Una delle balle ricorrenti nel libero stato del Coglionistan è che in questo periodo di difficoltà finanziarie si possa fare delle riforme "a costo zero", cioè che non incidono sui conti pubblici e che invece generano sviluppo.
Ma se davvero non costano niente, perché non vengono fatte? Credete che i nostri governanti siano financo incapaci di raccogliere le centinaia di suggerimenti che gli arrivano?
There is no free lunch, diceva un noto economista. Qualcuno che paga c'è sempre. Anche se la riforma viene definita per fare propaganda "a costo zero".
Un esempio: l'avvocatura. Benché liberalizzare gli accessi alla professione, le tariffe, la pubblicità, permettere il patto di quota lite e la strutturazione degli studi legali in società di capitali potrebbero essere misure condivisibili, gli avvocati finirebbero per pagare un prezzo. Per quale motivo credete che si oppongano, perché sono dei cattivi che fanno la bella vita come dei parassiti sulle spalle della società che suda?
Di più, se duecentoconquantamila e passa avvocati oggi si spartiscono il "mercato" della rappresentanza in giudizio e della consulenza stragiudiziale, dato che la domanda di ciò più di tanto non può crescere (ed anzi è bene che non cresca), non potrà crescere l'offerta, che è anzi già alta, al punto che Giavazzi e Alesina sul Corriere hanno chiesto il numero chiuso a Giurisprudenza (il che sarebbe un modo surretizio di tornare ad un'avvocatura a numero chiuso, come prevedeva un tempo la legge, senza violare la Costituzione).
Liberalizzare le tariffe? In teoria una buona cosa, ma esse sono già basse. Andate a parlare con un avvocato in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, e vi arriverà un conto per centinaia di dollari l'ora. Permettere la pubblicità? Ottimo, ma i relativi costi in ultima analisi verranno scaricati nella notula che pagherete.
La liberalizzazione dell'avvocatura, più che una misura per lo sviluppo è una questione di pari opportunità fra outsiders e insiders, con i primi che spingono affinché ciò avvenga e i secondi che difendono le loro fonti di reddito, con cui mantengono se stessi e le loro famiglie.
Se si liberalizza l'avvocatura ci saranno sì opportunità, ma si sappia che una delle conseguenze sarà che certi studi legali chiuderanno, che certi avvocati diverranno disoccupati, che i giovani in teoria potranno aprire il loro studio, ma che in un mercato saturo faranno fatica a trovare i clienti, che taluni giovani pur di entrare in uno studio affermato finiranno per pagare di tasca loro il tirocinio, e che l'avvocatura diverrà un business come un altro, con licenziamenti, mobilità, prezzi di mercato, che potrebbero essere alti o bassi.
Messa così siete disposti a pagare il costo della riforma?
mercoledì 28 settembre 2011
mercoledì 31 agosto 2011
Dov'è la festa? E cosa si festeggia?
Una discussione sorta sulla questione dell'accorpamento delle feste civili (si veda qui e qui ) mi ha indotto a scrivere quanto segue, al fine di chiarire una volta per tutte il mio pensiero:
Se tu dici a qualcuno che è fascista o nazista, evidentemente lo stai insultando, dato che attribuisci alla sua persona, alle sue idee, ciò che la nostra società considera comunemente fra i peggiori disvalori umani. Eppure questi epiteti originariamente non erano insulti: se uno li avesse rivolti negli anni trenta sarebbe stato come dire oggi leghista o socialdemocratico, per dire.
Allo stesso modo c'è un significato originario del 25 Aprile, che è la vittoria militare degli Americani sui Tedeschi con ciò che ne conseguì: la pace, il cambio di regime (da una dittatura social-nazionalista a una democrazia occidentale) e il passaggio dalla sfera d'influenza tedesca (nazista) a quella americana. E c'è un significato d'uso comune, che ha trasformato quanto sopra nella celebrazione della resistenza rossa contro, non solo il fascismo, ma ciò che in seguito si è ad essa e alle sue aspirazioni frapposto, impedendo la presa del potere ai partiti espressione della stessa ideologia: il MSI, la DC, i partiti laici, poi i Radicali, poi il PSI di Craxi, fino a Berlusconi oggi. Al punto che andare a celebrare il 25 Aprile in un cimitero di soldati americani (gli USA in effetti fanno parte della suddetta lista) è considerata una provocazione.
