lunedì 30 settembre 2013

Ma di che stiamo parlando?

Facciamo un passo indietro. Estate 2011: sale lo spread, si teme che l'Italia debba svenarsi per pagare i tassi d'interessi sui titoli del debito pubblico. Si vuole che il paese riacquisti credibilità agli occhi dei creditori fugando in loro ogni dubbio si du un possibile default, affinché i tassi tornino ai livelli bassi di prima della crisi.

A tal fine viene chiesto che il pareggio di bilancio venga raggiunto nel 2013, cioè anticipando di un anno quanto previsto dalle manovre del governo Berlusconi. Il risanamento delle finanze pubbliche diventa l'imperativo nazionale. E pure urgente: il Sole24Ore titola "FATE PRESTO". Il paese, secondo questa narrativa, sarebbe "sull'orlo del baratro".



Arriva il governo Monti e i desideri vengono esauriti: una manovra fatta principalmente di nuove tasse viene chiamata "decreto salva italia". Una delle sue finalità è appunto quella di mettere i conti pubblici "in sicurezza" e di assicurare che il bilancio statale sia in pareggio nel 2013.

"Effetto Monti" - Oggi, nel 2013, il governo Letta va in crisi perché, non trovando le risorse a copertura, annullare il previsto (da Monti) aumento dell'IVA al 22% comporterebbe lo sforamento per l'anno in corso del limite del deficit annuale al 3%, e la conseguente procedura europea d'infrazione.

Ovvero: il governo Monti ci doveva lasciare in eredità i conti risanati e il pareggio in bilancio nel 2013; invece ci ritroviamo esattamente dove eravamo, con un deficit fra il 3% e il 3.1%. Nel frattempo i fondamentali del paese sono peggiorati: è diminuito il PIL, è aumentato il debito pubblico in percentuale ad esso. Ovvero, la capacità del paese di restituire il debito è diminuita rispetto al 2011.

A logica ciò dovrebbe far risalire lo spread, se non fosse che l'effetto spread è stato sterilizzato nel 2012 dalla BCE dalle due OMT prima e dalle dichiarazioni di Draghi sulla volontà di salvare l'Euro "whatever it takes". In Italia invece ci si chiede se la caduta del governo Letta faccia risalire lo spread, se la crisi voluta da Berlusconi danneggi la stabilità del paese, e se occorra comunque tenere un governo in carica ed evitare delle elezioni che ci dovrebbero condurre al baratro.

venerdì 27 settembre 2013

Su Alitalia - 2

In seguito ai commenti torno sull'argomento per chiarire.

Alitalia era un'impresa di proprietà statale che sino ad allora era stata malgestita, e che era da molti anni in perdita. Nel 2006 le perdite (e il divieto comunitario di ripianarle) avevano fatto sì che fosse necessario scegliere fra queste tre possibilità:
  1. che lo stato la lasciasse fallire
  2. che lo stato risananasse la società (senza ricorrere ad aiuti di stato, però)
  3. che lo stato la vendesse a un privato, e questi se ne facesse carico con piena libertà di azione
Si potrebbe argomentare che forse la via del fallimento sarebbe stata la meno peggiore, ma, senza a stare a dilungarsi su di essa, diciamo che era politicamente improponibile. Dunque la scartiamo e passiamo oltre.

In teoria si sarebbe potuto percorrere la via n.2, ma i fatti e l'esperienza lasciavano credere che sarebbe stato con ogni probabilità un insuccesso. Perché infatti, al di là dei buoni propositi dei politici, una gestione statale sarebbe dovuta riuscire laddove aveva fallito nei decenni precedenti?

Rimaneva la via della privatizzazione, che come detto implicava la conseguente possibilità del nuovo proprietario di fare scelte dolorose, le stesse che in teoria avrebbe dovuto fare, e non aveva mai fatto, la gestione statale. Attenzione però: anche per un privato non sarebbe stato facile compiere dette scelte, dato che gli interessati avrebbero reagito in ogni modo possibile, con pressioni, scioperi, manifestazioni, ricorsi e quant'altro il "sistema italia" metteva loro a disposizione.

