lunedì 7 maggio 2012

"Tecnici arroganti e ignoranti"

Avevo scritto che il governo tecnico non avrebbe potuto nascere, perché gli interessi dei differenti partiti erano troppo confliggenti. I fatti mi hanno smentito. Ciò che ha reso possibile la nascita del governo Monti è stato l'atteggiamento del PDL che ha voluto ingoiare vari bocconi amari, che sin qui ne hanno determinato la caduta nei sondaggi.


Ora però qualcosa sta cominciando a smuoversi. Il vasto consenso nel paese che sin qui ha contribuito a sorreggere il governo sta iniziando a scricchiolare: la popolarità di Monti è in calo, c'è qualche segnale di delusione sulla blogosfera di sinistra, e anche alcuni editorialisti di idee liberali/conservatrici lo stanno apertamente scaricando.


Non ridete

Scrive Mario Sechi:
Il bilancio del governo Monti sulla questione fiscale è negativo. (...) Passi per le idee «tassa e spendi» del Partito Democratico, ma vorrei capire perché mai il Pdl dovrebbe continuare ad appoggiare una ricetta che massacra il suo elettorato.
Fin qui nulla di clamoroso. C'è dell'altro però: Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, già critici, hanno alzato i toni:
La spending review, e cioè l'analisi e revisione della spesa pubblica, ha partorito un timido topolino, un risultato quasi imbarazzante per il governo.

La spending review parte dall'ipotesi che sia «rivedibile» solo la spesa che non riguarda i trasferimenti sociali: ma se non si rimette mano in qualche modo anche al nostro stato sociale, rendendolo più efficace nel contrastare la povertà, anziché disperdersi in sussidi alle classi medie (si pensi all'università) non si fanno passi avanti.

Il governo sembra non rendersi conto che l'Italia rischia di avvitarsi in una spirale di tasse, recessione, deficit e ancor più tasse.
Oscar Giannino, uno di quelli che aveva spinto per la caduta di Berlusconi, dice:
Se dopo cinque mesi il governo dei tecnici chiama un altro tecnico come Enrico Biondi a occuparsene come commissario straordinario, è una commedia perché Bondi è un tagliatore aziendale eccezionale (...), ma fatto sta che di bilancio pubblico ne sa nulla e dunque per l’ennesima volta si comincia daccapo.
E aggiunge:
Questo governo è politico, e ha deciso di sposare e difendere lo Stato ladro.
Piero Ostellino, sul Corriere, citando Gobetti, arriva quasi a paragonare Monti a Mussolini:
il rifiuto del professor Monti della ragionevole (civile) proposta Alfano di poter scalare dalle tasse (dovute) i crediti (pretesi) rivela un totale disprezzo dei diritti dei cittadini.

Con un'opinione pubblica frastornata cui è stato fatto credere di essere in guerra – contro lo spread – le si nasconde che questo governo non è «la soluzione», ma sta diventando «un problema», e inclina verso un «fascismo di popolo»
Antonio Martino, che peraltro non ha mai votato né la fiducia né i provvedimenti del governo Monti gli dà dell'ignorante in economia:
Si è limitato a piegarsi supinamente di fronte all’idiotismo del diktat tedesco sintetizzato nello sciagurato fiscal compact, impegnando di pareggiare il bilancio entro il 2013 (ora slittato al 2014), dimostrando che l’economia non è pane per i denti di tecnici arroganti e ignoranti.
E ne chiede le dimissioni:
Le stupidaggini che ha sentenziato sull’”aver messo in sicurezza i conti pubblici”, avere “salvato l’Italia dal baratro”, “posto le condizioni per la crescita” entreranno, temo, a far parte del repertorio umoristico di molti comici. Tommaso Padoa Schioppa non era stato da meno quando aveva affermato che le tasse sono “nobili e bellissime”, tesi che Mario Monti credo condivida in pieno, tanto da essere convinto che sia saggio pareggiare il bilancio con un livello di spesa pubblica superiore al 50% del pil.

