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mercoledì 12 ottobre 2011

La gioiosa macchina da guerriglia

È certamente cosa lecita ipotizzare che quando il governo va sotto dietro ci siano non delle mere assenze casuali, ma delle assenze volute. Che quello sia lo scenario da approfondire non toglie il fatto che sarebbe bastato un deputato in più rientrato in aula qualche secondo prima per parlare oggi d'altro.

Come ho scritto in un articolo precedente, quando un governo ha un margine di una trentina di deputati è statisticamente facile mandarlo sotto. Basta che i ministri stiano facendo altro, che dei deputati siano in missione, etc. etc.

Se poi a tutto ciò si aggiunge la tecnica dell'opposizione di presentare centinaia di emendamenti, inutilissime mozioni, richieste di verifica del numero legale e quant'altro i regolamenti parlamentari permettono, l'opposizione nei fatti ha il potere di rallentare -e di molto- il processo di approvazione delle leggi.

Nello specifico ieri le cose sono andate così:
Il trucco di Giachetti, deputati nascosti prima del voto
Tre democratici in corridoio, rientrati per la conta decisiva

Roma, 11 ott. (TMNews) - Il giochetto di Roberto Giachetti: non è uno scioglilingua ma un piccolo tranello orchestrato ai danni della maggioranza dal segretario d'aula del Partito democratico alla Camera. Pochi istanti prima della votazione che ha affondato l'articolo 1 del rendiconto finanziario dello Stato, in un'altra votazione la maggioranza se l'era cavata per pochi voti.

In quel momento, secondo quanto raccontano fonti parlamentari dell'opposizione, Giachetti aveva 'nascosto' in un corridoio tre deputati per tenere leggermente più bassi i numeri dell'opposizione e depistare la maggioranza. Quei deputati poi sono rientrati insieme in aula cambiando i numeri al momento opportuno e determinando la sconfitta della maggioranza alla presenza del presidente del Consiglio.
Questa è guerriglia parlamentare. Solo che così facendo il PD fa perdere tempo al parlamento, che dovrà votare di nuovo il bilancio, e quindi al paese.

Questo è sfascismo: qui non ci sono i diritti costituzionali in gioco, cosa che giustificherebbe quest'atteggiamento, ma c'è il legittimo desiderio di una maggioranza scelta dal popolo di dettare l'agenda politica e di approvare le leggi proposte.

Il parlamento non è una campo da battaglia dove si tenta di dare spallate al governo per avere i titoli dei giornali. Comportarsi così non è degno della leale opposizione di sua maestà. Quella che vorrebbe un domani andare al governo. E che ci deve andare solo se convince il popolo di essere migliore di chi governa oggi. Ma essere leali è incompatibile col sabotare l'indirizzo politico della maggioranza. Quello è un comportamento sleale.

Il PD deve scelgiere una buona volta se vuole essere un partito di lotta o un partito di governo: Berssani & Co. avrebbero fatto una figura migliore se avessero fatto uscire qualche deputato dall'aula, e avessero poi rivendicato il merito di aver fatto passare il bilancio, a fronte di una maggioranza incapace di portare i suoi in parlamento.

Invece ancora una volta hanno preferito giocare la carta dello sfascismo, del tanto peggio tanto meglio. E purtroppo non è una mera scelta errata del gruppo dirigente del PD, ma un retaggio culturale dell'ex-PCI, abituato a usare la piazza come un luogo dove celebrare un rito che evocasse la rivoluzione di popolo contro l'ordine costituito.

E quel che è peggio è che il popolo della sinistra incoraggia questo tipo di comportamento: infatti ogni volta che la maggioranza approva una legge particolarmente sgradita sono pronti numerosi gruppi di elettori "indignati" che rinfacciano questa e quell'assenza in aula di deputati dell'opposizione e che chiedono a Napolitano di farsi loro complice non firmandola.