In altre parole non è che una privatizzazione equivalga a dire "ragazzi, prima eravate statali, ora siete i miei dipendenti e si fa come dico io". Quello magari lo avete visto nei documentari sulla Thatcher, non certo in Italia.

La conseguenza era che l'opzione 3 era da intendersi:
che lo stato la vendesse a un privato, e questi se ne facesse carico con piena libertà di azione, e che lo stato agevolasse il privato nella fase di transizione
Quanto aggiunto in neretto, in una forma o in un'altra, avrebbe significato costi per lo stato. Quando si parla della privatizzazione di Alitalia bisogna prima chiarirsi le idee su quello.

Nel post precedente ho fatto notare che limitarsi a criticare i costi che la privatizzazione ha avuto per le casse statali e per l'economia del paese in generale non ha molto senso se non si quantificano tutti i costi, immediatamente visibili o meno. Cosa che chi critica, che sia un Rizzo che scrive i suoi articoli anticasta o che sia il tipico commentatore da sito web un-po'-grillino-di-sinistra, di solito non fa.

Allora, ho iniziato il post scrivendo che nel 2006 le perdite avevano raggiunto un punto critico. Ovviamente la storia di Alitalia non inizia nel 2006. Durante il quinquennio precedente il governo Berlusconi non fece niente per risolvere il problema. E prima ancora durante i governi di centrosinistra fu prima lanciata a poi fatta fallire la fusione con KLM, che, quella sì, avrebbe potuto essere una soluzione per Alitalia. Senza contare poi l'asta lunare fatta dal governo Prodi nel 2007 che andò deserta. Questo per dire che nel 2008 la compagnia era alla canna del gas e che fare una scelta in quella situazione di emergenza non era la cosa più facile di questo mondo: la trattativa con Air France (che, diciamolo, non a caso attese che Alitalia fosse sull'orlo del baratro per fare la sua offerta) durò circa tre mesi, mentre il progetto CAI fu improvvisato in poche settimane. In quelle circostanze fu già un risultato che la privatizzazione sia avvenuta. Infatti chi ha un po' di memoria leggeva un giorno sì e l'altro pure articoli e commenti che dubitavano dell'esistenza della cordata, che dicevano che si trattasse di una balla, che nessun acquirente italiano c'era. Invece le cose sono andate in maniera diversa. Così come finora si è rivelata sbagliata la previsione che i proprietari di Alitalia se ne sarebbero sbarazzati vendendo a AF non appena fosse scaduto il vincolo.

Quindi, per riassumere:

  • l'offerta AF non era il bengodi, ma fu fatta in extremis alle condizioni di un soggetto forte verso uno che è invece alla canna del gas: in altre parole un'offerta da strozzino
  • la maggiore colpa di ciò fu di chi lasciò che si arrivasse alla canna del gas, di chi si mise in condizioni di non avere più tempo per valutare altre possibili offerte: il governo Prodi
  • una minore colpa fu anche del precedente governo Berlusconi che non prevenì quello stato di cose
  • un'altra colpa fu del governo di centrosinistra che non fece la fusione con KLM: andate a guardarvi le condizioni e paragonatele con l'offerta di Air France e poi sì che vi indignerete

Infine una considerazione: Berlusconi viene ritenuto il responsabile del fallimento della trattativa con Air France. Che però formalmente si interruppe in seguito alla mancata approvazione della proposta da parte dei sindacati. Chi c'era fra quei sindacalisti? Epifani. Eppure in tutti questi anni non ho letto un articolo in cui venisse contestato all'attuale segretario del PD di aver contribuito a provocare il "danno" o di aver creduto alle promesse del caimano...

martedì 24 settembre 2013

Su Alitalia

Tornano le polemiche su Alitalia, che potrebbe vendere a Air France la maggioranza del capitale azionario.


