giovedì 2 maggio 2013

Un governo al servizio dell'Italia e dell'Europa

Il titolo è quello del recente discorso di Enrico Letta sulla fiducia al governo. I media pare non ci abbiano fatto caso, ma è scandaloso. Che un governo sia al servizio dell'Italia, e dunque dei suoi cittadini, è cosa normale e giusta; ma quando mai un governo si dichiara al servizio di un insieme di stati o di un'organizzazione, internazionale o sovranazionale che sia?


Questo governo è stato eletto (in senso lato) dal popolo italiano, e non da un fantomatico popolo europeo. E né tantomeno dalla Commissione Europea o dal popolo francese o da quello tedesco, per citare la tre capitali che Letta ha immediatamente visitato.

E che abbia scelto proprio quelle tre capitali è indicativo del fatto che l'Europa è un'associazione dove qualcuno comanda più degli altri. Passi per Bruxelles, che potrebbe essere considerata la capitale di una futura ipotetica unione europea federale; ma andare a Parigi e Berlino a chiedere il permesso di cambiare politica rispetto al governo Monti è un chiaro segno di sudditanza. È un segno che in Europa non siamo tutti uguali.

Teoricamente avrebbe potuto visitare invece Londra, Madrid, Varsavia, Stoccolma o Praga: anche quelle sono capitali di stati appartenenti all'Unione Europea. E formalmente il voto di ogni stato, dal piccolo Lussemburgo alla grande Germania, conta uno. Invece oggi sappiamo ufficialmente che non è così. E anzi Letta lo teorizza pure.

E ciò nonostante che la nostra costituzione, all'art. 11, stabilisca formalmente che

L’Italia (...) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni

Ecco, non mi risulta che un governo francese o tedesco (per non dire britannico) abbia mai iniziato il suo mandato dichiarando di essere al servizio dell'Europa. Se lo facesse verrebbe immediatamente stigmatizzato. Da noi invece la cosa passa sotto silenzio.

Il governo Letta è probabilmente il governo più europeista che abbiamo mai avuto. Ha Emma Bonino, che da Radicale ha sempre promosso l'idea degli Stati Uniti d'Europa, agli Affari Esteri, ha Enzo Moavero (già docente di diritto CEE, giudice della Corte di Giustizia e funzionario della Commissione UE) alle Politiche Comunitarie. Lo stesso Enrico Letta si è formato e specializzato in diritto comunitario. La sua bibliografia (che mi pregio di non aver letto), con titoli quali quali Euro sì. Morire per Maastricht o La comunità competitiva. L'Italia, le libertà economiche e il modello sociale europeo o ancora Dialogo intorno all'Europa, dai titoli pare un'agiografia dell'Unione Europea e della moneta unica.

Letta ha detto che il rimedio alla crisi (dell'Italia e dell'Europa) è

una maggiore integrazione verso un'Europa Federale. Altrimenti il costo della non-Europa, il peso della mancata integrazione, il rischio di un'unione monetaria senza unione politica e unione bancaria diventeranno insostenibili: come la crisi di questi cinque anni ci ha mostrato.

Chissà se nei suoi scritti precedenti, compreso il mitico Euro sì. Morire per Maastricht questa crisi l'aveva mai paventata... Istruttiva questa recensione.

Il libro di Letta uscì assieme a un libro opposto di Lucio Caracciolo (Euro no. Non morire per Maastricht). Letta sosteneva

l'unione monetaria come il primo approdo di un coerente percorso verso l'unità, durato un quarantennio. L'originalità del percorso - prima l'economia, poi la politica - non comporta rischi secondo l'autore. Riflette piuttosto un'acquisita "simbiosi" di politica ed economia, di cui i parametri di Maastricht sono un'espressione sostanzialmente corretta e che ha già dato buona prova di sé nel risanamento economico degli ultimi anni. Il processo non va interrotto, ma semmai completato, anche attraverso un maggiore e più consapevole contributo italiano.

