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giovedì 2 dicembre 2010

Lettera aperta a Benedetto Della Vedova

Se potessi inviare un commento a quanto Benedetto Della Vedova -deputato che stimo- ha scritto sul suo blog, dove i commenti sono attualmente disabilitati, gli scriverei quanto segue.

Egli ha detto che:
  1. chi il 14 dicembre voterà la fiducia al governo Berlusconi in realtà innescherà il processo che porterà alle elezioni anticipate;

  2. viceversa chi voterà la sfiducia, pur aprendo la crisi di governo, determinerà un processo politico che porterà a un nuovo governo, e quindi alla prosecuzione della legislatura, "a partire dalla maggioranza di centro destra" (qualsiasi cosa ciò significhi).
Entrambe le affermazioni sono degne di nota.

La prima lo è perché conferma quanto da me sostenuto: cioè che il potere di diritto di sciogliere il parlamento è del presidente della repubblica, ma quello di fatto è -e deve essere- del capo del governo purché abbia la fiducia delle camere.

E di certo non è un potere del parlamento. Infatti, secondo chi sostiene il dovere del presidente della repubblica di verificare l'esistenza di una maggioranza parlamentare e -se vi è- di adeguarsi al suo volere, queste votando la fiducia impedirebbero a Napolitano di accordare poi a Berlusconi le elezioni anticipate.

Quindi, qualora il governo ottenga la fiducia, mi attendo che Benedetto Della Vedova non contesti la richiesta di Berlusconi di andare ad elezioni anticipate ed il suo eventuale accoglimento da parte di Napolitano, sulla base che ci sarebbe in parlamento una maggioranza alternativa.

Passiamo alla seconda affermazione. Se Della Vedova è sincero nel chiedere un nuovo governo con maggioranza di centro destra, esso rifletterà di nuovo gli attuali rapporti di forza: sarà sostenuto da 235 deputati del PDL, 59 della Lega, 36 di FLI, nonché da qualcuno oggi iscritto al gruppo misto. Numeri analoghi al Senato. Per cui i finiani non otterrebbero niente di più rispetto ad ora.

Forse però Della Vedova prefigura una nuova maggioranza di centro destra che parta dall'attuale e che arrivi non si sa dove. Si può immaginare che intenda includervi i neo alleati terzopolisti: l'UDC e magari l'API di Rutelli. Ma anche in questo caso, anche qualora nascesse, essa non muterebbe gli attuali rapporti di forza. Anzi, con l'ingresso dei centristi FLI perderebbe il suo esclusivo potere di ricatto sul governo.

Per farla breve: senza Berlusconi, fintanto che potrà contare su almeno 40 deputati o 20 senatori a lui fedeli, non nasce nessun nuovo governo di centro destra. E allora perché fare cadere l'attuale se si punta a un governo fotocopia e a reiterare l'impegno sui cinque punti?

Vi è anche la possibilità che l'espressione "a partire dalla maggioranza di centro destra" significhi qualcos'altro. Cioè una maggioranza con parte del centro destra (FLI e MPA) ma senza Berlusconi. Detto in parole semplici: il ribaltone.

Quale che sia, è evidente che Della Vedova sta partecipando a delle manovre di palazzo poco trasparenti, con giochi di parole in politichese e sulla testa degli elettori.

Che la Gabina elettorale gli sia lieve.

giovedì 25 novembre 2010

Dove trovare il Panem

  1. Come già avevo scritto in precedenza,le opposizioni stanno trattando con i finiani per un ribaltone il cui scopo sarà di tornare alla proporzionale.
  2. Dato però che un governo non può campare di soli circenses, qualora il ribaltone veda davvero la luce, si porrà il problema di dove trovare il panem. Vista la composizione dell'ipotetica maggioranza e del blocco sociale che la dovrebbe sostenere, e visto il difficile momento economico e finanziario, il mio timore è che veda la luce quanto già proposto dalla Serracchiani, da Fini, nonché quanto già attuato negli anni ottanta dai padri politici di Casini (i governi di pentapartito che nel 1986 introdussero l'imposta del 6.25% e che nel 1987 l'alzarono al 12.5%): l'aumento dell'imposta sui redditi da capitale.
Adesso mettete assieme i punti 1 e 2, e guardare il video dell'ultima puntata di Ballarò andando direttamente a 1:59:00. È il momento in cui Rosy Bindi in un solo minuto dice:
  1. che il PD è disposto ad andare alle elezioni sia con un'alleanza di sinistra che con una estesa al centro (traduzione dal Politichese all'Italiano: sono disposti sia a tenersi l'attuale legge elettorale, sia a votare il ritorno alla porporzionale),
  2. che il PD scenderà presto in piazza per pubblicizzare la proposta di aumento dell'imposta sui redditi da capitale.

