successo è un problema loro").

100 parlamentari di margine? È una balla
Renzi, nella sua dichiarazione al TG7 parla di una differenza di cento parlamentari. Evidentemente fa la somma di deputati e senatori della maggioranza, e li confronta con il numero degli eletti nelle liste del PD e dell'Italia dei Valori. Ragionamento doppiamente scorretto. In primo luogo perché sommare deputati e senatori non vuol dire nulla, dato che Camera e Senato votano separatamente, e quindi occorre vedere quale sia l'effettiva maggioranza in ciascuno dei due rami del parlamento. In secondo luogo perché non tiene conto che in parlamento siedono altri 46 parlamentari, quasi tutti dell'UDC, che sono anch'essi all'opposizione a pieno titolo.

La realtà è che nella legislatura attuale Berlusconi, all'indomani delle elezioni poteva contare su 518 parlamentari: 344 deputati e 174 senatori. Quindi ad ogni votazione aveva una maggioranza rispettivamente di soli 28 seggi alla Camera e 16 al Senato. Non a caso basta che alla Camera una trentina di finiani votino con l'opposizione per mandare sotto il governo.

Per riassumere e chiudere la penosa bugia basti la considerazione che alla Camera il centro-destra ha ottenuto, in virtù del premio di maggioranza, lo stesso numero di seggi che aveva ottenuto l'Unione nel 2006. Al Senato viceversa i 16 seggi di scarto sono un margine più ampio dei dei 2 (più i senatori a vita) su cui poteva contare Prodi.

Ma almeno è la più ampia nella storia della repubblica?
Nemmeno quest'affermazione è vera. Ce ne sono state di più ampie in passato. Questa volta, per semplificare, sommiamo pure deputati e senatori.
Come abbiamo visto nel 2008 la loro somma fa 518. Nel 2001 fu di 544. Dal 1979 al 1992 il pentapartito ebbe nelle quattro legislature in cui regnò rispettivamente 556, 548, 554 e 531 parlamentari. Nel 1976 quei cinque partiti ebbero 534 parlamentari. Se ad essi sommiamo i 343 parlamentari del PCI con cui fecero la maggioranza di solidarietà nazionale arriviamo a 877. Che fu, per riciclare le parole del catto-comunista Renzi, quella sì la maggioranza più ampia della storia della repubblica italiana. 

Conclusioni
La verità è che i sinistri hanno messo in giro questa balla per due motivi. Il primo è che siccome nelle legislature in cui hanno governato disponevano di maggioranze inferiori (ma pur sempre di maggioranze, ancorché quella al Senato nel biennio 2006-2008 fosse risicata), cercano di scaricare sull'esiguità dei numeri la responsabilità di ciò che essi stessi implicitamente riconoscono di non essere riusciti a fare. Il secondo è che così dicendo creano un falso sillogismo per il quale "ampia maggioranza = possibilità di approvare qualsiasi legge = possibilità di raggiungere qualsiasi obiettivo = assenza di scuse in caso di fallimento". Ovviamente il ragionamento è fallace, ma per capirlo i sinistri dovrebbero capire l'abc della democrazia rappresentativa.

venerdì 26 novembre 2010

Fischi per fiaschi

A che serve un'opposizione? Risposta: oltre a rendere un paese più democratico, serve a stimolare la maggioranza a fare meglio, mediante iniziative, controproposte, emendamenti, critiche (nel merito), etc. L'idea è che chi sta all'opposizione si sforzi di presentarsi come migliore, come un passo avanti rispetto a chi governa.
Nel Coglionistan invece l'opposizione viene fatta denigrando la maggioranza. Nella speranza che, denigrala oggi e denigrala domani, il suo consenso cali, e chissà che poi sarà l'opposizione a prenderne il posto.