Occorre purtroppo prendere atto che il centrodestra si trova ancora, a 17 anni di distanza, a fronteggiare uno schieramento, in parlamento e nel paese, che ha la mentalità della gioiosa macchina da guerra. Solo che oggi, confinata all'opposizione in parlamento, è solo una gioiosa macchina da guerriglia.

martedì 4 ottobre 2011

Dimissioni? Perché mai?

Cercate "cacciare il governo", e Google vi troverà ben un milione e trecentomila occorrenze. Oggi financo Confindustria intima che il governo in carica, o fa quello che gli industriali chiedono, oppure se ne deve andare. La richiesta è poi ripetuta dai tre maggiori giornali italiani (Corriere, Repubblica e Stampa), e dalla blogosfera tutta.



Fonte: Il Foglio

Pare che rispettare le regole del gioco e aspettare le prossime elezioni, che saranno al più tardi fra diciassette mesi, sia un qualcosa di insostenibile. Che oggi saremmo sull'orlo del baratro, e che se non cambiamo guida nel baratro ci cadremo per davvero. Che il nuovo governo che sostituirebbe l'attuale sarebbe in grado di fare tutte le riforme che la maggioranza del Caimano si ostina a bloccare.

Stupisce il fatto che a nessuno venga in mente una semplice considerazione di buon senso: che le riforme le fa il parlamento e non il governo. E che questo parlamento non ha nessuna intenzione di farle, perché ritiene che la maggioranza degli elettori  non le voglia.

Quindi chi vuole cacciare questo governo dovrebbe invocare le elezioni anticipate. Allora Bersani dice
Berlusconi faccia come Zapatero, "o si va a votare subito o si trova lo spazio di una soluzione transitoria in netta discontinuita' con il passato". Per Bersani il premier "dovrebbe andare al Quirinale e rimettere il mandato nelle mani del Presidente Napolitano"
Il problema è che Bersani racconta balle: Zapatero non si è dimesso. Egli un giorno è andato dal Re di Spagna e gli ha chiesto di sciogliere le camere, cosa che, ai sensi dell'art. 115 della Costituzione Spagnola, il Re ha fatto:
El Presidente del Gobierno, previa deliberación del Consejo de Ministros, y bajo su exclusiva responsabilidad, podrá proponer la disolución del Congreso, del Senado o de las Cortes Generales, que será decretada por el Rey. El decreto de disolución fijará la fecha de las elecciones.
Per cui il governo Zapatero è rimasto nel pieno dei suoi poteri, e ha solo fissato a suo piacimento elezioni anticipate a sorpresa.

Volete che Berlusconi faccia lo stesso? Non si direbbe. Quando a luglio 2010 i finiani uscirono dalla maggioranza a Berlusconi fu detto che Napolitano non avrebbe concesso le elezioni anticipate, ma che avrebbe cercato di salvare la legislatura, che Berlusconi avrebbe dovuto prima dimettersi, che il Presidente della Repubblica avrebbe tentato la strada di un governo di transizione/tecnico/di-unità-nazionale (o altre formule di fantasia per infinocchiare la gente), etc. Ovvero, a Berlusconi fu fatto capire che avrebbero cercato di fargli le scarpe in parlamento con un ribaltone, altro che dare la parola al popolo. Di qui la contromossa di inglobare i "Responsabili". Che altro poteva fare?

Si dirà: ma Zapatero, oltre alle elezioni anticipate, ha annunciato che non si ricandiderà, e quelle sono dimissioni di fatto. Ma anche Berlusconi ha detto che il prossimo candidato premier sarà Alfano. Quindi ha fatto come Zapatero. Manca solo lo scoglimento delle camere. Ma quello è la sinistra a non volerlo.