giovedì 4 novembre 2010

Prove tecniche di ribaltone: ecco la nuova legge elettorale

Allora, dopo che per mesi chi voleva cambiare la legge elettorale sapeva cosa non voleva ma non cosa voleva, pare che i futuri potenziali ribaltonisti stiano cercando di mettersi d'accordo sul tema. Vediamo, secondo la ricostruzione di Federico Geremicca su La Stampa, di cosa si tratterebbe:
Cominciamo dalla Camera. La quota più consistente di seggi (si limano i dettagli: diciamo tra il 55 e il 60% del totale) verrebbe assegnata in collegi uninominali col sistema del doppio turno. Verrebbe eletto subito alla Camera chi ottenesse la metà più uno dei voti validi espressi.
Al secondo turno, invece, ci arriverebbero tutti i candidati che al primo avessero superato il 10 per cento dei consensi: è in questa fase che diverrebbe obbligatoria l’indicazione del candidato-premier per il quale si è in campo. Una seconda quota di seggi (tra il 35 e il 40% del totale) verrebbe assegnata con metodo proporzionale nelle circoscrizioni elettorali ai partiti che avessero superato la soglia di sbarramento, fissata al 5 per cento.

Il restante (cioè il 5% del totale dei seggi) verrebbe assegnato, sempre nelle circoscrizioni elettorali, come diritto di tribuna, ai partiti rimasti al di sotto della soglia del 5 per cento dei voti. Sospesa, per il momento, la scelta per quel che riguarda il sistema da adottare per il Senato. L’incertezza è legata a quanto del pacchetto di riforme possibili contenute nella cosiddetta bozza Violante (due risoluzioni che vi fanno riferimento sono state già votate quasi all’unanimità al Senato) riuscirà a vedere la luce.
Se, per esempio, si raggiungesse un’intesa anche sulla fine del bicameralismo perfetto, attribuendo al Senato la funzione di Senato delle Regioni (non titolato, dunque, a votare la fiducia al governo) l’assemblea di palazzo Madama verrebbe eletta con sistema interamente proporzionale.
Vediamo di fare un po' di ordine, ed esaminiamo le novità rilevanti punto per punto:

Fine del bipolarismo

Si tratta dunque di un ritorno alla proporzionale, e del conseguente abbandono del bipolarismo. Ciò in barba alla lunga battaglia referendaria di Segni e Pannella, proseguita poi da Guzzetta. Infatti se il 40-45% dei seggi è attribuita in maniera proporzionale, ciò rende inefficace la parte maggioritaria. Nessuno schieramento annunciato prima delle elezioni potrà contare sui numeri per governare, ma dovrà ulteriormente trattare in parlamento.

Doppio turno

Il costo delle elezioni raddoppia, così come raddoppia lo sfinimento degli elettori, chiamati a recarsi ai seggi due volte invece di una. Aumentano i costi delle campagne elettorali, e conseguentemente i finanziamenti pubblici ai partiti.

Mercato delle vacche

Se nella parte maggioritaria passano al secondo turno tutti quelli che prendono almeno il 10% dei voti, è facilmente prevedibile che in determinati casi inizieranno delle trattative fra i partiti per accordarsi su varie desistenze.

Voto di preferenza

L'articolo citato menziona espressamente "il ritorno delle preferenze". Che vigerebbe nel 40-45% eletto con il sistema proporzionale. Anche qui verrebbe cancellata la battaglia referendaria, il cui scopo era appunto quello di impedire la lotta fra candidati dello stesso partito, la conseguente esplosione delle spese di propaganda e il controllo dell'elettorato mediante il voto di scambio.

Sbarramento al 5% e diritto di tribuna

Se da un lato viene innalzata la soglia minima dei voti per accedere alla ripartizione dei seggi attribuiti nella parte proporzionale, e ciò potrebbe avere un qualche effetto positivo per consolidare le maggioranze e le coalizioni, dall'altro la quota proporzionale viene scomposta in due parti, con una trentina di seggi ripartiti fra le liste che non raggiungono il quorum. Questa disposizione, oltre a contraddire lo spirito di quella precedente, dato che favorirà il proliferare di liste aventi il solo scopo di eleggere un parlamentare, potrebbe avere la spiacevole conseguenza di dare a quei trenta parlamentari, non solo il diritto di tribuna, ma anche il potere di essere determinanti per la sopravvivenza o meno di un governo. Un po' come avviene oggi con i finiani, che sono appunto una trentina.
Non mi stupirei se spuntassero delle liste civetta aventi il solo scopo di prendere quei seggi.