[È] incompatibile con le regole di una società libera imporre alle banche di trasmettere gli estratti conto all’agenzia delle entrate, limitare l’uso di contanti, e dichiarare interesse per una tassa sulla moneta! Se Monti vuole evitare di sprofondare nel ridicolo e nella generale esecrazione, facendo apparire quello di Malagodi e di Padoa Schioppa come un destino benevolo, può fare una sola cosa: chiedere scusa e dimettersi.

venerdì 20 aprile 2012

La balla della mancata attuazione dell'art. 49 della Costituzione

È notizia di oggi che alcuni senatori del PDL hanno sottoscritto una dichiarazione d'intenti che contiene la seguente frase:

I partiti vanno ricondotti all'articolo 49 della Costituzione e pertanto i loro apparati organizzativi vanno ridimensionati su tre funzioni essenziali: produrre idee, selezionare classe dirigente, promuovere partecipazione e consenso.
Che i partiti vadano ricondotti all'art. 49 della Costituzione è falso. Così come è falso sostenere che l'art. 49 non sia attuato. È un mito diffuso, frutto di una cattiva ideologia, dalla quale discende una cattiva giusriprudenza della corte costituzionale nonché una cattiva concezione di cosa sono (o devono essere) i partiti politici.

L'art. 49 della Costituzione:
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
in lingua italiana significa:
ogni legge o regolamento o atto del governo che impedisca ai cittadini di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale sarà nullo in quanto incostituzionale

Stop. Quello e null'altro è il significato lessicale della frase.

Per cui l'art. 49 è già attuato: basta che lo stato si astenga dallo sciogliere o perseguire i partiti che si riconoscono nel metodo democratico (ovvero può sciogliere quelli che cercano di fare un colpo di stato - tipo un eventuale partito fascista - o quelli che cercano di prendere il potere con il terrorismo - tipo le Brigate Rosse, altrimenti dette Partito Comunista Combattente).

I partiti sono associazioni private libere, e in quanto tali i cittadini sono liberi di stabilire le regole interne, anche le più astruse o antidemocratiche. Sono liberi di stabilire che il patrimonio venga svenduto al cognato del leader, come che venga usato per le spese del figlio del capo, per l'affitto dell'appartamento del ministro, etc..

A questo punto il problema si sposta sul finanziamento pubblico dei partiti, dato che quel finanziamento è alla base di quelle spese. Se scandalizza il fatto che i soldi (che in origine erano) dei contribuenti vadano a fini disdicevoli o immorali, allora che si metta vincoli, limiti o tetti a quei finanziamenti. O che si aboliscano.

Invece Bersani e Casini fanno l'esercizio mentale di cui sopra: siccome l'art. 49 non sarebbe attuato, occorre fare dei partiti dei portatori di un interesse pubblico (l'attuazione di detto articolo in nome della democrazia) e quindi i titolari di un finanziamento. E peggio ancora occorre farne una specie di enti parastatali.

L'assurdo è che un evento privato quali le elezioni primarie del PD diventerebbero un affare di stato. E che gli altri partiti sarebbero obbligati a farle. Sai mica è chiaro che Fini, Bossi, Berlusconi, Di Pietro, Pannella, Casini, Rutelli, Vendola... siano i leader dei rispettivi partiti... No, occorre l'elezione primaria...

Invece basta stabilire che cosa si finanzia e quanto: se si finanzia la campagna elettorale, si stabilisca come e quanto si rimborsa a ogni candidato (o gruppi di candidati nella stessa lista). Idem per i partiti: si stabilisca che cosa dell'attività dei partiti si finanzia e quanto lo si finanzia. Per esempio si dica che le spese elettorali sono rimborsate fino ad una certa cifra e che le spese di funzionamento di un partito sono finanziate in ragione di una percentuale delle spese sostenute (dunque a prescindere dal fatto che il partito sia in parlamento).

Se invece dovesse passare la concezione di cui sopra, allora toccherà dare ragione a Grillo.