Caracciolo invece:

Il passato e il presente di Maastricht, lungi dal consolidare l'auspicabile unità europea, fomentano a suo giudizio un processo disgregatore, che ha il suo centro nell'Europa a due velocità", investe il rapporto con i paesi dell'est europeo e rischia di compromettere la solidarietà transatlantica. Il quadro a tinte fosche delineato da Caracciolo è completato da un più generale scetticismo sulla possibilità che l'euro possa essere il viatico di un'unione politica duratura.

A voi di giudicare chi dei due è stato più lungimirante.

Digressioni a parte, torniamo al discorso sulla fiducia di Letta. Che ha detto:

le sorti dell'Italia sono intimamente correlate a quelle dell'Unione europea. Due destini che si uniscono.

Bella frase. Ma che in sé non vuol dire un bel nulla. Poi aggiunge:

Pensare l'Italia senza l'Europa è la vera limitazione della nostra sovranità, perché porta alla svalutazione più pericolosa, quella di noi stessi.

Si noti la parola "svalutazione", messa lì, suppongo non casualmente.

Vivere in questo secolo vuol dire non separare le domande italiane e le risposte europee, nella lotta alla disoccupazione e alla disuguaglianza, nella difesa e nella promozione di tutti i diritti. E soprattutto, l'abbattimento dei muri tra il Nord e il Sud del continente, così come tra il Nord e il Sud dell'Italia.

Altra bella frase. Che però nel concreto fa acqua. In che modo l'Europa darebbe o ha mai dato una risposta alla lotta alla disoccupazione? Spiace dirlo, ma l'unico contributo europeo è stato la libertà di emigrare senza bisogno di permessi. Il che è un'ottima cosa, ma io non credo che l'obiettivo dell'Italia consista nel diventare la Calabria dell'Europa.
Abbiamo il diritto a sogno che si chiama Unione Politica e abbiamo il dovere di renderlo più chiaro. Possiamo avere "più Europa" soltanto con "più democrazia": con partiti europei, con l'elezione diretta del Presidente della Commissione, con un bilancio coraggioso e concreto come devono essere i sogni che vogliono diventare realtà.

Il problema è che se passiamo dai sogni alla realtà le cose si fanno più complicate:
  1. Partiti europei - nulla impedisce già oggi di farli. I partiti politici sono libere associazioni di privati cittadini. Il regolamento del parlamento europeo poi incentiva l'europeizzazione dei partiti subordinando la compsizione dei gruppi alla loro multinazionalità. La realtà è invece che i partiti europei sono solo dei comitati di propaganda ad uso e consumo di ciascun partito nazionale e che le elezioni europee sono 27 elezioni nazionali, slegate fra di loro, che si svolgono in contemporanea.
  2. Elezione diretta del Presidente della Commissione - in effetti vorrei proprio vedere Barroso o chiunque dei suoi predecessori o futuri successori fare una campagna elettorale in una ventina di lingue. Oppure secondo Letta chi non sa l'Inglese, il Francese o il Tedesco si attacca?
  3. Un bilancio Europeo "coraggioso" - purtroppo quello che per Letta (e magari per gli Italiani, gli Spagnoli, i Greci, etc.) è un sogno, per i Tedeschi sarebbe un incubo. Secondo uno studio l'attuale situazione dà alla Germania un vantaggio di circa il 3% del suo PIL. Ma l'economista Jacques Sapir stima che per riequilibrare la situazione la Germania dovrebbe ogni anno versare una somma fra l'8 e il 10% del suo PIL ai paesi meno competitivi. Il che per loro renderebbe preferibile piuttosto rinunciare a quel 3% e tornare al Marco.
    I fatti poi ci mostrano che per stabilire un bilancio europeo di circa 139 miliardi di Euro all'anno (poco più dell'1% del reddito nazionale lordo dell'area UE) vi è stata una negoziazione di mesi e mesi. Qualora fosse più coraggioso ognuno può immaginare le maggiori difficoltà di governare l'Europa di comune accordo...
Più in generale si sa che per sposarsi occorre essere in due a volerlo. La mia impressione è che l'eventuale proposta che il governo Letta farà (ma la farà?) in sede europea scalderà di più i cuori dei paesi debitori che quelli dei paesi creditori. Dopo di che quando dai discorsi si passerà alla realtà sarà interessante ascoltare quello che i federalisti Letta, Bonino e Moavero ci diranno.