Per giudicare quella vicenda occorre prima dire la verità su cosa fosse l'offerta di Air France (il testo viene da una pagina di Wikipedia che è stata in seguito rimossa):

The terms of the Air France-KLM Group of the March 28 draft agreement were (with a deadline of 31 March 2008):
  1. that the possible consequences of a lawsuit by the Milan Malpensa Airport owners, Sea, will be dealt with by the Italian government.
  2. that the current and next government support this proposal.
  3. that the unions agree to the dismissal of 1.620 employees of Alitalia Fly: 567 pilots, 594 flight assistants, 121 foreign employees and 398 ground employees.
  4. that Air France-KLM will employ only 3.200 of the 7.600 employees of Alitalia's maintenance subsidiary, Alitalia Servizi, if they can dismiss 500 of these employees.
  5. that Alitalia's bulk flight network will be based at Rome Leonardo da Vinci Fiumicino Airport and the international flights from Milan Malpensa Airport will be stopped.
  6. that the Italian government agrees to a capital injection of 300 million Euros in Alitalia to prevent the company of going broke; to be repaid from the raised capital after the takeover has been finalized.
  7. that the Italian government invests in the Rome Leonardo da Vinci Fiumicino Airport. that the Italian government guarantees the landing rights of Alitalia.
  8. that the relevant competition authorities authorize the proposal.
The fate of the rest (of a total of about 7600) of the employees of Alitalia's maintenance subsidiary, Alitalia Servizi, was uncertain.
The Board of Directors of Alitalia and the Italian government agreed to these terms; the unions did not. Raffaele Bonanni, the leader of one of Alitalia's main unions, CISL, denounced the agreement: "The government is delivering us naked to negotiate with Air France to the detriment of the workers, infrastructure, and the general interests of the country,". The union of the pilots, ANPAC, which has agreed to the takeover in principle, called the French-Dutch offer "unacceptable". ANPAC especially disagrees with the plan to end the freight service of Alitalia by 2010. The talks with the unions over the takeover by Air France-KLM collapsed when the French-Dutch carrier refused to accept
union demands hours before a deadline to win their support was to expire. As a consequence Alitalia's chairman, Maurizio Prato, resigned on April 2nd 2008.

Andiamo per ordine
  1. La SEA, la società che gestisce Malpensa, aveva fatto causa ad Alitalia, in quanto questa aveva tagliato dei voli bloccando allo stesso tempo gli slot (ovvero Maplensa si era ritrovata con dei "buchi" senza poterli riassegnare ad altre compagnie aeree. Air France pretendeva che lo stato italiano si facesse carico di questa causa (leggi: del risarcimento danni).
  2. Berlusconi dichiarò poi che il suo futuro governo avrebbe onorato l'accordo con Air France-KLM, qualora fosse stato concluso.
  3. L'offerta di Air France-KLM prevedeva il licenziamento di 7579 dipendenti in Italia (fra Alitalia e AZ Servizi) e di 121 all'estero.
  4. Prevedeva anche che il governo Prodi facesse un prestito ponte di 300 milioni di Euro
  5. Prevedeva che il governo italiano facesse degli investimenti nell'aeroporto di Fiumicino e che garantisse ad Alitalia tutti gli slot.
Chi critica la mancata accettazione dell'offerta di Air France-KLM tende a dimenticare i punti che ho elencato ai numeri 1, 3, 4 e 5. Quanto sarebbe costata all'erario in termini di risarcimento a SEA, ammortizzatori sociali, di prestito poi dichiarato illecito dall'UE di lavori a fondo perduto sullo scalo di Fiumicino l'offerta di Air France? Questo Sergio Rizzo non lo dice.