Aggiornamento - La Repubblica ha appena messo come prima notizia delle dichiarazioni di Tremonti:

Alla domanda dei giornalisti poi su perché la Spagna paghi meno interessi dell'Italia sul debito, risponde che "potrebbe dipendere dall'annuncio di elezioni anticipate". E allora perché non fare lo stesso? "Ho detto così per dire", ha risposto sorridendo il ministro.
Ovvero si persevera nell'equivoco: Berlusconi, anche se lo volesse, non potrebbe indire elezioni anticipate senza il consenso di Napolitano. E secondo molti costituzionalisti il consenso del Presidente della Repubblica è subordinato al venir meno di una maggioranza in parlamento.

mercoledì 31 agosto 2011

Dov'è la festa? E cosa si festeggia?

Una discussione sorta sulla questione dell'accorpamento delle feste civili (si veda qui e qui ) mi ha indotto a scrivere quanto segue, al fine di chiarire una volta per tutte il mio pensiero:

Se tu dici a qualcuno che è fascista o nazista, evidentemente lo stai insultando, dato che attribuisci alla sua persona, alle sue idee, ciò che la nostra società considera comunemente fra i peggiori disvalori umani. Eppure questi epiteti originariamente non erano insulti: se uno li avesse rivolti negli anni trenta sarebbe stato come dire oggi leghista o socialdemocratico, per dire.

Allo stesso modo c'è un significato originario del 25 Aprile, che è la vittoria militare degli Americani sui Tedeschi con ciò che ne conseguì: la pace, il cambio di regime (da una dittatura social-nazionalista a una democrazia occidentale) e il passaggio dalla sfera d'influenza tedesca (nazista) a quella americana. E c'è un significato d'uso comune, che ha trasformato quanto sopra nella celebrazione della resistenza rossa contro, non solo il fascismo, ma ciò che in seguito si è ad essa e alle sue aspirazioni frapposto, impedendo la presa del potere ai partiti espressione della stessa ideologia: il MSI, la DC, i partiti laici, poi i Radicali, poi il PSI di Craxi, fino a Berlusconi oggi. Al punto che andare a celebrare il 25 Aprile in un cimitero di soldati americani (gli USA in effetti fanno parte della suddetta lista) è considerata una provocazione.

Chiedere l'abolizione del 25 Aprile significa quindi, non tanto chiedere l'abolizione della ricorrenza che celebra la fine della guerra e il ritorno dell'Italia nell'occidente, nonché il sacrificio di soldati e partigiani che persero la vita per darci la libertà, ma significa smettere di celebrare una supposta guerra di popolo che negli auspici delle sue supposte avanguardie avrebbe dovuto determinare il passaggio dell'Italia, non "a occidente" ma "a oriente". E significa smettere di celebrare il rancore che è derivato dalla vanificazione di quegli obiettivi.

Detto questo, smettiamo anche una volta per tutte di dire che prima era una festa condivisa, e che è stato Berlusconi, sdoganando AN, a rompere le uova nel paniere: anche quello è un basso tentativo dialettico di legittimare una celebrazione che, per quel che è divenuta, non sta in piedi.

È sufficiente citare un passo dell'odiato Giampaolo Pansa, tratta dal libro La Grande Bugia a pagina 102:
«La sconfitta del Fronte nelle elezioni del 18 aprile aveva esasperato i partigiani comunisti. Sette giorni dopo il voto, ossia il 25 aprile 1948, accadde l'impensabile. A Milano si stava celebrando la liberazione. Tra gli oratori c'era Parri, accanto a Luigi Longo. I comunisti cominciarono a fischiarlo, per impedirgli di parlare. Allora Parri interruppe il discorso e scese dal palco. Lo riprese poi, e soltanto per le insistenze di Longo.»
Capito? Il 25 Aprile 1948 (e non 1994) fu impedito di parlare persino a Ferruccio Parri, antifascista, partigiano, nonché capo del primo governo dopo la liberazione, e non certo uomo di sdoganamenti o revisionismi.