Così come i risultati dei magistrati in politica (vedasi i casi Di Pietro, De Magistris e Ingroia) hanno screditato l'idea dell'uomo di legge che va a fare il giustiziere della casta, così come i pessimi risultati dei governi tecnici hanno screditato, spero a lungo, l'idea che sia opportuno affidare loro il governo del paese, temo che il fallimento del nostro primo governo federalista screditerà il miraggio del "più Europa" con cui i nostri politici (nonché i loro elettori, va detto) raccontano favole alla gente evitando di assumersi le loro responsabilità.

venerdì 5 aprile 2013

Andiamo a Deauville

Qualcuno ricorderà il famoso articolo di Tito Boeri, quello della "Papi's Tax", quello in poche parole in cui sosteneva che la colpa del rialzo dello spread erano, fra le altre cose, gli scandali sessuali di Silvio Berlusconi.


In quell'articolo Boeri scriveva che esistevano studi

tra l’economia e la psicologia, basati su tecniche di priming, che documentano come gli individui messi a conoscenza di particolari poco edificanti sulla vita privata dei leader politici rinuncino a comprare i titoli di stato di quei paesi.

E ciò, secondo Boeri,

spiegherebbe il nuovo allargamento dello spread dopo la pubblicazioni delle nuove intercettazioni sulla vita privata del nostro premier.

Scrissi già allora come Boeri non avesse mai specificato quali fossero questi studi e né se essi fossero attendibili.

Paolo Manasse (professore di economia all'università di Bologna) e altri hanno recentemente scritto un articolo il cui fine ultimo è di dimostrare che la colpa dello spread era proprio di Berlusconi, e che senza la caduta di Berlusconi non sarebbe stato possibile per Draghi attuare politiche monetarie tese a far calare lo spread.

Ma facciamo un passo indietro per capire meglio. Abbiamo nel 2011 il rialzo dello spread col governo Berlusconi. Arriva Monti, e alla fine lo spread si abbassa. Ma non subito, come a lungo ha fatto notare Renato Brunetta sul suo blog. Dunque c'è chi sostiene che la discesa dello spread sia stata di Monti e chi invece dice che esso sarebbe sceso comunque, dato che ciò è stato causa della politica monetaria e delle dichiarazioni di Draghi.

Il 13 Febbraio 2013, Paolo Manasse scrisse sul suo blog un post in cui criticava Loretta Napoleoni, e per estensione anche Claudio Borghi (un economista di destra), Alberto Bagnai (un economista di sinistra), entrambi accomunati dalla contrarietà all'Euro, in quanto poco competenti in materia (mentre a suo dire Michele Boldrin che dibatteva in tv con la Napoleoni ha maggiori titoli). Purtroppo sul blog sono scomparsi i commenti. Purtroppo perché quel post sollevò un vespaio. Borghi rispose a Manasse (anche su Twitter), e la polemica scivolò anche sulla storia dello spread.

Borghi infatti ricordò a Manasse di quando entrambi parteciparono a un dibattito in TV, e Manasse sostenne che il calo dello spread fosse merito di Monti e della sua credibilità, mentre Borghi sostenne che la BCE avrebbe dovuto in ogni caso far calare lo spread, anche con Berlusconi ancora al governo, pena l'esplosione dell'Euro. E che pertanto lo spread calò unicamente per merito di Draghi. Qui la domanda chiave del dibattito (che può poi essere ascoltato tutto).

Al che io chiesi via Twitter al Prof. Manasse:


Ed ecco che finalmente il 19 Marzo arriva l'articolo di Manasse:



Questa è in breve la sua tesi:

In questo articolo sosteniamo che la dinamica dei tassi di interesse e degli spread sui CDS in Italia da metà  2011 ha le caratteristiche di una bolla speculativa originata da crisi di sfiducia, e che Monti ha effettivamente “bucato la bolla”, restituendo  fiducia agli investitori internazionali.