martedì 17 aprile 2012

Belsito's version

Chi scrive non è un leghista, non lo è mai stato e presumibilmente mai lo sarà. È solo un pigro che aggiorna il blog troppo di rado; tuttavia, visto il nome del presente blog questa non poteva lasciarsela scappare. Leggo sul Corriere che, riguardo allo "scandalo" Belsito, per Cota
«la Lega è parte lesa. L'unico indagato è Belsito ed è stato espulso. Bossi non è indagato ed ha fatto un passo indietro»
Allora Belsito è stato espulso perché indagato dalla magistratura. Peccato che così facendo la Lega dia implicitamente ragione alla magistratura, anzi alla tesi accusatoria, prima ancora di vedee a cosa porterà.
In pratica la Lega si fa dettare le decisioni dal PM Woodcock, che a dispetto del cognome è un napoletano di sinistra.
Invece Bossi, che coi soldi del partito ci avrebbe ristrutturato la casa non è indagato dalla magistratura e né è stato espulso dalla Lega. Ha solo fatto un passo indietro.
Ma andiamo avanti, c'è dell'altro di cui ridere. Lo stesso articolo del Corriere ci dice
Belsito riconsegna i diamanti e i lingotti d'oro
Mmh, e dove li aveva nascosti la 'refurtiva' questo temibile indagato che risponde al nome di Belsito e che i leghisti oggi disconoscono?
Era a Genova, nel «caveau» di una banca, il «tesoro» della Lega Nord.
E certo, dove altro li mette uno che investe del denaro in metalli preziosi, sotto il materasso? Secondo Repubblica poi
Belsito riconsegna diamanti e lingotti
L'ex tesoriere restituisce al partito i preziosi comprati con i soldi del finanziamento.
Di solito uno "riconsegna" dopo che si è appropriato di qualcosa. Ma qui non risulta che sia il caso. Altrimenti i lingotti sarebbero nascosti in Svizzera e Belsito sarebbe già da tempo alle Maldive.

Aggiunge Cota che i diamanti restituiti da Belsito «saranno venduti ed il ricavato andrà alle sezioni». Mmh, iniziativa lodevole, ma in fondo anche quella di Belsito che in questo periodo di turbolenze monetarie ha investito in metalli preziosi forse non è stata poi così disdicevole.

Ma stringi stringi che ha fatto di male questo Belsito?

mercoledì 22 febbraio 2012

Il superficialismo buonista

Ciclicamente riaffiora la proposta di dare la cittadinanza a tutti gli stranieri nati in Italia oppure quella di accorciare i tempi per ottenerla agli immigrati. I fautori sono generalmente dei buonisti assai superficiali, ma che si dicono d'accordo in base a un istinto egalitarista tipico di quelli che votano a sinistra.

Il problema è che costoro non si chiedono né quali potrebbero essere le conseguenze del dare la cittadinanza a chi non ha un'origine italiana (e quindi non ha necessariamente la stessa origine culturale, religiosa, sociale, o detto in altre parole non viene dalla nostra comunità) e né si chiedono quale sia il problema, e se vi sia un problema, del non avere il passaporto del paese in cui vive.

Svelo qui un primo segreto ad usum coglionorum:
Si può vivere da stranieri in un paese senza per questo essere discriminati
Ho letto altrove di una madre che si lagnava del fatto che al figlio, durante una partita a pallone, era stato rivolto l'epiteto "africano di merda", e che il figlio, non avendo ancora la cittadinanza italiana, non aveva potuto ribattere, ma si era sentito discriminato.

Inutile dire che anche quel fatto è stato portato a sostegno della necessità di dare la cittadinanza secondo lo ius soli (o di renderne l'acquisizione più veloce agli immigrati).

Svelo qui un secondo segreto ad usum coglionorum:
Anche se il ragazzo fosse stato cittadino italiano si sarebbe beccato l'epiteto "africano di merda"
E la cosa lo avrebbe ferito ugualmente, con o senza passaporto italiano.

I buonisti superficiali, che tipicamente leggono Il Post, sentendosi moderni, liberali e "progre" rispetto ai conservatori bigotti e reazionari, citano talvolta Oriana Fallaci, com simbolo di un'intolleranza negativa da superare. Citano poi Tiziano Terzani: "lui sì che diceva cose equilibrate".

Leggere cose buone fa sentire meglio che leggere amare verità. Ma non aiuta né ad andare al fondo delle cose, né a risolverle, né quindi a fare le scelte giuste.

Ma oltre a ciò c'è un'altra ragione per cui ho citato la Fallaci: perché lei era coerentemente un esempio del fatto che si può vivere da stranieri. Lei infatti visse per oltre quindici anni a New York senza avere il passaporto americano. E non se ne lagnava.


PS: segnalo quest'illuminante articolo di Enzo Reale, Il Sofrismo for Dummies.

venerdì 10 febbraio 2012

Tito Boeri insiste

Oggi, 10 Febbraio 2012, novanta giorni esatti dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi da capo del governo, Tito Boeri scrive:
Per azzerare la Papi's tax il governo dovrà continuare a varare misure a favore della crescita
Ovvero, detto in parole semplici: per il prof. Boeri se le cose vanno male è ancora colpa di Berlusconi. Naturalmente va da sé che se vanno meglio è merito di Monti.

