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lunedì 30 luglio 2012

Grillini di destra

Il sito web "Fermare il declino" è la (pre) discesa in campo di coloro che hanno individuato in Berlusconi e nel PDL la causa della mancata rivoluzione liberale: ci sono Mario Baldassarri e Benedetto della Vedova (FLI), ci sono Oscar Giannino e Michele Boldrin (qui in TV magnificava la Spagna, ma era prima della crisi di oggi) che hanno spinto per il governo Monti e oggi se ne dicono delusi, ci sono quelli di Libertiamo e dell'Istituto Bruno Leoni, ci sono Andrea Romano e Irene Tinagli di ItaliaFutura.

Hanno fatto dieci proposte alle quali ho dato una scorsa veloce. Dieci wishful thinking che però peccano di un vizio alla base: se tutto ciò non è stato fatto occorre che si facciano una ragione del fatto che sono obiettivi estremamente difficili da raggiungere in un paese in crisi, arroccato in corporazioni, con alta spesa pubblica e numerosi clientes di essa (spesso ideologizzati, cosa non da poco) e per di più in via di invecchiamento demografico.

Buona fortuna al neonato movimento e a quel che ne verrà. Ne avrà bisogno. Un appunto però: fare un programma di wishful thinking è cosa facile. Lo fa già Grillo coi suoi wishful thinking di sinistra. Ora lo fanno anche i liberali. Solo che la realtà è un attimino più complessa.

Prendiamo ad esempio il punto 4 del loro manifesto:
Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.
Privatizzare la RAI: a chi? Chi è il pazzo disposto a sobbarcarsi l'onere della gestione di un carrozzone di stato? Facciamo come Alitalia? Bad and good company? Beninteso la bad company resterà a carico di Pantalone. Mediaset ha circa la metà dei dipendenti della RAI: la ristrutturazione dell'ex TV pubblica (cinquemila posti di lavoro in meno) avrà i suoi costi sociali. E la caccia alla pubblicità (vedasi "abolizione del tetto pubblicitario) avrà conseguenze negative sui bilanci delle altre emittenti private e forse sui posti di lavoro.

Abolire il canone e il tetto pubblicitario. Quello è sì fattibile: la nuova RAI privata diventerà una TV commerciale e vivrà di pubblicità. Solo che l'ultima frase vorrebbe "affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti". E qui sorge un primo problema: se vogliamo che una TV commerciale faccia servizio pubblico occorre che la remunerazione sia maggiore che fare programmi commerciali. E allora lo stato dovrà indire dei bandi in cui l'aggiudicatario verrà ben remunerato. Già, ma con quali soldi? Il canone sarà abolito, quindi quel centinaio di euro l'anno che ogni famiglia paga dovrà essere sostituito da qualche altro tributo o aumento di quelli esistenti. Insomma: il canone esce dalla porta, ma rientra dalla finestra. Ma questo sul manifesto dei liberali non ce lo trovate.

martedì 25 ottobre 2011

Note su debito e spesa pubblica

Una delle più sterili discussioni avviene quando i fan della sinistra sostengono che Prodi avrebbe messo i conti in ordine, mentre invece Berlusconi li avrebbe "scassati" (per usare le parole di Bersani).
Quando però si chiede in virtù di cosa, di quali provvedimanti, successi ed insuccessi sarebbero avvenuti, nessuno è in grado di dirlo. Perché, sia chiaro, la spesa pubblica aumenta o diminuisce non tanto per buona o cattiva gestione, ma perché vengono approvate leggi che la fanno aumentare o diminuire.

L'errore che viene comunemente fatto è quello di prendere il debito e la spesa pubblica come percentuale del PIL: così facendo basta che sia il PIL ad aumentare o diminuire per cambiare le cose. Come in questo grafico (fonte: Eurostat):



Se prendiamo il debito pubblico come percentuale del PIL esso è diminuito. Ma la ragione è che negli anni in cui è diminuito è il PIL ad essere aumentato. Infatti se prendiamo il debito in valori assoluti:


E qui è in valori assoluti, ma paragonato al debito di Germania, Francia e Spagna:


Il grafico seguente (fonte: BCE) mostra la spesa pubblica (in miliardi di Euro) in valori assoluti dal 1980 ad oggi:


Come si vede, ci sono degli anni in cui rallenta a cui seguono dei picchi che riportano la crescita a un'inclinazione costante. In particolare, durante la legislatura 1996-2001 (governi Prodi, D'Alema e Amato, con Ciampi e Visco), questa fu la spesa:

1997 - 527.045
1998 - 534.337
1999 - 542.566
2000 - 549.009
2001 - 598.977

Ovvero la spesa crebbe poco dal 1997 fino al 2000 (solo 22 miliardi di euro), ma in un solo anno, dal 2000 al 2001 crebbe di 49 miliardi. Quali furono le ragioni (spese posticipate, incassi anticipati, rinnovi dei contratti dei dipendenti, etc.) è cosa che lascio a chi voglia andare ad analizzare i dettagli delle maggiori spese e le loro cause. Quello che conta è la tendenza di lungo periodo.

Un'ultima osservazione: nel quinquennio dell'Ulivo la crescita della spesa pubblica diminuì, salvo poi aumentare di molto l'ultimo anno. Anche in questi ultimi anni il governo è riuscito a diminuire la crescita, e nel 2010 la spesa pubblica è addirittura diminuita rispetto all'anno precedente:


Questo grafico del FMI mostra anche la proiezione per gli anni futuri fino al 2015: come si vede, a meno di non fare riforme strutturali (delle pensioni, della sanità, del pubblico impiego, etc.), a periodi di risparmi seguono periodi in cui la spesa aumenta vanificando i risparmi precedenti.

venerdì 12 agosto 2011

Almeno un po' di trasparenza

Qualunque sia il contenuto della manovra che verrà approvata, sarà Berlusconi a (ri)metterci la faccia. Anche se alla fine verrà deciso di alzare le tasse per non tagliare le pensioni. Se questa sarà la scelta, sarebbe opportuno che a metterci la faccia fosse anche Bossi. E che quindi Alfano Berlusconi vada in televisione e dica: "avremmo voluto tagliare le pensioni invece di alzare le tasse, ma la Lega Nord non ce lo ha consentito". E magari, nei prossimi mesi, si ricordi di aggiungere che le quote latte, i ministeri a Monza, il no all'accorpamento di comuni e provincie sono tutte imposizioni della Lega Nord.
Se elezioni anticipate hanno da essere, almeno che la gente possa conoscere per deliberare.

lunedì 4 aprile 2011

Il sangue dei vinti

Il libro di Giampaolo Pansa "Il sangue dei vinti" del 2003 è ancora oggetto di polemica. Lo è stato tempo fa in questo blog d'opinione, e recentemente mi è capitato di leggerne qui.

Non saprei dire nel caso specifico del primo blog che ho citato, ma la mia impressione è che spesso chi ne dibatte, cosciente o meno di ciò, parta dai propri assunti ideologici, da tradizioni politiche o financo da esperienze, dolorose o meno, di famiglia. Ne consegue che è difficile forzarsi a dare un giudizio obiettivo, e che -ancora peggio- in molti si sono fatti un'idea del libro senza neppure averlo letto, ma basandosi sulle innumerevoli recensioni e giudizi (tutti di parte, vedi sopra) che si trovano in rete.

Fatti veri o falsi?

Io il libro l'ho letto. È una divulgazione senza pretese di alta letteratura o di accademia di fatti sino a quel momento sostanzialmente ignorati dalla storiografia. Ed è lo stesso Pansa a premetterlo nelle pagine iniziali del libro. Dunque chi l'ha letto non dovrebbe obiettare né l'assenza della citazione delle fonti a piè di pagina né altre cose che non ne fanno un libro di storia. Ad ogni modo, comunque la si pensi, lo stesso Pansa, allorché fu criticato per quei motivi da vari docenti universitari di materie storiche, li sfidò pubblicamente, loro e i loro assistenti, a trovarci delle inesattezze. La sfida non venne raccolta, pertanto si può affermare che nessuno sinora ha potuto sbugiardarlo.

Una rappresentazione distorta del contesto?