Cito quest'articolo, perché ho avuto modo di commentarlo e di criticarlo (ma i commenti non sono più visibili sul suo blog, benché un vecchio link li apra). E perché nello scambio di commenti il Prof. Manasse mi ha rivelato una chicca: che gli studi a cui alludeva Boeri potrebbero essere proprio un suo articolo del 2009.


Vale la pena di leggerlo. Manasse costruisce una curva basata sulla quantità di occorrenze nel tempo delle ricerche su Google (!) di termini quali "Berlusconi", "Noemi", "Tarantini", "D'Addario", etc. messe su di un asse e l'andamento del tasso d'interesse sui BTP messo sull'altro asse.

Manasse avverte che

The results of this exercise should be considered with great caution

e che detto metodo è

an academic exercise
Cose che tradotte dal linguaggio aulico a un italiano terra-terra significano che sono esercizi senza alcuna validità scientifica (per essere gentili). Ma, gentilezze a parte, potrebbero essere tradotte usando termini più coloriti e diretti.

Ma torniamo all'articolo di Manasse, quello sulla "bolla dello spread causata da Berlusconi". Ci sono delle magagne.
  1. La crisi del governo Berlusconi non inizia nella primavera-estate del 2011 - La crisi inizia un anno prima
  2. Gli scandali personali di Berlusconi non iniziano nella primavera-estate del 2011 - Ed è lo stesso Manasse che ne scriveva nel 2009 parlando di Private Leisure and Public Costs of the “Sultan of Swing”!
  3. Manasse e Boeri paragonano le spread italo-tedesco a quello ispano-tedesco - Laddove lo spread dello spread darebbe la misura dell'effetto Berlusconi. Ma anche qui i due professori omettono un piccolo particolare: che pur se a fronte di due governi indeboliti e presumibilmente a fine corsa (Zapatero e Berlusconi) la Spagna nel 2011 aveva agli occhi di tutti (e dunque anche degli investitori) un evidente vantaggio: la certezza che a Zapatero sarebbe succeduto un governo Rajoy con maggioranza stabile e ancora più incline all'austerità dei socialisti. Mentre invece per quanto riguarda l'Italia si sapeva che Berlusconi era in crisi, ma si temeva che a lui sarebbe seguita una stagione d'instabilità oppure di egemonia di un centro-sinistra poco incline al rigore dei conti.
  4. Credibilità personale o credibilità politica? - Entrambi mischiano i concetti di "credibilità personale" (immagine appannata dagli scandali sessuali) e "credibilità politica" (fiducia nella solvibilità dello Stato in quanto chi lo governa ha la forza politica di fare in modo di evitare il default). Ora delle due l'una: o era un problema di swing o era un problema di debolezza politica.

Già. Ma Manasse, sollecitato sul punto dice:

Nell'articolo non si vuole dare una spiegazione del perchè si ha una crisi di fiducia nel nostro debito: su questo possiamo avanzare solo delle ipotesi.

Già, delle ipotesi. Che però a leggere gli articoli di Boeri e Manasse venivano presentate come delle certezze o quasi. Quindi smettiamo di raccontare balle: o sono ipotesi, e allora si dica che si sta elucubrando, o sono delle certezze scientifiche, presentate in quanto tali da dei rispettati accademici.

Tip per il Prof. Manasse - Invece di cercare su Google "Berlusconi", "Noemi" e "Tarantini", provi invece a cercare "Merkel + Sarkozy + Deauville + private-sector involvement". E magari scoprirà che nell'autunno del 2010, Merkel e Sarkozy fecero una dichiarazione congiunta in cui evocarono un cambio di politica nei bailout dei paesi in difficoltà. Per la quale in futuro intendevano lasciare che fossero gli investitori privati in titoli di stato dei paesi in difficoltà a restare col cerino in mano.