I fatti piegati alle opinioni. Sì, perché nel suo ultimo articolo Boeri mostra il grafico della differenza tra lo spread italiano e quello spagnolo. Come ho mostrato nel post precedente della serie detto spread è stato ictu oculi ben più grande durante i mesi del governo Monti che durante quelli (anche volendo prendere i dati a lui più sfavorevoli) del governo Berlusconi. Si veda le parti colorate in giallo e rosa.

LTRO, della serie non è mai troppo tardi. Oppure, altra lettura consigliata per il Prof. Boeri: The European Crisis in 2012, dove è spiegato il perché lo spread da qualche settimana sta scendendo, senza bisogno di arrovellarsi in interpretazioni partigiane ad usum coglionorum dell'umore dei mercati finanziari.

martedì 7 febbraio 2012

Mettere in stato d'accusa Napolitano

Al governo Berlusconi viene rinfacciato il fatto che il governo Monti avrebbe fatto in poche settimane quello che lui non avrebbe fatto in tre anni o comunque nei molti mesi che durò la crisi dello spread. Renato Brunetta, già Ministro della Funzione Pubblica, ha recentemente scritto che una percentuale compresa fra il 50% e il 70% dei contenuti dei tre decreti legge sinora emanati dal governo Monti era già stata approvata dal governo Berlusconi il 2 Novembre 2011 in un progetto di decreto legge a cui era stato dato il nome di "Decreto Sviluppo" (o, nelle parole di Brunetta, "decreto-legge Romani-Brunetta-Calderoli"). Quel decreto doveva essere l'esecuzione della lettera di intenti che Berlusconi aveva scritto il 26 Ottobre 2011 alla Commissione UE.

E allora perché quelle norme le ha poi emanate Monti e non Berlusconi, uno si potrebbe chiedere? Perché il Presidente della Repubblica si rifiutò di controfirmare il Decreto Sviluppo. Nelle parole di Brunetta:
il decreto Romani-Brunetta-Calderoli non fu approvato nel Consiglio dei ministri del 2 novembre 2011 perché il Quirinale aveva informalmente manifestato la propria indisponibilità a emanarlo, considerandolo privo dei requisiti di necessità e urgenza e di omogeneità richiesti, secondo l’interpretazione costituzionale più volte richiamata dallo stesso Capo dello Stato, in particolare nel caso della lettera inviata a Berlusconi sul «caso Englaro» del 6 febbraio 2009 e in successive occasioni.
Brunetta precisa poi che a Monti non fu poi invece obiettata la mancanza dei requisiti di necessità e urgenza e di omogeneità. Tralasciando la necessità e l'urgenza (se non vi era prima, non poteva esserci poche settimane dopo), uno può supporre che fosse un problema di omogeneità. E invece no:
Il decreto-legge Romani-Brunetta-Calderoli (...) aveva caratteri certamente meno disomogenei, quanto agli oggetti, di quelli adottati dal nuovo esecutivo.
Chi avesse dimenticato cosa avvenne quel giorno può consultare qui la diretta web che ne fece La Repubblica:


Pasquale Cascella, Consigliere del presidente della Repubblica per la stampa e la comunicazione, ha risposto oggi a Brunetta. Dice che Napolitano, prima che il Consiglio dei Ministri si riunisse, ricevette Tremonti, il quale gli disse, per varie ragioni, di essere contrario all'emanazione di un decreto, ma che fosse opportuno procedere
«nella forma - più praticabile anche dal punto di vista parlamentare e meno in generatrice di tensioni politiche - della presentazione di emendamenti alla legge di stabilità» in quel momento all’esame del Senato.
E che quindi:
Il presidente della Repubblica ritenne di esprimersi a favore della soluzione indicata dal ministro per evitare l’adozione di «un coacervo di norme anche estranee» alla lettera di intenti ed obbiettivi inviata a Bruxelles dal Presidente del Consiglio il 26 ottobre, che avrebbe potuto «suscitare nuova confusione nell’opinione pubblica e nei mercati».
Un discorso molto strano, quello del Quirinale. Tanto più che dice che Napolitano non fece nessuna «valutazione discrezionale», ma solo prese atto dell'esistenza di "riserve motivate presenti all’interno della stessa compagine governativa", e pertanto cercò "un veicolo normativo che consentisse di addivenire rapidamente all’approvazione delle misure più urgenti evitando più aspre tensioni fra le forze politiche" e che non potesse «suscitare nuova confusione nell’opinione pubblica e nei mercati».