Viene poi detto che Pansa faccia iniziare la storia il 25 aprile 1945, ignorando fatti precedenti di opposta e analoga, se non peggiore, crudeltà. E che la conseguenza di ciò sia una sostanziale falsificazione della storia. Ma anche qui osservo che il libro di Pansa all'inizio di ogni capitolo racconta di quali colpe le vittime delle vendette si fossero macchiate. E oltre a ciò Pansa racconta cosa era successo in precedenza nelle zone in cui avvennero quei fatti. E che il fascismo fosse un regime è cosa nota. Così come è cosa nota la guerra e gli orrori che aveva portato.

Ogni avvenimento storico è il seguito di un avvenimento precedente che ne è il presupposto necessario. Pertanto obiettare che il libro di Pansa sarebbe scorretto perché inizia a narrare i fatti del 1945 omettendo quelli degli anni precedenti è un po' come dire che un libro sull'olocausto sarebbe scorretto se non trattasse anche dei fatti storici che portarono all'antisemitismo. Così non si dovrebbe parlare delle Fosse Ardeatine senza includere Via Rasella, né di Via Rasella senza parlare dell'occupazione tedesca, la quale non potrebbe essere trattata senza menzionare l'otto settembre, e così via fino alla notte dei tempi.

Al che qualcuno potrebbe obiettare che l'antisemitismo non può essere una giustificazione dell'olocausto. Il che è verissimo, così come è vero che il fascismo non giustifica le successive vendette. Oppure le giustifica? Allora occorre che chi brandisce l'argomento della necessità di contestualizzare quei fatti abbia il coraggio di ammettere esplicitamente ciò che esso implicitamente postula, cioè che le violenze fasciste, la guerra e l'occupazione tedesca avrebbero giustificato le successive vendette partigiane.

E l'idea per cui gli eccidi debbano essere contestualizzati va in crisi quando si nota che a compierli furono solo i partigiani rossi, e non quelli bianchi (i cattolici), verdi (Giustizia e Libertà) o azzurri (i liberali). E che anzi i partigiani rossi uccisero partigiani di altri colori (e non viceversa).

Ma allora occorre scegliere: o quei fatti sono avvenuti e possono essere narrati senza che Pansa si becchi l'epiteto di revisionista, dato che il contesto precedente li giustificherebbe, oppure quelle di Pansa sono ricostruzioni parziali, incomplete, da dilettante, senza fonti chiare, e il suo libro falsificherebbe sostanzialmente la storia. Ma come ho detto, sinora nessuno storico è riuscito a smontare il libro.

La vera questione dei libri di Pansa che agita il dibattito non è il loro contenuto, ma il fatto che i libri hanno avuto un grande successo di vendite e che l'autore ha un curriculum "rispettabile" (un giornalista che ha scritto a lungo su Repubblica e L'Espresso), che impedisce che il giudizio si limiti al dito e non alla luna. Se a scriverli fosse stato un reduce della Repubblica di Salò (come in passato avvenne) quasi nessuno se li sarebbe filati. E chi lo avesse fatto avrebbe indicato il dito, dicendo che era il dito di un fascista.

Detto questo, io ne consiglio la lettura. Perché i fatti narrati sono realmente avvenuti e non devono essere censurati, neanche per convenzione tacita. Altrimenti se la cultura della resistenza si deve basare sullo zittire gli avversari, sul negare i fatti imbarazzanti, sul fare dei partigiani un'agiografia ipocrita, ci troviamo davanti a un male simile a quello che la resistenza stessa ha combattuto. E purtroppo quello è il problema di fondo che Pansa ha scoperchiato.

giovedì 24 marzo 2011

Come vincere il referendum sul nucleare

Il governo teme che la gente, sull'onda dell'emotività causata dalle esplosioni nella centrale atomica di Fukushima, vada a votare in massa ai referendum, facendo scattare il quorum, e che voti "sì".

È di questi giorni il tentativo di metterci una pezza decretando una moratoria di un anno sul nucleare.

Ma ciò potrebbe non bastare: il referendum si terrà ugualmente, e i sondaggi dicono che la gente, fino ad ieri favorevole al nucleare, oggi è in maggioranza contraria, perché spaventata.

Che fare allora?

La soluzione ce la potrebbe offrire in questi giorni la cancelliera tedesca Merkel, che ha proposto l'embargo sul petrolio libico. Se passasse, l'Italia sarebbe il paese importatore che più ne verrebbe danneggiato, dato che metano e petrolio libico costituiscono una percentuale significativa dei nostri approvvigionamenti energetici. Oltre a ciò, l'embargo con ogni probabilità provocherebbe un aumento del prezzo del petrolio.