Un paio di esempi d'attualità

Il governo annuncia il piano per il sud. Berlusconi chiosa: «Il governo ha praticamente in poco tempo realizzato tutto quanto garantito di fronte al Parlamento». Ovvero: noi governo ci eravamo impegnati a studiare, redigere e presentare al Parlamento dei disegni di legge, ora lo abbiamo fatto.
Risposta di Bersani: «Se Berlusconi ha fatto i cinque punti può andarsene a casa contento e tranquillo».
Che c'entra? E perché in seguito alla presentazione dei disegni di legge, che sono il primo passo ufficiale di una politica (a cui deve seguire l'approvazione da parte del parlamento, l'eventuale attuazione da parte del governo e degli enti locali, l'implementazione e la verifica dei risultati raggiunti) il governo dovrebbe andare a casa, suppostamente per farsi giudicare dagli elettori prima che detto piano venga concretamente messo in atto e possa dunque essere giudicato?

Il ministro Gelmini aveva criticato Bersani, poiché questi era salito sul tetto di un edificio occupato dagli studenti che protestano contro la riforma dell'università. La Gelmini ha detto: «Non si capisce se in veste di segretario precario del Pd, piuttosto che di studente ripetente», laddove ripetente è un riferimento a quegli studenti universitari che passano il loro tempo più a fare politica (per esempio salendo sui tetti o occupando le facoltà) piuttosto che studiando e passando gli esami.
Risposta di Bersani: «Pubblicherò su Internet tutti i voti di tutti i miei esami del mio corso di laurea. Mi aspetto che il ministro faccia altrettanto, completo di "giro turistico" a Reggio Calabria».
Bravo. Ma che c'entra coll'assecondare gli studenti che scambiano l'università per un luogo di lotta politica invece che un luogo dove si fa un corso di studi?

Rimboccarsi le maniche o attendere incrociando le braccia?

La conseguenza di tutto ciò è che non si genera un circolo virtuoso in cui ciascuna parte cerca di fare meglio dell'altra, ma piiuttosto un circolo vizioso nel quale ciascuna parte cerca di dimostrare che l'altra è peggiore. È di tutta evidenza che così facendo che sta all'opposizione, invece di prepararsi a governare meglio di ch ilo fa oggi, si limita ad attendere che chi governa abbia logorato la propria immagine per prenderne il posto. Ma il risultato sarà che poi le verrà riservato il medesimo trattamento, e alla fin della fiera è il paese a farne le spese.

giovedì 25 novembre 2010

Dove trovare il Panem

  1. Come già avevo scritto in precedenza,le opposizioni stanno trattando con i finiani per un ribaltone il cui scopo sarà di tornare alla proporzionale.
  2. Dato però che un governo non può campare di soli circenses, qualora il ribaltone veda davvero la luce, si porrà il problema di dove trovare il panem. Vista la composizione dell'ipotetica maggioranza e del blocco sociale che la dovrebbe sostenere, e visto il difficile momento economico e finanziario, il mio timore è che veda la luce quanto già proposto dalla Serracchiani, da Fini, nonché quanto già attuato negli anni ottanta dai padri politici di Casini (i governi di pentapartito che nel 1986 introdussero l'imposta del 6.25% e che nel 1987 l'alzarono al 12.5%): l'aumento dell'imposta sui redditi da capitale.
Adesso mettete assieme i punti 1 e 2, e guardare il video dell'ultima puntata di Ballarò andando direttamente a 1:59:00. È il momento in cui Rosy Bindi in un solo minuto dice:
  1. che il PD è disposto ad andare alle elezioni sia con un'alleanza di sinistra che con una estesa al centro (traduzione dal Politichese all'Italiano: sono disposti sia a tenersi l'attuale legge elettorale, sia a votare il ritorno alla porporzionale),
  2. che il PD scenderà presto in piazza per pubblicizzare la proposta di aumento dell'imposta sui redditi da capitale.

giovedì 4 novembre 2010

Prove tecniche di ribaltone: ecco la nuova legge elettorale

Allora, dopo che per mesi chi voleva cambiare la legge elettorale sapeva cosa non voleva ma non cosa voleva, pare che i futuri potenziali ribaltonisti stiano cercando di mettersi d'accordo sul tema. Vediamo, secondo la ricostruzione di Federico Geremicca su La Stampa, di cosa si tratterebbe:
Cominciamo dalla Camera. La quota più consistente di seggi (si limano i dettagli: diciamo tra il 55 e il 60% del totale) verrebbe assegnata in collegi uninominali col sistema del doppio turno. Verrebbe eletto subito alla Camera chi ottenesse la metà più uno dei voti validi espressi.
Al secondo turno, invece, ci arriverebbero tutti i candidati che al primo avessero superato il 10 per cento dei consensi: è in questa fase che diverrebbe obbligatoria l’indicazione del candidato-premier per il quale si è in campo. Una seconda quota di seggi (tra il 35 e il 40% del totale) verrebbe assegnata con metodo proporzionale nelle circoscrizioni elettorali ai partiti che avessero superato la soglia di sbarramento, fissata al 5 per cento.