Non ci crede? Magari crederà al Prof. Anders Aslund, che è certamente caballero con titoli e contro titoli. Che ha recentemente scritto (il neretto è mio):
The earlier Deauville statement in October 2010 by French President Nicolas Sarkozy and German Chancellor Angela Merkel that opened the door to default but put the whole burden on private bondholders—the so-called PSI, or private sector involvement—can be seen now in retrospect as a mistake not to be repeated.
Capito? A Ottobre 2010 i due leader europei che contano evocarono esplicitamente per la prima volta un cambio di politica in base alla quale l'Europa avrebbe lasciato che i paesi in difficoltà facessero default. Ed è quello che piano piano i mercati cominciarono a temere nei confronti della Grecia. Il cui spread s'impennò. E poi nei confronti dei paesi più indebitati, fra i quali, subito dopo, veniva l'Italia.

Conclusioni - Ognuno giudicherà come crede, ma appunto ognuno di voi è potenzialmente un acquirente di titoli di stato italiano: cosa vi renderebbe più riluttanti a investire in BTP, gli scandali sessuali del presidente del consiglio in carica o la volontà dichiarata dell'Europa di smettere di garantirli?

Messa così la domanda è retorica. Ma è così che ragiona ogni investitore che si sforzi di essere razionale. Due rispettati cattedratici sono invece partiti per la tangente. E le loro idee, campate sul nulla, ma divenute la verità ufficiale, hanno influenzato il dibattito politico del Coglionistan. Che si merita la classe intellettuale che ha.

venerdì 15 marzo 2013

Un giorno in pretura

Racconta il Corriere della Sera che al processo Ruby la teste Silvia
Trevaini ha raccontato anche di aver visto ballare Nicole Minetti «tipo Bagaglino, con costumi di scena, corpetti e gonnellini». E il giudice Gatto: «Ma lei cosa ha pensato nel vedere un consigliere regionale che ballava così?». La ragazza: «Penso quello che hanno pensato quelli che l'hanno vista sfilare qualche mese fa e poi ognuno è libero di fare ciò che vuole».
Già: «Ma lei cosa ha pensato nel vedere un consigliere regionale che ballava così?». Domanda necessaria e rilevante al fine dell'accertamento dei fatti, eh? Di certo è una domanda che merita la successiva risposta.

lunedì 11 marzo 2013

AAA portaborse cercasi

Domanda: con quali soldi il Movimento Cinque Stelle pagherà gli Assistenti legislativi (nonché le altre figure professionali) che vuole assumere per coadiuvare i suoi neoeletti parlamentari?

Sono - ricordiamolo - figure che, se degli altri partiti, verrebbero dispregiativamente chiamati portaborse. Normalmente vengono pagati con una parte dell'indennità che spetta al parlamentare.



Sia chiaro, il parlamentare non è obbligato ad assumerli: se ha un minimo di cultura e/o competenza (leggi: istruzione superiore) le proposte di legge, atti normativi ad hoc, proposte di emendamenti se li fa da solo. Idem i rapporti sul lavoro delle commissioni.

Se non li assume, riduce il costo della casta, giusto? Io da un partito anti-casta mi aspetto un maggiore rispetto della cosa pubblica; non una pioggia di assunzioni come un socialista qualsiasi.

Temo però che se il M5S ne facesse a meno, vista la scarsa preparazione tecnica dei suoi eletti, essi non sarebbero in grado di svolgere il loro mandato con costrutto. Per le stesse ragioni non mi stupisce che Grillo abbia loro proibito di andare ai talk show e di limitare il più possibile interviste e dichiarazioni pubbliche.

Vediamo come la cosa andrà avanti e se questa mia denuncia avrà un seguito sulla stampa.

mercoledì 6 marzo 2013

Sulla Prorogatio

Sostengono i grillini che il parlamento possa già sin d'ora legiferare senza che essi debbano dover scegliere se dare o meno la fiducia al nuovo governo; e che anzi l'attuale governo, pur dimissionario, può andare avanti. Altri, fra cui Massimo Bordin di Radio Radicale, sostengono invece che che il parlamento non possa neppure funzionare nelle more di una crisi di governo. Chi ha ragione? Vediamo.