Chiedere l'abolizione del 25 Aprile significa quindi, non tanto chiedere l'abolizione della ricorrenza che celebra la fine della guerra e il ritorno dell'Italia nell'occidente, nonché il sacrificio di soldati e partigiani che persero la vita per darci la libertà, ma significa smettere di celebrare una supposta guerra di popolo che negli auspici delle sue supposte avanguardie avrebbe dovuto determinare il passaggio dell'Italia, non "a occidente" ma "a oriente". E significa smettere di celebrare il rancore che è derivato dalla vanificazione di quegli obiettivi.
Detto questo, smettiamo anche una volta per tutte di dire che prima era una festa condivisa, e che è stato Berlusconi, sdoganando AN, a rompere le uova nel paniere: anche quello è un basso tentativo dialettico di legittimare una celebrazione che, per quel che è divenuta, non sta in piedi.
È sufficiente citare un passo dell'odiato Giampaolo Pansa, tratta dal libro La Grande Bugia a pagina 102:
Ecco, credo che queste mie parole bastino a spiegare perché la maggioranza degli Italiani non si riconosce nelle celebrazioni, di cui legge e vede i resoconti su giornali e tv, che hanno egemonizzato il 25 Aprile al punto da esserne divenute a pieno titolo l'essenza stessa. Se essa non è la festa di tutti gli Italiani, è legittimo chiederne l'abolizione.
Se tu dici a qualcuno che è fascista o nazista, evidentemente lo stai insultando, dato che attribuisci alla sua persona, alle sue idee, ciò che la nostra società considera comunemente fra i peggiori disvalori umani. Eppure questi epiteti originariamente non erano insulti: se uno li avesse rivolti negli anni trenta sarebbe stato come dire oggi leghista o socialdemocratico, per dire.
Allo stesso modo c'è un significato originario del 25 Aprile, che è la vittoria militare degli Americani sui Tedeschi con ciò che ne conseguì: la pace, il cambio di regime (da una dittatura social-nazionalista a una democrazia occidentale) e il passaggio dalla sfera d'influenza tedesca (nazista) a quella americana. E c'è un significato d'uso comune, che ha trasformato quanto sopra nella celebrazione della resistenza rossa contro, non solo il fascismo, ma ciò che in seguito si è ad essa e alle sue aspirazioni frapposto, impedendo la presa del potere ai partiti espressione della stessa ideologia: il MSI, la DC, i partiti laici, poi i Radicali, poi il PSI di Craxi, fino a Berlusconi oggi. Al punto che andare a celebrare il 25 Aprile in un cimitero di soldati americani (gli USA in effetti fanno parte della suddetta lista) è considerata una provocazione.
Chiedere l'abolizione del 25 Aprile significa quindi, non tanto chiedere l'abolizione della ricorrenza che celebra la fine della guerra e il ritorno dell'Italia nell'occidente, nonché il sacrificio di soldati e partigiani che persero la vita per darci la libertà, ma significa smettere di celebrare una supposta guerra di popolo che negli auspici delle sue supposte avanguardie avrebbe dovuto determinare il passaggio dell'Italia, non "a occidente" ma "a oriente". E significa smettere di celebrare il rancore che è derivato dalla vanificazione di quegli obiettivi.
Detto questo, smettiamo anche una volta per tutte di dire che prima era una festa condivisa, e che è stato Berlusconi, sdoganando AN, a rompere le uova nel paniere: anche quello è un basso tentativo dialettico di legittimare una celebrazione che, per quel che è divenuta, non sta in piedi.