Quindi basta che l'Italia faccia in modo che la proposta passi, a livello europeo e a livello ONU. Non ci vorrà molto: basterà non opporsi più di tanto. A quel punto l'embargo sarà cogente anche per noi.

E qui viene il bello: il governo, al fine di limitare i danni all'economia nazionale, dovrebbe fare in modo che i conseguenti aumenti sulle bollette elettriche e del gas nonché l'aumento della benzina vengano contenuti. Come? Semplice: razionandone il consumo. Ovvero, programmando dei black out elettrici, riducendo per decreto a 17 gradi la temperatura nelle case e negli uffici riscaldati a gas, e limitando la quantità di benzina destinata al consumo privato (per esempio come negli anni 70, quando gli automobilisti erano obbligati a lunghe code ai distributori).

Davanti a tutto ciò il governo dovrà dire pubblicamente che la colpa è di chi ha spinto per la guerra e l'embargo alla Libia e del fatto che in Italia non abbiamo l'energia nucleare. Che se l'avessimo non ci sarebbero stati i razionamenti e i black out. Come dargli torto?

Qualora venisse fatto ciò i cittadini del Coglionistan il giorno del referendum soppeserebbero le loro paure giapponesi contro la concreta inconvenienza dei black out, del freddo in casa e delle code che hanno dovuto fare ai distributori. Che dite, il nucleare vincerebbe coll'80% o col 90%?

venerdì 26 novembre 2010

Fischi per fiaschi

A che serve un'opposizione? Risposta: oltre a rendere un paese più democratico, serve a stimolare la maggioranza a fare meglio, mediante iniziative, controproposte, emendamenti, critiche (nel merito), etc. L'idea è che chi sta all'opposizione si sforzi di presentarsi come migliore, come un passo avanti rispetto a chi governa.
Nel Coglionistan invece l'opposizione viene fatta denigrando la maggioranza. Nella speranza che, denigrala oggi e denigrala domani, il suo consenso cali, e chissà che poi sarà l'opposizione a prenderne il posto.

Un paio di esempi d'attualità

Il governo annuncia il piano per il sud. Berlusconi chiosa: «Il governo ha praticamente in poco tempo realizzato tutto quanto garantito di fronte al Parlamento». Ovvero: noi governo ci eravamo impegnati a studiare, redigere e presentare al Parlamento dei disegni di legge, ora lo abbiamo fatto.
Risposta di Bersani: «Se Berlusconi ha fatto i cinque punti può andarsene a casa contento e tranquillo».
Che c'entra? E perché in seguito alla presentazione dei disegni di legge, che sono il primo passo ufficiale di una politica (a cui deve seguire l'approvazione da parte del parlamento, l'eventuale attuazione da parte del governo e degli enti locali, l'implementazione e la verifica dei risultati raggiunti) il governo dovrebbe andare a casa, suppostamente per farsi giudicare dagli elettori prima che detto piano venga concretamente messo in atto e possa dunque essere giudicato?

Il ministro Gelmini aveva criticato Bersani, poiché questi era salito sul tetto di un edificio occupato dagli studenti che protestano contro la riforma dell'università. La Gelmini ha detto: «Non si capisce se in veste di segretario precario del Pd, piuttosto che di studente ripetente», laddove ripetente è un riferimento a quegli studenti universitari che passano il loro tempo più a fare politica (per esempio salendo sui tetti o occupando le facoltà) piuttosto che studiando e passando gli esami.
Risposta di Bersani: «Pubblicherò su Internet tutti i voti di tutti i miei esami del mio corso di laurea. Mi aspetto che il ministro faccia altrettanto, completo di "giro turistico" a Reggio Calabria».
Bravo. Ma che c'entra coll'assecondare gli studenti che scambiano l'università per un luogo di lotta politica invece che un luogo dove si fa un corso di studi?

Rimboccarsi le maniche o attendere incrociando le braccia?