Andiamo per ordine. Monti ha formalmente presentato le dimissioni, e Napolitano le ha accettate. Qui sorge una prima domanda:

Le dimissioni del governo hanno valore giuridico? Sì, perché oltre a manifestare la volontà di Monti di cessare dalla carica, nel momento in cui sono accettate divengono ufficiali mediante la controfirma del relativo decreto. E l'effetto giuridico di ciò è che le dimissioni legittimano il Presidente della Repubblica a nominare un nuovo capo di governo. Cosa che altrimenti non potrebbe fare: infatti il Presidente della Repubblica non può dimissionare né il governo, né il suo presidente, né i singoli ministri (poteva farlo al tempo dello Statuto Albertino).

Vi sono altre conseguenze giuridiche delle dimissioni? Qui la questione è meno chiara. Il governo, si dice, resta in carica per il disbrigo degli affari correnti. Ma non esiste una definizione esatta di cosa affari correnti o ordinaria amministrazione significhino esattamente.

Cosa è classificabile come affare corrente e cosa non lo è? Il governo per definizione esegue ciò che la legge dispone. Se la legge ad esempio prevede che entro una certa data il governo debba presentare il DPEF (o come si chiama oggi), nonché la legge di bilancio, il governo è tenuto a farlo. E se invece presentasse un disegno di legge di riforma del codice della strada, oppure presentasse un decreto legge contenente misure per inasprire la lotta alla criminalità di strada, violerebbe forse la legge? Quindi la domanda è:

Se il Consiglio dei Ministri dimissionario deliberasse nuove iniziative politiche, i suoi membri (o coloro che li firmano) rischierebbero l'incriminazione per attentato alla costituzione? Per attentare alla costituzione occorre averne violato una o più norme. Ma in questo caso quali? La costituzione non dice esplicitamente che un governo dimissionario non possa proporre leggi o emanare decreti legge. E né lo si desume dall'insieme del testo.

Quindi la risposta è: no, il governo, finché è in carica, può deliberare nuove iniziative legislative.

Ma può il governo dimissionario fare davvero tutto ciò? Sì, se rispettivamente il Presidente della Repubblica e il Parlamento glielo consentono. Esempio: se il governo fa un decreto legge, il Presidente può rifiutarsi di controfirmarlo. Se presenta una proposta di legge il parlamento può bocciarla. Questo è in realtà il vero significato del restare in carica per il disbrigo degli affari correnti: siccome le dimissioni sono la conseguenza di una crisi politica, il governo non ha di fatto la forza di fare alcunché di rilevante. Ma in teoria avrebbe il diritto e il potere di farlo. In altre parole non stiamo discettando di cosa sia legale, ma di cosa sia politicamente fattibile.

Allora esiste una prorogatio del governo? La costituzione prevede esplicitamente la prorogatio delle camere quando le nuove non siano ancora riunite (dal che consegue che teoricamente a livello costituzionale Fini e Schifani potrebbero ancora convocare quelle precedenti per farle deliberare). Ma non prevede esplicitamente quella del governo.

Per cui per rispondere occorre fare qualche un passo indietro e chiarire un concetto di base:

Che cos'è il governo? Il governo è lo Stato. È il potere statale. Di chi è il potere statale? Del capo dello stato, che è il sovrano. Un tempo era il Re, oggi è il Presidente della Repubblica (che lo esercita nei limiti della costituzione, nelle forme della democrazia, rispondendo al parlamento, etc, etc., ma questo è un altro discorso). Per cui:

Che cos'è il governo (2)? È l'organo plenipotenziario a cui il sovrano delega l'esercizio del potere statale.

Il che, tradotto in norme costituzionali vigenti, significa che il Presidente della Repubblica ha l'obbligo di esercitare la sua sovranità. Che in quanto tale è per definizione senza soluzione di continuità. A tal fine la costituzione prevede sia la prorogatio in caso di fine mandato presidenziale e le camere non provvedano ad eleggere il nuovo presidente, sia le procedure in caso di impedimento.

Quindi, considerato che il Presidente della Repubblica ha l'obbligo costituzionale di assicurare che il governo eserciti detta sovranità, e che il governo è di fatto il sovrano (delegato dal Presidente della Repubblica), la conseguenza logica è che il governo deve essere necessariamente sempre nella pienezza dei poteri.