Ecco, credo che queste mie parole bastino a spiegare perché la maggioranza degli Italiani non si riconosce nelle celebrazioni, di cui legge e vede i resoconti su giornali e tv, che hanno egemonizzato il 25 Aprile al punto da esserne divenute a pieno titolo l'essenza stessa. Se essa non è la festa di tutti gli Italiani, è legittimo chiederne l'abolizione.

lunedì 29 agosto 2011

L'Unità: sciocchezze estive

Non perdetevi il dossier i 10 anni di Berlusconi che hanno causato il declino di Michele Prospero (e altri geni dell'economia) pubblicato dall'Unità.
Già il titolo indica un supposto rapporto di causa ed effetto fra il declino e chi ha governato. Solo che Prospero & co. si limitano ad affermarlo senza dimostrarlo. Direte: ma se in un paese le cose vanno male è chi lo governa a doverne rispondere. Vero. Ma chi governa l'Italia? La risposta giusta è "l'insieme delle leggi vigenti". Continuiamo a leggere il dossier dell'Unità e capirete dove voglio arrivare.
Prospero scrive:
Di politiche economiche ed industriali neanche l’ombra.
Ma da che mondo viene?  Lo sa il Sig. Prospero che in un paese a libero capitalismo non è compito dello stato fare politiche industriali? Che per quello ci sono i privati imprenditori? Peggio ancora fa quando evoca la:
pretesa di prospettare un capitalismo che si autogoverna con imprenditori saliti al potere e fa a meno della mediazione politica
Dove per mediazione politica forse inconsciamente intende le mazzette a Penati e il sistema delle coop...
Andiamo avanti: in un articolo del dossier è un tale Ronny Mazzocchi (è lui?) a sostenere l'accusa nei dettagli. Egli dice che in Italia ci sarebbe bisogno di:
una ristrutturazione non solo della struttura produttiva, ma anche dei modelli organizzativi e manageriali
E chi dovrebbe ristrutturare caro Mazzocchi se non le imprese stesse? Mica è compito dei politici dettare alle imprese strutture produttive e modelli organizzativi e manageriali. Almeno non in una società libera.
Altra perla:
Si è fatta così largo la concezione semplicistica per cui la crescita economica si sarebbe ottenuta se tutti avessero prodotto di più
Sì caro Mazzocchi: se la produttività (la produttività e non la produzione) cresce, cresce il paese. Poi aggiunge:
La crescita di una economia, infatti, dipende dalla nascita di nuove imprese, dall’aumento della dimensione di quelle già esistenti e dal progresso tecnologico.
Quest'affermazione può essere condivisibile: sono tre fattori che possono determinare crescita. Mazzocchi dice che in Italia le cose vanno male perché le aziende non crescono e non fanno ricerca. E addossa la responsabilità a un supposto modello "piccolo è bello" voluto dal governo Berlusconi.

A parte il fatto che quel modello è parto della sua fantasia (di Mazzocchi), la realtà è che le imprese non crescono, perché il diritto del lavoro le scoraggia a farlo, dato che se un'impresa ha più di 15 dipendenti perde il diritto di licenziare i collaboratori. Poi inizia a trovarsi i sindacati in azienda. E perché il costo del lavoro è alto. E viene negoziato a livello nazionale. E le imposte sulle società e il livello delle imposte in generale deprime il settore privato. E perché la burocrazia è un ostacolo.

È ovvio che in un contesto del genere ci sono potenziali imprenditori che preferiscono investire nel mattone invece che creare ricchezza. È ovvio che chi cerca di stare sul mercato ricorre a precari. È ovvio, ma non lo è a Mazzocchi.

Passiamo ora ad un altro articolo dell'Unità. Ecco il titolo (non ridete):
Sondaggi: il Pdl crolla superato dal Pd al 25%
Non so se avete notato: l'Unità canta vittoria perché il PD è al 25%. Alle elezioni del 2008 (perse) prese il 33%, a quelle del 2006 (quasi perse) la lista L'Ulivo (precursore del PD) prese il 31% e altrettanto presero DS e Margherita a quelle del 2001 (perse).