La conseguenza di tutto ciò è che non si genera un circolo virtuoso in cui ciascuna parte cerca di fare meglio dell'altra, ma piiuttosto un circolo vizioso nel quale ciascuna parte cerca di dimostrare che l'altra è peggiore. È di tutta evidenza che così facendo che sta all'opposizione, invece di prepararsi a governare meglio di ch ilo fa oggi, si limita ad attendere che chi governa abbia logorato la propria immagine per prenderne il posto. Ma il risultato sarà che poi le verrà riservato il medesimo trattamento, e alla fin della fiera è il paese a farne le spese.

giovedì 4 novembre 2010

Prove tecniche di ribaltone: ecco la nuova legge elettorale

Allora, dopo che per mesi chi voleva cambiare la legge elettorale sapeva cosa non voleva ma non cosa voleva, pare che i futuri potenziali ribaltonisti stiano cercando di mettersi d'accordo sul tema. Vediamo, secondo la ricostruzione di Federico Geremicca su La Stampa, di cosa si tratterebbe:
Cominciamo dalla Camera. La quota più consistente di seggi (si limano i dettagli: diciamo tra il 55 e il 60% del totale) verrebbe assegnata in collegi uninominali col sistema del doppio turno. Verrebbe eletto subito alla Camera chi ottenesse la metà più uno dei voti validi espressi.
Al secondo turno, invece, ci arriverebbero tutti i candidati che al primo avessero superato il 10 per cento dei consensi: è in questa fase che diverrebbe obbligatoria l’indicazione del candidato-premier per il quale si è in campo. Una seconda quota di seggi (tra il 35 e il 40% del totale) verrebbe assegnata con metodo proporzionale nelle circoscrizioni elettorali ai partiti che avessero superato la soglia di sbarramento, fissata al 5 per cento.

Il restante (cioè il 5% del totale dei seggi) verrebbe assegnato, sempre nelle circoscrizioni elettorali, come diritto di tribuna, ai partiti rimasti al di sotto della soglia del 5 per cento dei voti. Sospesa, per il momento, la scelta per quel che riguarda il sistema da adottare per il Senato. L’incertezza è legata a quanto del pacchetto di riforme possibili contenute nella cosiddetta bozza Violante (due risoluzioni che vi fanno riferimento sono state già votate quasi all’unanimità al Senato) riuscirà a vedere la luce.
Se, per esempio, si raggiungesse un’intesa anche sulla fine del bicameralismo perfetto, attribuendo al Senato la funzione di Senato delle Regioni (non titolato, dunque, a votare la fiducia al governo) l’assemblea di palazzo Madama verrebbe eletta con sistema interamente proporzionale.
Vediamo di fare un po' di ordine, ed esaminiamo le novità rilevanti punto per punto:

Fine del bipolarismo

Si tratta dunque di un ritorno alla proporzionale, e del conseguente abbandono del bipolarismo. Ciò in barba alla lunga battaglia referendaria di Segni e Pannella, proseguita poi da Guzzetta. Infatti se il 40-45% dei seggi è attribuita in maniera proporzionale, ciò rende inefficace la parte maggioritaria. Nessuno schieramento annunciato prima delle elezioni potrà contare sui numeri per governare, ma dovrà ulteriormente trattare in parlamento.

Doppio turno

Il costo delle elezioni raddoppia, così come raddoppia lo sfinimento degli elettori, chiamati a recarsi ai seggi due volte invece di una. Aumentano i costi delle campagne elettorali, e conseguentemente i finanziamenti pubblici ai partiti.

Mercato delle vacche

Se nella parte maggioritaria passano al secondo turno tutti quelli che prendono almeno il 10% dei voti, è facilmente prevedibile che in determinati casi inizieranno delle trattative fra i partiti per accordarsi su varie desistenze.

Voto di preferenza

L'articolo citato menziona espressamente "il ritorno delle preferenze". Che vigerebbe nel 40-45% eletto con il sistema proporzionale. Anche qui verrebbe cancellata la battaglia referendaria, il cui scopo era appunto quello di impedire la lotta fra candidati dello stesso partito, la conseguente esplosione delle spese di propaganda e il controllo dell'elettorato mediante il voto di scambio.