Ma soprattutto non dice che il fallimento dell'offerta di Air France fu dovuto al mancato accordo con i sindacati. Come appunto disse Bonanni:

"The government is delivering us naked to negotiate with Air France to the detriment of the workers, infrastructure, and the general interests of the country"
Ora addossare a Berlusconi le ragioni di una scelta presa in tutta autonomia dai sindacati (che non sono certo berlusconiani) appare quanto mai bizzarro.

Chi critica negli anni scorsi poi tendeva ad affermare con continuità che Air France si sarebbe comprata per pochi soldi quello per cui aveva offerto di più nel 2008. E veniva detto che ciò sarebbe avvenuto allo scadere dei tre anni dal 2008, quando i soci della nuova Alitalia sarebbero stati liberi di vendere. La storia li ha smentiti: finora non è avvenuto. Anzi è successo che in questi ultimi anni il gruppo Air France-KLM ha licenziato dei dipendenti. Fra essi non quelli di Alitalia.

Sergio Rizzo del Corriere della Sera, nella sua tirata antiberlusconiana, arriva fino al punto di scrivere che:

a sentire i giornali parigini, dovremmo perfino ringraziare la compagnia franco-olandese di prendersi questa rogna

Eh già, Air France comprerebbe Alitalia non già per farci degli utili, ma addirittura per spirito caritatevole.

Forse la verità è che Alitalia è in crisi, perché l'Italia e l'Europa sono in crisi. E forse verrà acquistata da uno straniero come vengono acquistate altre aziende italiane in questo periodo.

Lo stato italiano ci ha provato a privatizzarla. Sarebbe stato comunque un bagno di sangue per le finanze pubbliche. Ha scelto i migliori imprenditori che c'erano sulla piazza italiana. Se era meglio darla a una forte azienda straniera del settore, perché il governo Prodi cincischiò nel 2006-2007 con un'asta che conteneva delle condizioni capestro (in sostanza si chiedeva all'acquirente di continuare a gestirla in perdita come aveva fatto sino a quel momento lo stato italiano)? E perché negli anni novanta fu fatta fallire la fusione con KLM?

mercoledì 11 settembre 2013

Il ricalcolo

Non c'è segreto meglio custodito di una cosa alla luce del sole. Probabilmente la cosa più ridicola della sentenza sui diritti tv di Berlusconi è quella di cui non parla nessuno: la faccenda della pena accessoria. Chi legga la stampa italiana dal primo agosto in poi sa che la Corte di Cassazione ha confermato la condanna di Berlusconi, ma che ha rinviato gli atti alla Corte d'Appello, affinché questa faccia un nuovo processo ed emetta la relativa sentenza limitatamente alla pena accessoria.


I giornali (qui, per esempio) sintetizzano la cosa con l'espressione ricalcolo della pena accessoria. Solo che la parola "ricalcolo" è fuorviante. Anzi nella sostanza è un modo per disinformare il lettore, almeno quello che non conosca la legge penale.

Perché non è un problema di calcolo, non è un mero errore tecnico, non è una svista aritmetica marginale rispetto al merito della colpevolezza dell'imputato. No, è qualcosa d'inquietante.

Berlusconi è stato condannato per frode fiscale, un reato previsto dall'art.3 del Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74 - Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto.

La stessa legge all'art. 12 stabilisce le pene accessorie per detto reato. In particolare al comma 2 stabilisce quella dell'interdizione dai pubblici uffici:
La condanna (...) importa altresi' l'interdizione dai pubblici uffici per un periodo non inferiore ad un anno e non superiore a tre anni (...)
La legge è breve e chiara: prevede e tipizza dei reati fiscali, ne stabilisce le pene, e qualche articolo più sotto quantifica le relative pene accessorie.

Non è un problema di calcolo e bilanciamento di circostanze aggravanti e attenuanti: l'interdizione non può essere "superiore a tre anni". Eppure in primo e secondo grado gliene hanno dati cinque!