Il restante (cioè il 5% del totale dei seggi) verrebbe assegnato, sempre nelle circoscrizioni elettorali, come diritto di tribuna, ai partiti rimasti al di sotto della soglia del 5 per cento dei voti. Sospesa, per il momento, la scelta per quel che riguarda il sistema da adottare per il Senato. L’incertezza è legata a quanto del pacchetto di riforme possibili contenute nella cosiddetta bozza Violante (due risoluzioni che vi fanno riferimento sono state già votate quasi all’unanimità al Senato) riuscirà a vedere la luce.
Se, per esempio, si raggiungesse un’intesa anche sulla fine del bicameralismo perfetto, attribuendo al Senato la funzione di Senato delle Regioni (non titolato, dunque, a votare la fiducia al governo) l’assemblea di palazzo Madama verrebbe eletta con sistema interamente proporzionale.
Vediamo di fare un po' di ordine, ed esaminiamo le novità rilevanti punto per punto:

Fine del bipolarismo

Si tratta dunque di un ritorno alla proporzionale, e del conseguente abbandono del bipolarismo. Ciò in barba alla lunga battaglia referendaria di Segni e Pannella, proseguita poi da Guzzetta. Infatti se il 40-45% dei seggi è attribuita in maniera proporzionale, ciò rende inefficace la parte maggioritaria. Nessuno schieramento annunciato prima delle elezioni potrà contare sui numeri per governare, ma dovrà ulteriormente trattare in parlamento.

Doppio turno

Il costo delle elezioni raddoppia, così come raddoppia lo sfinimento degli elettori, chiamati a recarsi ai seggi due volte invece di una. Aumentano i costi delle campagne elettorali, e conseguentemente i finanziamenti pubblici ai partiti.

Mercato delle vacche

Se nella parte maggioritaria passano al secondo turno tutti quelli che prendono almeno il 10% dei voti, è facilmente prevedibile che in determinati casi inizieranno delle trattative fra i partiti per accordarsi su varie desistenze.

Voto di preferenza

L'articolo citato menziona espressamente "il ritorno delle preferenze". Che vigerebbe nel 40-45% eletto con il sistema proporzionale. Anche qui verrebbe cancellata la battaglia referendaria, il cui scopo era appunto quello di impedire la lotta fra candidati dello stesso partito, la conseguente esplosione delle spese di propaganda e il controllo dell'elettorato mediante il voto di scambio.

Sbarramento al 5% e diritto di tribuna

Se da un lato viene innalzata la soglia minima dei voti per accedere alla ripartizione dei seggi attribuiti nella parte proporzionale, e ciò potrebbe avere un qualche effetto positivo per consolidare le maggioranze e le coalizioni, dall'altro la quota proporzionale viene scomposta in due parti, con una trentina di seggi ripartiti fra le liste che non raggiungono il quorum. Questa disposizione, oltre a contraddire lo spirito di quella precedente, dato che favorirà il proliferare di liste aventi il solo scopo di eleggere un parlamentare, potrebbe avere la spiacevole conseguenza di dare a quei trenta parlamentari, non solo il diritto di tribuna, ma anche il potere di essere determinanti per la sopravvivenza o meno di un governo. Un po' come avviene oggi con i finiani, che sono appunto una trentina.
Non mi stupirei se spuntassero delle liste civetta aventi il solo scopo di prendere quei seggi.

Indicazione del premier

Quella rimarrebbe, nonostante sia già oggi una norma in contrasto (logico, non giuridico) con l'impianto della costituzione (oggi Berlusconi vi si appiglia per contrastare l'eventualità di un ribaltone). La riproporzionalizzazione del sistema la svuoterebbe di ogni ragione di essere. Infatti nessun partito potrebbe affermare di avere vinto le elezioni (*), ma avremmo sei-sette partiti (se non di più) con altrettanti candidati premier e la patata bollente nelle mani del presidente della repubblica.