Sbarramento al 5% e diritto di tribuna

Se da un lato viene innalzata la soglia minima dei voti per accedere alla ripartizione dei seggi attribuiti nella parte proporzionale, e ciò potrebbe avere un qualche effetto positivo per consolidare le maggioranze e le coalizioni, dall'altro la quota proporzionale viene scomposta in due parti, con una trentina di seggi ripartiti fra le liste che non raggiungono il quorum. Questa disposizione, oltre a contraddire lo spirito di quella precedente, dato che favorirà il proliferare di liste aventi il solo scopo di eleggere un parlamentare, potrebbe avere la spiacevole conseguenza di dare a quei trenta parlamentari, non solo il diritto di tribuna, ma anche il potere di essere determinanti per la sopravvivenza o meno di un governo. Un po' come avviene oggi con i finiani, che sono appunto una trentina.
Non mi stupirei se spuntassero delle liste civetta aventi il solo scopo di prendere quei seggi.

Indicazione del premier

Quella rimarrebbe, nonostante sia già oggi una norma in contrasto (logico, non giuridico) con l'impianto della costituzione (oggi Berlusconi vi si appiglia per contrastare l'eventualità di un ribaltone). La riproporzionalizzazione del sistema la svuoterebbe di ogni ragione di essere. Infatti nessun partito potrebbe affermare di avere vinto le elezioni (*), ma avremmo sei-sette partiti (se non di più) con altrettanti candidati premier e la patata bollente nelle mani del presidente della repubblica.

(*) in realtà tutti affermerebbero di averle vinte per una ragione o un'altra. Ma sicuramente nessun avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi, difficilmente ce l'avrebbe una coalizione formatasi prima del voto, e probabilmente la poltrona del premier sarebbe un argomento di trattativa come nella prima repubblica.

Riforma costituzionale: Senato tutto proporzionale

Come detto vi sarebbe anche "un’intesa anche sulla fine del bicameralismo perfetto". Al Senato verrebbero assegnate altre funzioni e, quel che è peggio, verrebbe eletto, come il parlamento europeo, con un sistema proporzionale puro, con tanto di voti di preferenza (vedi sopra). Un simile cambiamento, oltre ad essere di dubbia opportunità (per usare un eufemismo) visto che sarebbe una riforma costituzionale fatta da una maggioranza ribaltonista, rinforzerebbe ulteriormente il carattere proporzionalista del sistema politico.

Conclusioni

Questa riforma riporta l'orologio della politica alla prima repubblica, alle consultazioni, ai governi balneari, alle crisi di governo perenni. Chi la propugna è disposto a barattare l'affossamento dell'odiato Berlusconi (e nel caso di Fini la propria sopravvivenza politica) in cambio dell'abbattimento di quel poco che gli Italiani hanno ottenuto: la possibilità di scegliersi un governo nelle urne.

Per ciò che riguarda il ribaltone sappiamo ora che non si tratterebbe di un governo tecnico avente il solo scopo di permettere l'approvazione di una nuova legge elettorale, ma si aprirebbe addirittura una più lunga fase di riforme costituzionali. Il tutto ovviamente sopra la testa dei cittadini sudditi.

mercoledì 29 settembre 2010

Servizio pubblico ad usum coglionorum

La puntata di Ballarò di ieri sera può essere riassunta così: Bondi ha accusato i finiani di impedire con la loro scissione l'azione di governo e le riforme. Bocchino gli ha replicato che la scissione è la conseguenza delle riforme non avvenute. Luttwak ha giustamente commentato che, stante l'ampia maggioranza parlamentare, i forti consensi nel paese, la debolezza dell'opposizione e il rispetto che Berlusconi, Frattini e Tremonti hanno a livello internazionale, non si capisce perché Fini abbia deciso di spaccare la maggioranza.

Lo scambio di battute fra Bondi e Bocchino riassume in poche parole il surrealismo della situazione: al telespettatore arriva il messaggio di uno scontro su delle riforme da attuare, ma non gli viene spiegato né chi sia a bloccare quelle riforme, né di quali riforme si stia discutendo. E l'impressione è che nessuno in studio lo sapesse con esattezza. Luttwak, in collegamento da Washington, ci ha provato, spiegando che nessuna impresa straniera viene a investire in Italia a causa della burocrazia e dell'inaffidabilità del sistema giudiziario. Il suo commento è stato ignorato.

E l'opposizione? C'era la Serracchiani che ha chiesto la tassazione delle "rendite finanziarie" (sì, ha usato proprio quelle parole). Continuiamo a farci del male.