Sapete perché?

Perché invece di applicare quell'art. 12 hanno applicato la previsione generica del codice penale in materia di pene accessorie (art. 29), che dice:
la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni importa l'interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque.
Solo che anche gli studenti di legge sanno che la norma speciale deroga a quella generale. Che è ciò che ha fatto notare la Cassazione.

Per semplificare il concetto agli estremi è come se i giudici avessero sì condannato Berlusconi per frode fiscale, ma "calcolando" (sic.!) la pena principale secondo l'art. 640 del codice penale, quello che punisce la frode in generale.

A questo punto è legittimo chiedersi come sia possibile che due diversi collegi formati da tre magistrati, di una certa esperienza, rispettivamente del tribunale e della corte d'appello più importante d'Italia, in un processo seguito dalla stampa di mezzo mondo, possano commettere un simile errore. Errore che determina ulteriori lungaggini, nonché spese processuali per lo stato e per gli imputati.

È legittimo chiedersi se quei magistrati abbiano dimestichezza con la legge tributaria, con la sua interpretazione e con il modo in cui è praticata (leggi: rispettata, elusa o frodata) nella vita di tutti i giorni.

giovedì 2 maggio 2013

Un governo al servizio dell'Italia e dell'Europa

Il titolo è quello del recente discorso di Enrico Letta sulla fiducia al governo. I media pare non ci abbiano fatto caso, ma è scandaloso. Che un governo sia al servizio dell'Italia, e dunque dei suoi cittadini, è cosa normale e giusta; ma quando mai un governo si dichiara al servizio di un insieme di stati o di un'organizzazione, internazionale o sovranazionale che sia?


Questo governo è stato eletto (in senso lato) dal popolo italiano, e non da un fantomatico popolo europeo. E né tantomeno dalla Commissione Europea o dal popolo francese o da quello tedesco, per citare la tre capitali che Letta ha immediatamente visitato.

E che abbia scelto proprio quelle tre capitali è indicativo del fatto che l'Europa è un'associazione dove qualcuno comanda più degli altri. Passi per Bruxelles, che potrebbe essere considerata la capitale di una futura ipotetica unione europea federale; ma andare a Parigi e Berlino a chiedere il permesso di cambiare politica rispetto al governo Monti è un chiaro segno di sudditanza. È un segno che in Europa non siamo tutti uguali.

Teoricamente avrebbe potuto visitare invece Londra, Madrid, Varsavia, Stoccolma o Praga: anche quelle sono capitali di stati appartenenti all'Unione Europea. E formalmente il voto di ogni stato, dal piccolo Lussemburgo alla grande Germania, conta uno. Invece oggi sappiamo ufficialmente che non è così. E anzi Letta lo teorizza pure.

E ciò nonostante che la nostra costituzione, all'art. 11, stabilisca formalmente che

L’Italia (...) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni

Ecco, non mi risulta che un governo francese o tedesco (per non dire britannico) abbia mai iniziato il suo mandato dichiarando di essere al servizio dell'Europa. Se lo facesse verrebbe immediatamente stigmatizzato. Da noi invece la cosa passa sotto silenzio.

Il governo Letta è probabilmente il governo più europeista che abbiamo mai avuto. Ha Emma Bonino, che da Radicale ha sempre promosso l'idea degli Stati Uniti d'Europa, agli Affari Esteri, ha Enzo Moavero (già docente di diritto CEE, giudice della Corte di Giustizia e funzionario della Commissione UE) alle Politiche Comunitarie. Lo stesso Enrico Letta si è formato e specializzato in diritto comunitario. La sua bibliografia (che mi pregio di non aver letto), con titoli quali quali Euro sì. Morire per Maastricht o La comunità competitiva. L'Italia, le libertà economiche e il modello sociale europeo o ancora Dialogo intorno all'Europa, dai titoli pare un'agiografia dell'Unione Europea e della moneta unica.