Indicazione del premier

Quella rimarrebbe, nonostante sia già oggi una norma in contrasto (logico, non giuridico) con l'impianto della costituzione (oggi Berlusconi vi si appiglia per contrastare l'eventualità di un ribaltone). La riproporzionalizzazione del sistema la svuoterebbe di ogni ragione di essere. Infatti nessun partito potrebbe affermare di avere vinto le elezioni (*), ma avremmo sei-sette partiti (se non di più) con altrettanti candidati premier e la patata bollente nelle mani del presidente della repubblica.

(*) in realtà tutti affermerebbero di averle vinte per una ragione o un'altra. Ma sicuramente nessun avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi, difficilmente ce l'avrebbe una coalizione formatasi prima del voto, e probabilmente la poltrona del premier sarebbe un argomento di trattativa come nella prima repubblica.

Riforma costituzionale: Senato tutto proporzionale

Come detto vi sarebbe anche "un’intesa anche sulla fine del bicameralismo perfetto". Al Senato verrebbero assegnate altre funzioni e, quel che è peggio, verrebbe eletto, come il parlamento europeo, con un sistema proporzionale puro, con tanto di voti di preferenza (vedi sopra). Un simile cambiamento, oltre ad essere di dubbia opportunità (per usare un eufemismo) visto che sarebbe una riforma costituzionale fatta da una maggioranza ribaltonista, rinforzerebbe ulteriormente il carattere proporzionalista del sistema politico.

Conclusioni

Questa riforma riporta l'orologio della politica alla prima repubblica, alle consultazioni, ai governi balneari, alle crisi di governo perenni. Chi la propugna è disposto a barattare l'affossamento dell'odiato Berlusconi (e nel caso di Fini la propria sopravvivenza politica) in cambio dell'abbattimento di quel poco che gli Italiani hanno ottenuto: la possibilità di scegliersi un governo nelle urne.

Per ciò che riguarda il ribaltone sappiamo ora che non si tratterebbe di un governo tecnico avente il solo scopo di permettere l'approvazione di una nuova legge elettorale, ma si aprirebbe addirittura una più lunga fase di riforme costituzionali. Il tutto ovviamente sopra la testa dei cittadini sudditi.

sabato 23 ottobre 2010

La mancata rivoluzione liberale

Molti ex-PDL o ex-Forza Italia o ex-centro-destra criticano oggi Berlusconi per non aver fatto la rivoluzione liberale promessa sin dal 1994 e mai attuata.

Il problema è che la maggior parte di coloro che se ne lamentano non sanno di cosa parlano, ovvero: sanno a grandi linee cosa vogliono ottenere, ma non sanno cosa sono disposti a pagare pur di ottenerlo. E lo stesso discorso lo si può purtroppo fare per la maggior parte degli elettori.

Facciamo un esempio concreto: è notizia di questi giorni la legge finanziaria con cui il governo britannico taglierà la spesa pubblica di 92 miliardi di euro, facendola passare in quattro anni dall'attuale 43.7% al 38.4% del PIL.

Fra le misure c'è l'innalzamento dell'età pensionabile a 66 anni per uomini e donne, il taglio di 20 miliardi di euro al welfare (si pensi che Bersani aveva chiesto a Tremonti lo stanziamento di 9 miliardi per attivare in Italia un buon sussidio di disoccupazione), 490 mila posti di lavoro nel settore pubblico (qualcosa tipo il 7-8% del totale) saranno cancellati, un taglio medio ai bilanci dei ministeri del 19% (con le sole eccezioni della sanità e dell'istruzione).

Bene, immaginate ora che il governo Berlusconi proponga qualcosa di simile: sarebbe il grande passo verso la rivoluzione liberale. Chi la reclama chiede infatti l'abbassamento delle tasse sul reddito (i redditi lordi italiani di 75.000 euro sono già i più tassati al mondo), l'abolizione dell'IRAP e di balzelli vari. Poi occorre cominciare una buona volta a ridurre il debito pubblico.