Quindi la risposta è: un governo dimissionario ha gli stessi poteri di uno normalmente in carica. E l'ulteriore conseguenza è che il Parlamento può legiferare normalmente.

C'è un però. Torniamo alle dimissioni del governo: esse sono state accettate e controfirmate. Ora il Presidente deve nominare un nuovo governo. Perché se non lo facesse rischierebbe che l'attuale prima o poi, per una ragione o per un'altra, cessi di funzionare. Siccome entro dieci giorni dalla nomina occorre il voto di fiducia del Parlamento, affinché la nomina vada a buon fine egli può o nominare un capo del governo gradito alle camere oppure può scioglierle nella speranza che nuove elezioni diano un contesto più favorevole. Napolitano ha sciolto le camere. Ora deve incaricare qualcuno. In teoria potrebbe scioglierle di nuovo, e poi continuare a scioglierle a oltranza finché le elezioni non danno una maggioranza chiara, ma così finirebbe per boicottare surretiziamente il potere legislativo venendo meno ai suoi doveri istituzionali. Quindi darà l'incarico a qualcuno di formare un nuovo governo, e questi, se accetterà, entro dieci giorni si presenterà alle camere per la fiducia. E lì finiranno le illusioni dei grillini e del Prof. Becchi di riformare il paese senza governarlo.

Ovvero: in teoria i grillini hanno ragione, ma in pratica, prima o poi (più prima -e più spesso- di quanto credano) saranno chiamati ad esprimersi su di un voto o una questione di fiducia.

C'è un'ipotesi residuale: il Napolitano e Monti firmano un decreto che revoca quello precedente delle dimmissioni. Roba da operetta. Tecnicamente dubbio, ma non impossibile. Violerebbe le prerogative del parlamento? No, perché questo non ha mai sfiduciato il governo. E in seguito a detto contro-decreto potrebbe comunque farlo.

Ma c'è un'altra ipotesi residuale: Napolitano potrebbe avviare (e passare al suo successore) una lunga negoziazione fatta di consultazioni, incarichi, rinunce, mandati esplorativi e quant'altro il lessico della prima repubblica ha coniato. La cosa potrebbe durare a lungo. Settimane, mesi, o anche anni, come in Belgio. Nel frattempo il paese, come detto, va governato. E sarebbe parimenti insostenibile che durante tutto questo tempo le camere restino congelate.

Veniamo ora al Parlamento. Quando il governo si dimette, si dice che le camere sono convocate a domicilio. Il che significa che i presidenti non convocano sedute, ma lo faranno quando il governo sarà operativo, notificando successivamente al domicilio dei parlamentari la nuova convocazione.

Perché durante una crisi di governo l'attività parlamentare è sospesa? Perché il governo, stante la situazione di incertezza, non è in grado di contribuire all'indirizzo politico del paese. Perché per definizione durante una crisi, il governo non sa quale sia la sua maggioranza parlamentare e se ce ne sia una. Quindi non è in grado di prendere posizione con piena cognizione di causa su quanto viene dibattuto.

Oltre a ciò, il parlamento sospende l'attività deliberativa, perché nelle more di una crisi politica la legge X approvata oggi potrebbe benissimo essere contraddetta dalla legge Y approvata l'indomani su proposta di un nuovo governo e maggioranza. Ovvero: provare a legiferare mentre le forze politiche negoziano il futuro del paese è nella maggior parte dei casi insensato, inefficiente, nonché una perdita di tempo.

Bordin fa poi notare che durante i voti in parlamento viene chiesto il parere del governo: la ratio di ciò è di assicurare la coerenza sistematica di quanto viene approvato: con il parere del governo i parlamentari hanno un'indicazione delle conseguenze (a dire del governo, ovviamente) che l'approvazione della norma comporterebbe. Ed è un'indicazione che solo il governo, con i suoi strumenti di conoscenza, analisi, previsione e gestione della cosa pubblica, può dare. Ma teoricamente nulla vieta a un governo dimissionario di dare i suoi pareri, se richiesti dal parlamento.