Letta ha detto che il rimedio alla crisi (dell'Italia e dell'Europa) è

una maggiore integrazione verso un'Europa Federale. Altrimenti il costo della non-Europa, il peso della mancata integrazione, il rischio di un'unione monetaria senza unione politica e unione bancaria diventeranno insostenibili: come la crisi di questi cinque anni ci ha mostrato.

Chissà se nei suoi scritti precedenti, compreso il mitico Euro sì. Morire per Maastricht questa crisi l'aveva mai paventata... Istruttiva questa recensione.

Il libro di Letta uscì assieme a un libro opposto di Lucio Caracciolo (Euro no. Non morire per Maastricht). Letta sosteneva

l'unione monetaria come il primo approdo di un coerente percorso verso l'unità, durato un quarantennio. L'originalità del percorso - prima l'economia, poi la politica - non comporta rischi secondo l'autore. Riflette piuttosto un'acquisita "simbiosi" di politica ed economia, di cui i parametri di Maastricht sono un'espressione sostanzialmente corretta e che ha già dato buona prova di sé nel risanamento economico degli ultimi anni. Il processo non va interrotto, ma semmai completato, anche attraverso un maggiore e più consapevole contributo italiano.

Caracciolo invece:

Il passato e il presente di Maastricht, lungi dal consolidare l'auspicabile unità europea, fomentano a suo giudizio un processo disgregatore, che ha il suo centro nell'Europa a due velocità", investe il rapporto con i paesi dell'est europeo e rischia di compromettere la solidarietà transatlantica. Il quadro a tinte fosche delineato da Caracciolo è completato da un più generale scetticismo sulla possibilità che l'euro possa essere il viatico di un'unione politica duratura.

A voi di giudicare chi dei due è stato più lungimirante.

Digressioni a parte, torniamo al discorso sulla fiducia di Letta. Che ha detto:

le sorti dell'Italia sono intimamente correlate a quelle dell'Unione europea. Due destini che si uniscono.

Bella frase. Ma che in sé non vuol dire un bel nulla. Poi aggiunge:

Pensare l'Italia senza l'Europa è la vera limitazione della nostra sovranità, perché porta alla svalutazione più pericolosa, quella di noi stessi.

Si noti la parola "svalutazione", messa lì, suppongo non casualmente.

Vivere in questo secolo vuol dire non separare le domande italiane e le risposte europee, nella lotta alla disoccupazione e alla disuguaglianza, nella difesa e nella promozione di tutti i diritti. E soprattutto, l'abbattimento dei muri tra il Nord e il Sud del continente, così come tra il Nord e il Sud dell'Italia.

Altra bella frase. Che però nel concreto fa acqua. In che modo l'Europa darebbe o ha mai dato una risposta alla lotta alla disoccupazione? Spiace dirlo, ma l'unico contributo europeo è stato la libertà di emigrare senza bisogno di permessi. Il che è un'ottima cosa, ma io non credo che l'obiettivo dell'Italia consista nel diventare la Calabria dell'Europa.
Abbiamo il diritto a sogno che si chiama Unione Politica e abbiamo il dovere di renderlo più chiaro. Possiamo avere "più Europa" soltanto con "più democrazia": con partiti europei, con l'elezione diretta del Presidente della Commissione, con un bilancio coraggioso e concreto come devono essere i sogni che vogliono diventare realtà.