Ovviamente il calo dei consensi del PDL è dovuto alla crisi economica, dalle misure impopolari in discussione in questi giorni e soprattutto dall'aumento delle tasse. Ma il problema è che quei consensi non stanno andando al PD. Vanno in astensione o al terzo polo. Che per ora pare non abbia nessuna intenzione di allearsi col centro-sinistra. E che se rimarrà "terzo" polo alle prossime elezioni, o darà agli elettori l'impressione di poter vincere oppure verrà cannibalizzato, soprattutto dal centro-destra.  E ai giornalisti e ai lettori dell'Unità resterà il ricordo di un paio di colpi di sole presi nel mese di agosto 2011.

venerdì 15 aprile 2011

Quando il governo va sotto

Nel Coglionistan i giornali sono soliti mettere in evidenza, e se del caso rallegrarsi, quando il governo va in minoranza in certe votazioni in Parlamento. Distinguiamo: può capitare che una parte della maggioranza voti con l'opposizione, e allora trattasi di un fatto più che legittimo, diciamo fisiologico, in una democrazia parlamentare. Ma capita che l'esito a sorpresa sia frutto di ostruzionismo, imboscate, assenze, errori e disfunzioni varie. Nel qual caso non si capisce proprio di che le opposizioni di turno e i loro scherani si rallegrino: trattasi solo di incidenti di percorso che tutt'al più fanno perdere tempo, dato che la maggioranza può in ogni momento votare di nuovo e ribaltare il risultato.

In democrazia vi sono la maggioranza e la minoranza. Esse sono tali per volere del popolo, e solo il popolo può invertire i fattori. Naturalmente ciò non significa che i parlamentari abbiano un vincolo di mandato, ma significa che chi si propone di essere maggioranza a legislatura in corso ha il dovere democratico (ripeto: democratico, non legale) di usare questi incidenti di percorso per mostrare al paese che il governo non ha più la maggioranza in parlamento e quindi invocare elezioni anticipate al fine di avere loro un mandato popolare.

La nostra sinistra ha invece la brutta abitudine di usare questi incidenti per dare, usando il loro lessico, una "spallata" al governo. In altre parole l'agguato in parlamento vale quanto il colpo di piazza, le occupazioni di edifici pubblici, le inchieste giudiziarie, gli appelli al presidente della repubblica affinché non controfirmi leggi o decreti, mozioni del CSM o sentenze della Corte Costituzionale. Infatti tutte queste azioni hanno una cosa in comune: si pongono contro il volere del popolo e mirano a impedire alla maggioranza di governare.

Andando poi nello specifico, quando il governo va sotto in parlamento a causa di "incidenti di percorso", ciò perlopiù avviene perché la maggioranza è al governo, mentre l'opposizione non ha null'altro da fare che stare in parlamento. Infatti una parte della maggioranza 50-60 persone sono membri del governo (ministri o sottosegretari), mentre gli altri "curano" i rapporti con le constituencies (elettori, lobbies varie...).

A fronte di ciò l'attività parlamentare è fatta di votazioni spesso inutili su improbabili lunghe liste di emendamenti presentati dalle opposizioni, su mozioni non vincolanti, su approvazioni di processi verbali, su continue verifiche del numero legale e quant'altro. Se consideriamo che il premio di maggioranza alla Camera è di soli 28 seggi e (in questa legislatura) di 16 al senato, è statisticamente probabile che prima o poi capiti che i rapporti di forza in aula si ribaltino.

In Gran Bretagna la cosa viene gestita col fair play: quando un certo numero di deputati della maggioranza è assente, l'opposizione ne fa uscire altrettanti. Auspicare ciò significherebbe avere un sistema politico in cui entrambi gli schieramenti ritengano l'altro un avversario da battere secondo le regole della democrazia (scritte o meno che siano), comportandosi lealmente, e non un nemico da abbattere ad ogni costo, secondo la logica del "tanto peggio - tanto meglio".

lunedì 4 aprile 2011

Il sangue dei vinti

Il libro di Giampaolo Pansa "Il sangue dei vinti" del 2003 è ancora oggetto di polemica. Lo è stato tempo fa in questo blog d'opinione, e recentemente mi è capitato di leggerne qui.