Per raggiungere quegli obiettivi le misure non potrebbero essere che qualcosa di simile a quanto proposto in GB: tagli alla spesa pubblica. Ovviamente, mutatis mutandis, dato che sussidi di disoccupazione da tagliare da noi non ce ne sono, occorrerebbe ad esempio rimettere il ticket sanitario.

Ridurre poi i dipendenti pubblici di mezzo milione appare difficile, dato che da noi non possono essere licenziati. Diciamo allora che venga stabilito il blocco totale delle assunzioni per i prossimi cinque anni con riduzione degli stipendi del 5% (ma basterebbe?).

In GB poi il bilancio della difesa verrà ridotto dell'8%. Ma anche lì da noi non ci sono i margini, per cui occorrerebbe tagliare altrove. Tipo riducendo la cassa integrazione.

Poi occorrerebbe trovare le risorse (leggi: altri tagli) per tagliare l'IRAP, per mettere la doppia flat tax che era nel programma di Forza Italia del 1994). Quindi basta trasferimenti all'INPS, alle FFSS, basta finanziamenti al sud...

Ecco, immaginate che venga proposto tutto ciò: quello sarebbe l'inizio della rivoluzione liberale, quella auspicata non soltanto da Antonio Martino e Benedetto Della Vedova, ma evocata da Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini, Paolo Guzzanti e così via. Che cosa accadrebbe l'indomani dell'approvazione in Consiglio dei Ministri? Lo scenario più probabile è che:
  • la sinistra insorgerebbe gridando alla macelleria sociale
  • il fronte sindacale CGIL-CISL-UIL si ricompatterebbe esigendo il ritiro immediato della proposta
  • vi sarebbero scioperi e manifestazioni di dipendenti pubblici, privati e studenti. Il sistema logistico stesso del paese verrebbe messo alle corde
  • la Confindustria sarebbe la prima a cedere, chiedendo al governo di assicurare la pace sociale, la stampa terzista si accoderebbe, e probabilmente anche il presidente della repubblica e la chiesa cattolica inviterebbero il governo a mediare fra le esigenze del rigore e quelle della giustizia sociale
  • tutto ciò si rifletterebbe in un calo della maggioranza nei sondaggi, e i sopracitati politici "liberali" sarebbero i primi a defilarsi
    Il resto lo potete immaginare.

    Il problema è che vi sono tante categorie in Italia che ricevono privilegi che sarebbero toccati da questa proposta. Tradotto in numeri si tratta di qualche milione di persone: circa quattro milioni di dipendenti pubblici e parapubblici, circa mezzo milione di persone in cassa integrazione (e un imprecisato numero di lavoratori che potenzialmente potrebbero divenirlo e che pertanto non vorrebbero perdere quella garanzia di sostegno), un imprecisato numero di persone il cui lavoro dipende dall'erogazione di contributi pubblici, tutti quelli che vorrebbero andare in pensione senza attendere i 66 anni, tutti quelli a basso reddito che non vorrebbero pagare il ticket sanitario, nonché i familiari di tutti costoro. In pratica mezza Italia, fra cui gente che vota per il centro-destra, sarebbe nei fatti contraria a questa rivoluzione liberale.

    Non è che Berlusconi da sedici anni non attua la rivoluzione promessa per il gusto di attirarsi le critiche dei liberali. Fa così perché sa che i margini di manovra sono molto esigui. E sa che se si lanciasse in un tentativo kamikaze come quello appena esposto il risultato sarebbe una via di mezzo fra ciò che accadde nel 1994 al suo governo e quello che sta accadendo in questi giorni in Francia.

    Il fatto che la situazione economica di molti Italiani dipenda in qualche misura dallo statalismo complica il compito di riformare il paese in senso liberale. Oltre a ciò, pur essendo la situazione tutt'altro che rosea, il paese è pur sempre relativamente benestante. Questo fatto disincentiva la gente a fare i sacrifici necessari a cambiare il paese.

    Data questa situazione, paradossalmente occorrerebbe che la situazione economica peggiorasse di brutto, di modo che in pochi avrebbero voglia di scendere in piazza per difendere l'attuale sistema statalista. Ovviamente è uno scenario non auspicabile. E inoltre, come è accaduto dopo la crisi in Argentina, non è detto che quella situazione farebbe andare il paese nella direzione auspicata.