(*) in realtà tutti affermerebbero di averle vinte per una ragione o un'altra. Ma sicuramente nessun avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi, difficilmente ce l'avrebbe una coalizione formatasi prima del voto, e probabilmente la poltrona del premier sarebbe un argomento di trattativa come nella prima repubblica.

Riforma costituzionale: Senato tutto proporzionale

Come detto vi sarebbe anche "un’intesa anche sulla fine del bicameralismo perfetto". Al Senato verrebbero assegnate altre funzioni e, quel che è peggio, verrebbe eletto, come il parlamento europeo, con un sistema proporzionale puro, con tanto di voti di preferenza (vedi sopra). Un simile cambiamento, oltre ad essere di dubbia opportunità (per usare un eufemismo) visto che sarebbe una riforma costituzionale fatta da una maggioranza ribaltonista, rinforzerebbe ulteriormente il carattere proporzionalista del sistema politico.

Conclusioni

Questa riforma riporta l'orologio della politica alla prima repubblica, alle consultazioni, ai governi balneari, alle crisi di governo perenni. Chi la propugna è disposto a barattare l'affossamento dell'odiato Berlusconi (e nel caso di Fini la propria sopravvivenza politica) in cambio dell'abbattimento di quel poco che gli Italiani hanno ottenuto: la possibilità di scegliersi un governo nelle urne.

Per ciò che riguarda il ribaltone sappiamo ora che non si tratterebbe di un governo tecnico avente il solo scopo di permettere l'approvazione di una nuova legge elettorale, ma si aprirebbe addirittura una più lunga fase di riforme costituzionali. Il tutto ovviamente sopra la testa dei cittadini sudditi.

mercoledì 20 ottobre 2010

"Andate a controllare su Internet!"

La puntata di Ballarò di ieri sera ospitava ancora una volta Bondi e Di Pietro, la nota saliente venente proprio da quest'ultimo, quando, nel contestare le ricostruzioni storiche fatte da Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, sulle cause delle cadute dei governi Berlusconi nel 1994 e Prodi nel 2008, ha iniziato a sbraitare che si trattava di falsità, invitando la gente a controllare su Internet.

Sì, "a controllare su Internet" sono state le sue parole esatte. Come se Internet fosse il luogo dove è depositata la verità assoluta. Sallusti sosteneva che nel 1994 l'avviso di garanzia (rectius: l'avviso di comparizione) recapitato a Berlusconi a Napoli, mentre presiedeva una conferenza internazionale sul crimine ed era sotto i "riflettori" delle televisioni di mezzo mondo, fosse stata la causa che determinò la caduta del governo. Di Pietro sosteneva invece che fosse caduto sulla riforma delle pensioni.

Sul governo Prodi stessa storia: Sallusti sosteneva che il governo Prodi fosse caduto a causa di inchieste giudiziarie fra cui quella di De Magistris denominata "Why Not?", inchiesta che in sede di udienza preliminare sarebbe stata, per usare un eufemismo, ridimensionata. Anche qui Di Pietro contestava che l'inchiesta che determinò la caduta fosse invece un'altra.

In realtà è ovvio che le inchieste giudiziarie formalmente non abbiano il potere di far cadere i governi, ma i loro effetti possono determinare nei soggetti politici la volontà di farli cadere o meno. Il governo Berlusconi cadde perché fu votata una mozione di sfiducia, quello Prodi perché non fu votata una mozione di fiducia.

Cosa indusse realmente la Lega nel 1994 e Mastella nel 2008 a ritirare l'appoggio è materia se vogliamo di dibattito storico recente. Di certo, anche se Internet può aiutare a ricostruire la cronologia dei fatti, non è Internet a dirci tutta la verità, che è formata dai fatti noti e dai retroscena, che in quanto tali non sono a portata di un qualsiasi utonto capace di fare una ricerca su Google.

Abbiamo il "popolo di Internet", che altro non è che un gruppo di gente che invece di passare il suo tempo libero davanti alla tv o leggendo i giornali, legge (e commenta sui forum ripetendo a pappagallo) quello che gli propinano i suoi siti di riferimento. Ora abbiamo Internet che attesterebbe la verità storica, con gli imbarazzanti corollari che ciò che non vi si trova è come se non fosse mai avvenuto, e ciò che è scritto su Wikipedia viene considerato la verità rivelata.