Non saprei dire nel caso specifico del primo blog che ho citato, ma la mia impressione è che spesso chi ne dibatte, cosciente o meno di ciò, parta dai propri assunti ideologici, da tradizioni politiche o financo da esperienze, dolorose o meno, di famiglia. Ne consegue che è difficile forzarsi a dare un giudizio obiettivo, e che -ancora peggio- in molti si sono fatti un'idea del libro senza neppure averlo letto, ma basandosi sulle innumerevoli recensioni e giudizi (tutti di parte, vedi sopra) che si trovano in rete.

Fatti veri o falsi?

Io il libro l'ho letto. È una divulgazione senza pretese di alta letteratura o di accademia di fatti sino a quel momento sostanzialmente ignorati dalla storiografia. Ed è lo stesso Pansa a premetterlo nelle pagine iniziali del libro. Dunque chi l'ha letto non dovrebbe obiettare né l'assenza della citazione delle fonti a piè di pagina né altre cose che non ne fanno un libro di storia. Ad ogni modo, comunque la si pensi, lo stesso Pansa, allorché fu criticato per quei motivi da vari docenti universitari di materie storiche, li sfidò pubblicamente, loro e i loro assistenti, a trovarci delle inesattezze. La sfida non venne raccolta, pertanto si può affermare che nessuno sinora ha potuto sbugiardarlo.

Una rappresentazione distorta del contesto?

Viene poi detto che Pansa faccia iniziare la storia il 25 aprile 1945, ignorando fatti precedenti di opposta e analoga, se non peggiore, crudeltà. E che la conseguenza di ciò sia una sostanziale falsificazione della storia. Ma anche qui osservo che il libro di Pansa all'inizio di ogni capitolo racconta di quali colpe le vittime delle vendette si fossero macchiate. E oltre a ciò Pansa racconta cosa era successo in precedenza nelle zone in cui avvennero quei fatti. E che il fascismo fosse un regime è cosa nota. Così come è cosa nota la guerra e gli orrori che aveva portato.

Ogni avvenimento storico è il seguito di un avvenimento precedente che ne è il presupposto necessario. Pertanto obiettare che il libro di Pansa sarebbe scorretto perché inizia a narrare i fatti del 1945 omettendo quelli degli anni precedenti è un po' come dire che un libro sull'olocausto sarebbe scorretto se non trattasse anche dei fatti storici che portarono all'antisemitismo. Così non si dovrebbe parlare delle Fosse Ardeatine senza includere Via Rasella, né di Via Rasella senza parlare dell'occupazione tedesca, la quale non potrebbe essere trattata senza menzionare l'otto settembre, e così via fino alla notte dei tempi.

Al che qualcuno potrebbe obiettare che l'antisemitismo non può essere una giustificazione dell'olocausto. Il che è verissimo, così come è vero che il fascismo non giustifica le successive vendette. Oppure le giustifica? Allora occorre che chi brandisce l'argomento della necessità di contestualizzare quei fatti abbia il coraggio di ammettere esplicitamente ciò che esso implicitamente postula, cioè che le violenze fasciste, la guerra e l'occupazione tedesca avrebbero giustificato le successive vendette partigiane.

E l'idea per cui gli eccidi debbano essere contestualizzati va in crisi quando si nota che a compierli furono solo i partigiani rossi, e non quelli bianchi (i cattolici), verdi (Giustizia e Libertà) o azzurri (i liberali). E che anzi i partigiani rossi uccisero partigiani di altri colori (e non viceversa).