    Un'ultima considerazione: nel solo paese latino in cui è stata fatta una rivoluzione liberale (rectius: liberista) ciò è avvenuto perché il governo non doveva preoccuparsi dei sondaggi d'opinione. Noi il Chicago Boy ce l'avremmo anche, ma il suo dante causa -come detto- non può garantirgli i pieni poteri.



    P.S.: Gianfranco Fini, che per Benedetto Della Vedova è il nuovo leader liberale che dovrebbe guidare l'Italia, e che come detto rinfaccia a Berlusconi di non avere attuato la rivoluzione liberale, propone oggi di alzare la tassazione delle "rendite finanziarie" dal 12.5% al 24-25%. Come una Serracchiani qualunque.

    venerdì 22 ottobre 2010

    I probiviri e i metodi "staliniani"

    Leggo che anche l'UDC, avrebbe deferito uno dei suoi iscritti, il parlamentare Michele Pisacane, ai probiviri. A Pisacane l'UDC rimprovera un'intervista che La Repubblica riassume così: "sto nell'Udc, tratto col Pd e forse voto Pdl". Secondo Lorenzo Cesa, segretario dell'UDC, quelle parole avrebbero danneggiato l'immagine del partito. Per questi motivi ne chiede l'espulsione.

    Nel 2008 il PD deferì Riccardo Villari ai probiviri, che in quel partito prendono il nome di Commissione Nazionale di Garanzia. La quale commissione decise di espellere Villari, reo di non volersi dimettere alla presidenza della Commissione di Vigilanza sulla RAI, alla quale era stato eletto con (prevalentemente) i voti del PDL, per fare posto al candidato designato dal partito. Detto comportamento, secondo i probiviri del PD, violava i "principi di correttezza che lo Statuto ed il Codice Etico richiedono ai suoi iscritti ed eletti", nonché, anche in questo caso, era ritenuto "gravemente lesivo dell’immagine del PD".

    Altri casi di espulsione dai partiti li trovate narrati qui.

    Villari definì la sua espulsione "staliniana". Lo stesso aggettivo lo ha usato Fini quest'estate a proposito della sua uscita dal PDL. Nel caso di Villari va detto che ci fu un dettaglio grottesco che ricordò davvero le purghe staliniane: Villari non solo fu espulso, ma il suo nome fu pure cancellato dall'elenco dei fondatori del PD, allo stesso modo in cui i trotzkisti, una volta che furono caduti in disgrazia, venivano cancellati dall'iconografia ufficiale dell'URSS.

    Ma ha titolo Fini di evocare il trattamento staliniano, oppure lui sta fra gli epurati come un imbucato in una festa? Per rispondere occorre chiarire i presupposti: chi entra nei partiti ne accetta i regolamenti interni. I quali prevedono che si debba tenere un certo tipo di comportamento, la cui inosservanza è sanzionabile da un collegio arbitrale interno chiamato appunto "probiviri".

    Viene allora da chiedersi se dette espulsioni siano giustificate o meno. E prima ancora se lo siano i deferimenti. E, nel caso di Fini, dato che non vi sono stati né espulsione né deferimento, se le affermazioni dell'Ufficio di Presidenza del PDL che dichiaravano che i comportamenti tenuti da Fini erano incompatibili coi principi ispiratori del PDL siano legittime o abbiano un contenuto prevaricatore.

    L'ufficio di presidenza di un partito avrà pure il diritto di esprimere giudizi senza per quello essere tacciato di stalinismo. Oppure ritiene Fini di avere diritto di dire quel che gli pare senza che il partito al quale ha aderito e alle cui regole comportamentali egli ha liberamente scelto di conformarsi possa eccepire alcunché?

    Questo per quel che riguarda Fini. Bocchino, Granata e Briguglio sono stati invece deferiti ai probiviri, e il loro caso dovrebbe essere esaminato nei prossimi giorni. Chi ha ragione? Sarebbe opportuno che al giudizio venisse data la massima pubblicità possibile. Che venissero pubblicati i capi d'imputazione, e che gli imputati prendessero posizione nello specifico. Affinché tutti possano giudicare chi ha ragione e chi ha torto.