Il popolo del Coglionistan è tutto qui nel testo che avete appena letto. E ieri è stato evocato da Di Pietro a Ballarò.

sabato 9 ottobre 2010

Un nuovo governo, una nuova legge elettorale

La linea politica del PD è, secondo quanto dichiarato da Bersani, di andare a un "breve governo di transizione con al primo punto una legge elettorale". Non si tratta di una dichiarazione isolata, ma di una linea confermata durante l'estate da altri esponenti del suo partito. Da Marino, che propone di fare un "Governo per cambiare legge elettorale e poi voto", e da Fassino, che dice: "Non vogliamo un ribaltone, ma un governo con un solo obiettivo: cambiare la legge elettorale".

La domanda è: perché per votare una nuova legge elettorale il PD pensa di dover formare un nuovo governo? Non sarebbe più logico che facesse la sua proposta di riforma o che cercasse un compromesso sul tema in parlamento, senza bisogno di aprire una crisi di governo? Dopo tutto le leggi le fa il parlamento e non il governo.

Ovviamente quello che il PD non dice è che non vuole negoziare l'ipotetica legge elettorale con l'attuale maggioranza (o parte di essa) rimanendo all'opposizione, ma vuole formarne una nuova. Il che, tradotto in un linguaggio semplice, vuol dire che propone un ribaltone.

Oltre a ciò la posizione del PD è insostenibile, perché il PD stesso non sa quale legge elettorale vuole. Dire di non volere la legge attuale perché sarebbe "una porcata" non è sufficiente: occorre dire quale altro tipo di legge elettorale si vuole. E lì casca l'asino, perché nel PD c'è chi come D'Alema che vuole il sistema tedesco (cioè una proporzionale), chi come Veltroni che vuole il sistema francese (cioè un maggioritario a due turni) e altri che vorrebbero il ritorno alla legge Mattarella.

Quindi, anche qualora venisse fatto questo nuovo governo, esso sarebbe antidemocratico per due ragioni: la prima perché sovvertirebbe le elezioni del 2008 e la seconda perché la ragione prima della sua formazione (la riforma elettorale) sarebbe avvolta nel mistero fintanto che le fazioni al potere non raggiungessero un accordo.


Sarebbe maggiormente rispettoso della democrazia che il PD prima si chiarisse le idee su quale sistema elettorale vuole (e che lo facesse una volta per tutte), che lo mettesse nero su bianco, e che prendesse posizione durante una campagna elettorale. Davanti alla gente. Ciò affinché la gente abbia la possibilità di dire la sua, e non di assistere da sudditi allo spettacolo dei politicanti.

mercoledì 29 settembre 2010

Servizio pubblico ad usum coglionorum

La puntata di Ballarò di ieri sera può essere riassunta così: Bondi ha accusato i finiani di impedire con la loro scissione l'azione di governo e le riforme. Bocchino gli ha replicato che la scissione è la conseguenza delle riforme non avvenute. Luttwak ha giustamente commentato che, stante l'ampia maggioranza parlamentare, i forti consensi nel paese, la debolezza dell'opposizione e il rispetto che Berlusconi, Frattini e Tremonti hanno a livello internazionale, non si capisce perché Fini abbia deciso di spaccare la maggioranza.

Lo scambio di battute fra Bondi e Bocchino riassume in poche parole il surrealismo della situazione: al telespettatore arriva il messaggio di uno scontro su delle riforme da attuare, ma non gli viene spiegato né chi sia a bloccare quelle riforme, né di quali riforme si stia discutendo. E l'impressione è che nessuno in studio lo sapesse con esattezza. Luttwak, in collegamento da Washington, ci ha provato, spiegando che nessuna impresa straniera viene a investire in Italia a causa della burocrazia e dell'inaffidabilità del sistema giudiziario. Il suo commento è stato ignorato.

E l'opposizione? C'era la Serracchiani che ha chiesto la tassazione delle "rendite finanziarie" (sì, ha usato proprio quelle parole). Continuiamo a farci del male.