Ma allora occorre scegliere: o quei fatti sono avvenuti e possono essere narrati senza che Pansa si becchi l'epiteto di revisionista, dato che il contesto precedente li giustificherebbe, oppure quelle di Pansa sono ricostruzioni parziali, incomplete, da dilettante, senza fonti chiare, e il suo libro falsificherebbe sostanzialmente la storia. Ma come ho detto, sinora nessuno storico è riuscito a smontare il libro.

La vera questione dei libri di Pansa che agita il dibattito non è il loro contenuto, ma il fatto che i libri hanno avuto un grande successo di vendite e che l'autore ha un curriculum "rispettabile" (un giornalista che ha scritto a lungo su Repubblica e L'Espresso), che impedisce che il giudizio si limiti al dito e non alla luna. Se a scriverli fosse stato un reduce della Repubblica di Salò (come in passato avvenne) quasi nessuno se li sarebbe filati. E chi lo avesse fatto avrebbe indicato il dito, dicendo che era il dito di un fascista.

Detto questo, io ne consiglio la lettura. Perché i fatti narrati sono realmente avvenuti e non devono essere censurati, neanche per convenzione tacita. Altrimenti se la cultura della resistenza si deve basare sullo zittire gli avversari, sul negare i fatti imbarazzanti, sul fare dei partigiani un'agiografia ipocrita, ci troviamo davanti a un male simile a quello che la resistenza stessa ha combattuto. E purtroppo quello è il problema di fondo che Pansa ha scoperchiato.

sabato 9 ottobre 2010

Un nuovo governo, una nuova legge elettorale

La linea politica del PD è, secondo quanto dichiarato da Bersani, di andare a un "breve governo di transizione con al primo punto una legge elettorale". Non si tratta di una dichiarazione isolata, ma di una linea confermata durante l'estate da altri esponenti del suo partito. Da Marino, che propone di fare un "Governo per cambiare legge elettorale e poi voto", e da Fassino, che dice: "Non vogliamo un ribaltone, ma un governo con un solo obiettivo: cambiare la legge elettorale".

La domanda è: perché per votare una nuova legge elettorale il PD pensa di dover formare un nuovo governo? Non sarebbe più logico che facesse la sua proposta di riforma o che cercasse un compromesso sul tema in parlamento, senza bisogno di aprire una crisi di governo? Dopo tutto le leggi le fa il parlamento e non il governo.

Ovviamente quello che il PD non dice è che non vuole negoziare l'ipotetica legge elettorale con l'attuale maggioranza (o parte di essa) rimanendo all'opposizione, ma vuole formarne una nuova. Il che, tradotto in un linguaggio semplice, vuol dire che propone un ribaltone.

Oltre a ciò la posizione del PD è insostenibile, perché il PD stesso non sa quale legge elettorale vuole. Dire di non volere la legge attuale perché sarebbe "una porcata" non è sufficiente: occorre dire quale altro tipo di legge elettorale si vuole. E lì casca l'asino, perché nel PD c'è chi come D'Alema che vuole il sistema tedesco (cioè una proporzionale), chi come Veltroni che vuole il sistema francese (cioè un maggioritario a due turni) e altri che vorrebbero il ritorno alla legge Mattarella.

Quindi, anche qualora venisse fatto questo nuovo governo, esso sarebbe antidemocratico per due ragioni: la prima perché sovvertirebbe le elezioni del 2008 e la seconda perché la ragione prima della sua formazione (la riforma elettorale) sarebbe avvolta nel mistero fintanto che le fazioni al potere non raggiungessero un accordo.