    Invece i tre annunciano di non volersi neppure difendere, dato che ritengono di non essere più nel PDL, pertanto non più tenuti al rispetto delle sue regole interne e quindi non soggetti alla sua giustizia interna. Ma così facendo danno implicitamente ragione a chi li accusava di aver agito da avversari del PDL pur stando all'interno del PDL. Così dicendo accettano implicitamente il contenuto dell'accusa. Perché il giudizio ha ad oggetto comportamenti tenuti quando loro stavano ancora nel PDL ed accettavano di poter essere giudicati dai probiviri. E un conto è dire che non hanno fiducia nell'indipendenza di giudizio dei probiviri, che potrebbero essere sospettati di conformarsi al volere di Berlusconi, un altro è non mettere in discussione l'indipendenza dei probiviri, ma chiamarsi fuori dal gioco e dalle sue regole.

    A questo punto occorre che i finiani ammettano che quando stavano ancora nel PDL ci stavano con una riserva mentale: quella di non accettarne né le regole interne, né l'autorità degli organi preposti al loro rispetto. E neppure che chi dirigeva il partito potesse censurare un eventuale loro comportamento antitetico.

    Alla luce di queste considerazioni qualcuno crede ancora che Fini sia stato cacciato con metodi staliniani?

    mercoledì 29 settembre 2010

    Servizio pubblico ad usum coglionorum

    La puntata di Ballarò di ieri sera può essere riassunta così: Bondi ha accusato i finiani di impedire con la loro scissione l'azione di governo e le riforme. Bocchino gli ha replicato che la scissione è la conseguenza delle riforme non avvenute. Luttwak ha giustamente commentato che, stante l'ampia maggioranza parlamentare, i forti consensi nel paese, la debolezza dell'opposizione e il rispetto che Berlusconi, Frattini e Tremonti hanno a livello internazionale, non si capisce perché Fini abbia deciso di spaccare la maggioranza.

    Lo scambio di battute fra Bondi e Bocchino riassume in poche parole il surrealismo della situazione: al telespettatore arriva il messaggio di uno scontro su delle riforme da attuare, ma non gli viene spiegato né chi sia a bloccare quelle riforme, né di quali riforme si stia discutendo. E l'impressione è che nessuno in studio lo sapesse con esattezza. Luttwak, in collegamento da Washington, ci ha provato, spiegando che nessuna impresa straniera viene a investire in Italia a causa della burocrazia e dell'inaffidabilità del sistema giudiziario. Il suo commento è stato ignorato.

    E l'opposizione? C'era la Serracchiani che ha chiesto la tassazione delle "rendite finanziarie" (sì, ha usato proprio quelle parole). Continuiamo a farci del male.

    giovedì 9 settembre 2010

    Espulsione? Quale espulsione?

    La vulgata predominante nel Coglionistan dice che Fini sia stato espulso dal PDL. Lo stesso Fini ha aggiunto che le modalità in cui la sua espulsione sarebbe avvenuta sono degne del peggiore stalinismo, dato che l'organo dirigente del PDL lo avrebbe espulso in mezz'ora senza neppure ascoltare le sue ragioni.

    Una piccola domanda: qualcuno ha forse visto il provvedimento d'espulsione?

    Viene detto che l'atto con cui il PDL avrebbe espulso Fini è il documento dell'Ufficio di Presidenza del 29 luglio. Lo stesso Fini nel suo discorso a Mirabello ha affermato che Berlusconi lo ritiene incompatibile col PDL e quindi lo ha messo alla porta.

    La realtà è invece diversa. Leggiamo assieme il documento. L'aggettivo "incompatibile" vi appare due volte. Una prima quando dice che:

    Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, e’ incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della Liberta’.
    E una seconda allorché aggiunge che:

    questo ufficio di Presidenza considera le posizioni dell’On. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Liberta’, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attivita’ politica del Popolo della Liberta’.
    Quindi ad essere incompatibile non è Fini, ma certe posizioni politiche che ha tenuto. E oltre a ciò il documento non conclude decretando la sua espulsione ma dice che:

    Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni.

    Ovvero chiede le dimissioni di Fini da presidente della Camera dei deputati. Solo quello. Nessun deferimento, nessuna espulsione.

    Occorre poi aggiungere che il PDL non ha neanche espulso Bocchino, Granata e Briguglio, ma li ha solo deferiti ai probiviri, che sono gli organi arbitrali interni. I quali li potrebbero espellere o anche no. O addirittura dargli ragione.

    Quindi Fini non è stato espulso, ma è stato lui ad "andarsene": questo dicono i fatti. E questo occorre dire, a prescindere dal fatto che si parteggi per l'uno o per l'altro.

    Per finire una considerazione: se Berlusconi, come si dice, controlla l'informazione, non si capisce come mai alla maggioranza della gente sia arrivato il messaggio del Fini espulso.