È sufficiente citare un passo dell'odiato Giampaolo Pansa, tratta dal libro La Grande Bugia a pagina 102:
«La sconfitta del Fronte nelle elezioni del 18 aprile aveva esasperato i partigiani comunisti. Sette giorni dopo il voto, ossia il 25 aprile 1948, accadde l'impensabile. A Milano si stava celebrando la liberazione. Tra gli oratori c'era Parri, accanto a Luigi Longo. I comunisti cominciarono a fischiarlo, per impedirgli di parlare. Allora Parri interruppe il discorso e scese dal palco. Lo riprese poi, e soltanto per le insistenze di Longo.»Capito? Il 25 Aprile 1948 (e non 1994) fu impedito di parlare persino a Ferruccio Parri, antifascista, partigiano, nonché capo del primo governo dopo la liberazione, e non certo uomo di sdoganamenti o revisionismi.
Ecco, credo che queste mie parole bastino a spiegare perché la maggioranza degli Italiani non si riconosce nelle celebrazioni, di cui legge e vede i resoconti su giornali e tv, che hanno egemonizzato il 25 Aprile al punto da esserne divenute a pieno titolo l'essenza stessa. Se essa non è la festa di tutti gli Italiani, è legittimo chiederne l'abolizione.
lunedì 29 agosto 2011
L'Unità: sciocchezze estive
Non perdetevi il dossier i 10 anni di Berlusconi che hanno causato il declino di Michele Prospero (e altri geni dell'economia) pubblicato dall'Unità.
Già il titolo indica un supposto rapporto di causa ed effetto fra il declino e chi ha governato. Solo che Prospero & co. si limitano ad affermarlo senza dimostrarlo. Direte: ma se in un paese le cose vanno male è chi lo governa a doverne rispondere. Vero. Ma chi governa l'Italia? La risposta giusta è "l'insieme delle leggi vigenti". Continuiamo a leggere il dossier dell'Unità e capirete dove voglio arrivare.
Prospero scrive:
Andiamo avanti: in un articolo del dossier è un tale Ronny Mazzocchi (è lui?) a sostenere l'accusa nei dettagli. Egli dice che in Italia ci sarebbe bisogno di:
Altra perla:
A parte il fatto che quel modello è parto della sua fantasia (di Mazzocchi), la realtà è che le imprese non crescono, perché il diritto del lavoro le scoraggia a farlo, dato che se un'impresa ha più di 15 dipendenti perde il diritto di licenziare i collaboratori. Poi inizia a trovarsi i sindacati in azienda. E perché il costo del lavoro è alto. E viene negoziato a livello nazionale. E le imposte sulle società e il livello delle imposte in generale deprime il settore privato. E perché la burocrazia è un ostacolo.
È ovvio che in un contesto del genere ci sono potenziali imprenditori che preferiscono investire nel mattone invece che creare ricchezza. È ovvio che chi cerca di stare sul mercato ricorre a precari. È ovvio, ma non lo è a Mazzocchi.
Passiamo ora ad un altro articolo dell'Unità. Ecco il titolo (non ridete):
Non so se avete notato: l'Unità canta vittoria perché il PD è al 25%. Alle elezioni del 2008 (perse) prese il 33%, a quelle del 2006 (quasi perse) la lista L'Ulivo (precursore del PD) prese il 31% e altrettanto presero DS e Margherita a quelle del 2001 (perse).
Ovviamente il calo dei consensi del PDL è dovuto alla crisi economica, dalle misure impopolari in discussione in questi giorni e soprattutto dall'aumento delle tasse. Ma il problema è che quei consensi non stanno andando al PD. Vanno in astensione o al terzo polo. Che per ora pare non abbia nessuna intenzione di allearsi col centro-sinistra. E che se rimarrà "terzo" polo alle prossime elezioni, o darà agli elettori l'impressione di poter vincere oppure verrà cannibalizzato, soprattutto dal centro-destra. E ai giornalisti e ai lettori dell'Unità resterà il ricordo di un paio di colpi di sole presi nel mese di agosto 2011.