Conclusioni. I grillini possono legittimamente invocare lo scenario della prorogatio, ma deve essere chiaro che stanno proponendo un modello politico assembleare, in cui la centralità del potere è del Parlamento, e in cui il governo è ridotto a una mera appendice esecutiva dell'assemblea.

Chi propone un modello del genere, che ricorda i tempi della Rivoluzione Francese, ne prefigura uno in cui la nave non è più guidata dal capitano (pur legittimato democraticamente e coi contrappesi del caso), ma in cui ogni manovra viene di volta in volta decisa da una votazione dei marinai nella stiva, a colpi di maggioranza e a maggioranze magari variabili. In pratica un bordello in cui la responsabilità del buono o del cattivo governo sarebbe di tutti e di nessuno. Ovvero l'opposto del modello Westminster al quale abbiamo cercato di ispirarci nella seconda repubblica.

Ogni modello è legittimo, ma si sappia che se si toglie potere al governo si torna dritti alla prima repubblica.

domenica 3 marzo 2013

Una cosa a proposito del "parlamento pulito"

Chi scrive  è contrario a proposte quali il limite e due mandati parlamentari o il cosiddetto "parlamento pulito", cioè l'ineleggibilità di chi è stato condannato. Se il popolo vuole eleggere dei condannati come propri rappresentanti, siccome è sovrano, deve poter essere libero di farlo.

Ma tant'è: il Movimento Cinque Stelle si fa vanto della proposta. Vediamo allora come la applica. Indubbiamente i 162 eletti al parlamento sono "puliti", mentre Grillo non si è candidato appunto perché ha una condanna per omicidio colposo (come se un incidente stradale rendesse una persona indegna di fare il parlamentare, ma vabbè...).

C'è un però: appare sempre più evidente come gli eletti del M5S prendano ordini da Grillo. Cioè sono eterodiretti da un extraparlamentare condannato. I casi Favia e Salsi lo dimostrano: Grillo formalmente è solo il proprietario del blog e del simbolo della lista. In quanto tale inibì ai due l'uso del simbolo. In pratica la non ricandidatura, quindi l'espulsione politica.

La cosa ricorda la mafia siciliana quando si scoprì che era ancora comandata da Totò Riina, che, pur essendo in carcere, dava gli ordini tramite i pizzini. Grillo invece lo fa scrivendo articoli sul suo blog.

A cosa serva un parlamento di non condannati quando questi prendono gli ordini da un extraparlamentare condannato non mi è chiaro.

Quando ci saranno le consultazioni per nominare il nuovo presidente del consiglio Napolitano, per avere delle certezze e agire di conseguenza, vorrà parlare con chi comanda nel M5S. Se Grillo deciderà di presentarsi allora il fatto che quel partito politico è agli ordini di un condannato diverrà evidente a tutti. Con la conseguente perdita di credibilità che ne deriverà.

venerdì 7 dicembre 2012

Quando la credibilità è tutto

Sostiene Antonio Padellaro nel suo ultimo editoriale che
i Professori ne hanno combinate di cotte e di crude tirando il collo a un’economia già collassata, accanendosi contro i pensionati, tagliando a colpi di accetta la sanità pubblica, creando masse crescenti di disoccupati. Ma è del tutto irresponsabile far cadere di colpo un governo che commissariando l’Italia per conto dell’Europa si è comunque ritagliato una certa credibilità internazionale.
Cioè, per Padellaro abbiamo l'economia al collasso, i pensionati nella miseria, i tagli alla sanità e la disoccupazione di massa. Ma nulla di tutto ciò importa, perché abbiamo una certa credibilità internazionale. Che in realtà, nel linguaggio della sinistra, è da tradurre ci siamo liberati di Berlusconi.

In nome di quello la nostra sinistra sembra oggi disposta a tutto, anche a votare un governo la cui politica sta danneggiando la crescita del nostro PIL, che dovrebbe essere invece la priorità vista l'ultradecennale difficile situazione economica e finanziaria del paese.

Ma cosa ancora dovrebbe accadere per giustificare un, seppur tardivo, ripensamento su questo governo?