Queste tre affermazioni possono essere facilmente smontate:
  1. «valutazione discrezionale» - Formalmente parlando il ministro dell'Economia non è interlocutore del Presidente della Repubblica, e né a esso può essere delegato un potere di veto (che peraltro non esiste se non per manifesta incostituzionalità delle norme proposte). Quindi se Napolitano sceglie di controfirmare un decreto o meno si deve assumere la piena responsabilità di ciò che fa, e non nascondersi dietro il dito dell'opinione di Tremonti.
  2. "riserve motivate presenti all’interno della stessa compagine governativa" - Ai sensi dell'art. 95 della  Costituzione e dell'art. 2 della Legge n. 400 del 1988, non spetta al Presidente della Repubblica dirimere le controversie che possono sorgere in seno al Consiglio dei Ministri. Ciò spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri. Inoltre, una volta che il governo aveva comunicato al Quirinale l'intenzione di procedere mediante il decreto legge Napolitano aveva il dovere di considerare quella controversia come risolta.
  3. "evitando più aspre tensioni fra le forze politiche" e «suscitare nuova confusione nell’opinione pubblica e nei mercati» - Questa motivazione poi è in aperta violazione della Costituzione. O è una fesseria sfuggita alla penna di Napolitano Cascella, oppure, se è stata ben meditata, il Presidente della Repubblica dovrebbe renderne conto al paese. Perché al di là del merito dell'apprezzamento, Napolitano afferma oggi il suo potere di rifiutare l'emanazione di un decreto legge proposto dal governo quando egli non ne condivide il merito.
    Un'altra conseguenza logica è che, siccome secondo lui il decreto avrebbe creato tensioni fra le forze politiche, Napolitano si è schierato contro la maggioranza e a fianco dell'opposizione.
Ricapitoliamo. La Costituzione stabilisce all'art. 87 che il Presidente della Repubblica rappresenta l'unità nazionale. Rappresentare l'unità significa non creare coi propri comportamenti delle divisioni, essere al di sopra di esse. In questo caso invece è stato uomo di parte, giacché si è messo contro il Consiglio dei Ministri (e quindi indirettamente contro il Parlamento che lo ha fiduciato e il popolo che a sua volta l'ha eletto), schierandosi invece con l'opposizione. Ergo o ha legittimamente fatto uso di un suo potere discrezionale di valutazione e decisione (cosa che però Napolitano Cascella nega), oppure, se detto potere non esiste, ha abusato dei suoi poteri e dunque ha violato la Costituzione.

A questo punto che il Presidente della Repubblica sia messo in stato d'accusa per attentato alla costituzione. Ovviamente non avverrà, volendoci la maggioranza assoluta del parlamento in seduta comune, ed avendo PD, IdV e centristi i numeri potenziali per bloccare una simile istanza.

Chi scrive non ha nulla contro Giorgio Napolitano e né ha piacere che finisca sotto processo e tanto meno in galera, ma ritiene che il popolo abbia il diritto di sapere in base a cosa certe decisioni vengono prese e se il suo presidente è imparziale o meno. Occorrerebbe che la cosa non finisca qui con qualche articolo di giornale e il post di un oscuro blog, ma che si arrivi alla verità, quale che sia. Berlusconi ha sbagliato a lasciar correre e ad accettare il rifiuto di controfirmare il decreto: doveva dimettersi, affinché ognuno si prendesse pubblicamente le responsabilità dei suoi atti. E sbaglierebbe l'ex maggioranza a lasciar correre per non aprire per convenienza tattica uno scontro istituzionale. Che sia la Lega Nord, visto che è passata all'opposizione, ad aprire la procedura di messa in stato di accusa: verrà rigettata, ma almeno si farà chiarezza.

martedì 31 gennaio 2012

La Papi's Tax e l'effetto Monti - 2

L'immagine qui sotto l'ho presa da un articolo appena pubblicato su La Voce, lo stesso sito su cui Tito Boeri aveva lanciato in estate la tesi della Papi's Tax. Ho modificato l'immagine colorando in giallo e poi in rosa l'entità nel tempo della differenza fra lo spread fra titolo italiano e tedesco e lo spread fra titolo spagnolo e tedesco.


In parole semplici: in giallo la Papi's Tax, in rosa l'Effetto Monti.