Già il titolo indica un supposto rapporto di causa ed effetto fra il declino e chi ha governato. Solo che Prospero & co. si limitano ad affermarlo senza dimostrarlo. Direte: ma se in un paese le cose vanno male è chi lo governa a doverne rispondere. Vero. Ma chi governa l'Italia? La risposta giusta è "l'insieme delle leggi vigenti". Continuiamo a leggere il dossier dell'Unità e capirete dove voglio arrivare.
Prospero scrive:
Di politiche economiche ed industriali neanche l’ombra.Ma da che mondo viene? Lo sa il Sig. Prospero che in un paese a libero capitalismo non è compito dello stato fare politiche industriali? Che per quello ci sono i privati imprenditori? Peggio ancora fa quando evoca la:
pretesa di prospettare un capitalismo che si autogoverna con imprenditori saliti al potere e fa a meno della mediazione politicaDove per mediazione politica forse inconsciamente intende le mazzette a Penati e il sistema delle coop...
Andiamo avanti: in un articolo del dossier è un tale Ronny Mazzocchi (è lui?) a sostenere l'accusa nei dettagli. Egli dice che in Italia ci sarebbe bisogno di:
una ristrutturazione non solo della struttura produttiva, ma anche dei modelli organizzativi e managerialiE chi dovrebbe ristrutturare caro Mazzocchi se non le imprese stesse? Mica è compito dei politici dettare alle imprese strutture produttive e modelli organizzativi e manageriali. Almeno non in una società libera.
Altra perla:
Si è fatta così largo la concezione semplicistica per cui la crescita economica si sarebbe ottenuta se tutti avessero prodotto di piùSì caro Mazzocchi: se la produttività (la produttività e non la produzione) cresce, cresce il paese. Poi aggiunge:
La crescita di una economia, infatti, dipende dalla nascita di nuove imprese, dall’aumento della dimensione di quelle già esistenti e dal progresso tecnologico.Quest'affermazione può essere condivisibile: sono tre fattori che possono determinare crescita. Mazzocchi dice che in Italia le cose vanno male perché le aziende non crescono e non fanno ricerca. E addossa la responsabilità a un supposto modello "piccolo è bello" voluto dal governo Berlusconi.
A parte il fatto che quel modello è parto della sua fantasia (di Mazzocchi), la realtà è che le imprese non crescono, perché il diritto del lavoro le scoraggia a farlo, dato che se un'impresa ha più di 15 dipendenti perde il diritto di licenziare i collaboratori. Poi inizia a trovarsi i sindacati in azienda. E perché il costo del lavoro è alto. E viene negoziato a livello nazionale. E le imposte sulle società e il livello delle imposte in generale deprime il settore privato. E perché la burocrazia è un ostacolo.
È ovvio che in un contesto del genere ci sono potenziali imprenditori che preferiscono investire nel mattone invece che creare ricchezza. È ovvio che chi cerca di stare sul mercato ricorre a precari. È ovvio, ma non lo è a Mazzocchi.
Passiamo ora ad un altro articolo dell'Unità. Ecco il titolo (non ridete):
Sondaggi: il Pdl crolla superato dal Pd al 25%
Ovviamente il calo dei consensi del PDL è dovuto alla crisi economica, dalle misure impopolari in discussione in questi giorni e soprattutto dall'aumento delle tasse. Ma il problema è che quei consensi non stanno andando al PD. Vanno in astensione o al terzo polo. Che per ora pare non abbia nessuna intenzione di allearsi col centro-sinistra. E che se rimarrà "terzo" polo alle prossime elezioni, o darà agli elettori l'impressione di poter vincere oppure verrà cannibalizzato, soprattutto dal centro-destra. E ai giornalisti e ai lettori dell'Unità resterà il ricordo di un paio di colpi di sole presi nel mese di agosto 2011.
giovedì 25 agosto 2011
Dimezzare i parlamentari? No, meglio abolire il Senato
Ci sarebbe una riforma talmente semplice, talmente razionale, talmente ovvia, talmente “a costo zero”, talmente benefica, che non la propone nessuno: l’abolizione del Senato.