Sarebbe maggiormente rispettoso della democrazia che il PD prima si chiarisse le idee su quale sistema elettorale vuole (e che lo facesse una volta per tutte), che lo mettesse nero su bianco, e che prendesse posizione durante una campagna elettorale. Davanti alla gente. Ciò affinché la gente abbia la possibilità di dire la sua, e non di assistere da sudditi allo spettacolo dei politicanti.

mercoledì 22 settembre 2010

Out of touch

È notizia di questi giorni che i dirigenti del PD hanno mandato via e-mail a iscritti e simpatizzanti un questionario in cui si chiede la loro opinione su vari temi:
  • i contenuti del discorso di Bersani tenuto alla festa del PD
  • le dichiarazioni di Renzi contro la linea di Bersani
  • la proposta alternativa di Veltroni
  • lo stato del PD
  • le aspettative dei suoi elettori e altre cose
Al di là del fatto che un militante (o ancor di più un simpatizzante) possa sentirsi gratificato del fatto di essere investito di un potere d'indirizzo del suo partito, la cosa è uno spunto per riflettere. Un partito è generalmente fatto da gente che fa politica al fine di raggiungere certi scopi. Si suppone che chi (da anni e anni) fa politica a tempo pieno debba avere le idee un tantino più chiare di un semplice militante o addirittura di un elettore.

Quindi il fatto che il PD, un partito organizzato e strutturato all'europea, deleghi la scelta del suo capo a gente esterna è già un brutto segno, giacché indica che il suo gruppo dirigente ha abdicato a una delle sue funzioni.

Ora, con il questionario, i dirigenti del PD chiedono alla gente che politica occorra fare.

Quando nel 1990 il gruppo dirigente del partito conservatore britannico sfiduciò Margaret Thatcher, fu detto che oramai, dopo undici anni al potere, la Lady di ferro era out of touch col paese, e che l'introduzione della Poll Tax e i conseguenti disordini erano lì a provarlo.

Nel caso dei dirigenti del PD l'espressione out of touch pare financo benevola.

lunedì 13 settembre 2010

Servi e padroni

Sembrano gli slogan degli anni settanta. Invece sono del settembre 2010. A Torino qualcuno è andato alla festa del PD a contestare il sindacalista Bonanni, reo di essere troppo accomodante con le controparti.



La foto è presa dal Corriere della Sera. La galleria completa la trovate qui.

Lo slogan scritto sul cartellone è:

IL DENARO È UN BUON SERVO E UN CATTIVO PADRONE
...e io vorrei più denari, più servi e più padroni

Un altro striscione recava lo slogan:

MARCHIONNE COMANDA, BONANNI OBBEDISCE

Sembra impossibile, dopo che le tesi di Marx sono state confutate, dopo che i regimi del socialismo reale sono stati rovesciati dagli stessi popoli nei cui interessi governavano (e sostituiti da modelli assai liberisti), dopo che l'Internet e i viaggi low-cost aiutano a diffondere informazione e conoscenza, che ci sia ancora gente prigioniera di questi concetti errati.

Nessuno vuole togliere loro le pulsioni ideali marxiste, ma dato che spesso sono studenti di lungo corso, ci vuole molto a capire che uno come Marchionne "padrone" lo è per modo di dire, e che in realtà è "servo" anch'egli degli azionisti, i quali a loro volta sono "servi" delle banche che li finanziano, che a loro volta sono "serve" nelle loro decisioni dei risultati delle vendite della FIAT. E che quindi alla fine i veri padroni sono i consumatori (fra cui magari i genitori dei contestatori) che decidono di comprare Toyota piuttosto che FIAT.

E poi la maledizione del denaro. Ma loro credono in una società basata sul baratto o magari sulle tessere annonarie?

E infine la libertà sindacale: se non vi piace Bonanni, nessuno vi obbliga a iscrivervi alla CISL. In Italia non manca certo la scelta dei sindacati o cobas a cui iscriversi. Che i lavoratori sconfessino Bonanni, se ritengono che non faccia gli interessi dei lavoratori.

L'unica cosa certa è che queste scene accadono solo da noi. Qualcuno vagheggia per l'Italia un futuro da paese normale. Forse quel qualcuno farebbe bene a riflettere su quali siano i germi (e chi li ha seminati) che producono queste aberrazioni mentali.