Per queste ragioni:
Invece si vagheggia di un “senato delle regioni”, come se in Italia avessimo il problema di dare alla Valle d’Aosta lo stesso peso rappresentativo della Lombardia...
Si obietterà che la doppia lettura delle proposte di legge è una forma di garanzia. Vero, ma è anche una forma di deresponsabilizzazione di ciascuna camera. E che ha la nefasta conseguenza che, per evitare le lungaggini dell'iter normale, ogni legge importante viene dapprima adottata dal governo mediante un decreto, e successivamente dal parlamento mediante un voto di fiducia.
Si obietterà anche che salterebbe la rigidità della Costituzione ex art. 138. Per mantenerla si potrebbe ipotizzare due soluzioni:
Semplice, no?
Per queste ragioni:
- è un inutile doppione della Camera; rallenta il processo legislativo costringendo il governo a ricorrere sistematicamente alla decretazione d’urgenza,
- non è rappresentativo di tutta la popolazione, ma solo di chi ha più di 25 anni,
- attualmente il 2.5% dei suoi componenti (otto senatori a vita), una percentuale che in caso di esito elettorale sul filo di lana può ribaltare la maggioranza, non è eletto dal popolo. E detta percentuale può addirittura aumentare fino a 14 (il 4.4% dei componenti): Napolitano non ha ancora nominato nessuno, ed egli stesso, se non rieletto nel 2013 si aggiungerà alla lista di quelli in carica,
- in virtù di un articolo della Costituzione (“il Senato è eletto su base regionale”) abbiamo una legge elettorale che ogni volta rischia di non dare una maggioranza certa al Senato. Abolendolo, l’attuale legge elettorale diverrebbe niente male,
- con una legge elettorale maggioritaria, qualsiasi essa sia, vi è il rischio che il popolo elegga in ciascuna camera maggioranze di colore diverso.
Invece si vagheggia di un “senato delle regioni”, come se in Italia avessimo il problema di dare alla Valle d’Aosta lo stesso peso rappresentativo della Lombardia...
Si obietterà che la doppia lettura delle proposte di legge è una forma di garanzia. Vero, ma è anche una forma di deresponsabilizzazione di ciascuna camera. E che ha la nefasta conseguenza che, per evitare le lungaggini dell'iter normale, ogni legge importante viene dapprima adottata dal governo mediante un decreto, e successivamente dal parlamento mediante un voto di fiducia.
Si obietterà anche che salterebbe la rigidità della Costituzione ex art. 138. Per mantenerla si potrebbe ipotizzare due soluzioni:
- Soluzione rigidissima: che ogni modifica della carta sia approvata dalla Camera e da alcuni consigli regionali
- Soluzione meno rigida: che ogni modifica della carta sia approvata dalla Camera a maggioranza assoluta in due successive votazioni in due legislature consecutive, affinché fra la prima e la seconda votazione intervenga il vaglio degli elettori.
Semplice, no?
lunedì 22 agosto 2011
venerdì 12 agosto 2011
Almeno un po' di trasparenza
Qualunque sia il contenuto della manovra che verrà approvata, sarà Berlusconi a (ri)metterci la faccia. Anche se alla fine verrà deciso di alzare le tasse per non tagliare le pensioni. Se questa sarà la scelta, sarebbe opportuno che a metterci la faccia fosse anche Bossi. E che quindi Alfano Berlusconi vada in televisione e dica: "avremmo voluto tagliare le pensioni invece di alzare le tasse, ma la Lega Nord non ce lo ha consentito". E magari, nei prossimi mesi, si ricordi di aggiungere che le quote latte, i ministeri a Monza, il no all'accorpamento di comuni e provincie sono tutte imposizioni della Lega Nord.
Se elezioni anticipate hanno da essere, almeno che la gente possa conoscere per deliberare.
Se elezioni anticipate hanno da essere, almeno che la gente possa conoscere per deliberare.
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