Il problema è che se passiamo dai sogni alla realtà le cose si fanno più complicate:
  1. Partiti europei - nulla impedisce già oggi di farli. I partiti politici sono libere associazioni di privati cittadini. Il regolamento del parlamento europeo poi incentiva l'europeizzazione dei partiti subordinando la compsizione dei gruppi alla loro multinazionalità. La realtà è invece che i partiti europei sono solo dei comitati di propaganda ad uso e consumo di ciascun partito nazionale e che le elezioni europee sono 27 elezioni nazionali, slegate fra di loro, che si svolgono in contemporanea.
  2. Elezione diretta del Presidente della Commissione - in effetti vorrei proprio vedere Barroso o chiunque dei suoi predecessori o futuri successori fare una campagna elettorale in una ventina di lingue. Oppure secondo Letta chi non sa l'Inglese, il Francese o il Tedesco si attacca?
  3. Un bilancio Europeo "coraggioso" - purtroppo quello che per Letta (e magari per gli Italiani, gli Spagnoli, i Greci, etc.) è un sogno, per i Tedeschi sarebbe un incubo. Secondo uno studio l'attuale situazione dà alla Germania un vantaggio di circa il 3% del suo PIL. Ma l'economista Jacques Sapir stima che per riequilibrare la situazione la Germania dovrebbe ogni anno versare una somma fra l'8 e il 10% del suo PIL ai paesi meno competitivi. Il che per loro renderebbe preferibile piuttosto rinunciare a quel 3% e tornare al Marco.
    I fatti poi ci mostrano che per stabilire un bilancio europeo di circa 139 miliardi di Euro all'anno (poco più dell'1% del reddito nazionale lordo dell'area UE) vi è stata una negoziazione di mesi e mesi. Qualora fosse più coraggioso ognuno può immaginare le maggiori difficoltà di governare l'Europa di comune accordo...
Più in generale si sa che per sposarsi occorre essere in due a volerlo. La mia impressione è che l'eventuale proposta che il governo Letta farà (ma la farà?) in sede europea scalderà di più i cuori dei paesi debitori che quelli dei paesi creditori. Dopo di che quando dai discorsi si passerà alla realtà sarà interessante ascoltare quello che i federalisti Letta, Bonino e Moavero ci diranno.

Così come i risultati dei magistrati in politica (vedasi i casi Di Pietro, De Magistris e Ingroia) hanno screditato l'idea dell'uomo di legge che va a fare il giustiziere della casta, così come i pessimi risultati dei governi tecnici hanno screditato, spero a lungo, l'idea che sia opportuno affidare loro il governo del paese, temo che il fallimento del nostro primo governo federalista screditerà il miraggio del "più Europa" con cui i nostri politici (nonché i loro elettori, va detto) raccontano favole alla gente evitando di assumersi le loro responsabilità.

venerdì 5 aprile 2013

Andiamo a Deauville

Qualcuno ricorderà il famoso articolo di Tito Boeri, quello della "Papi's Tax", quello in poche parole in cui sosteneva che la colpa del rialzo dello spread erano, fra le altre cose, gli scandali sessuali di Silvio Berlusconi.


In quell'articolo Boeri scriveva che esistevano studi

tra l’economia e la psicologia, basati su tecniche di priming, che documentano come gli individui messi a conoscenza di particolari poco edificanti sulla vita privata dei leader politici rinuncino a comprare i titoli di stato di quei paesi.

E ciò, secondo Boeri,

spiegherebbe il nuovo allargamento dello spread dopo la pubblicazioni delle nuove intercettazioni sulla vita privata del nostro premier.

Scrissi già allora come Boeri non avesse mai specificato quali fossero questi studi e né se essi fossero attendibili.

Paolo Manasse (professore di economia all'università di Bologna) e altri hanno recentemente scritto un articolo il cui fine ultimo è di dimostrare che la colpa dello spread era proprio di Berlusconi, e che senza la caduta di Berlusconi non sarebbe stato possibile per Draghi attuare politiche monetarie tese a far calare lo spread.

Ma facciamo un passo indietro per capire meglio. Abbiamo nel 2011 il rialzo dello spread col governo Berlusconi. Arriva Monti, e alla fine lo spread si abbassa. Ma non subito, come a lungo ha fatto notare Renato Brunetta sul suo blog. Dunque c'è chi sostiene che la discesa dello spread sia stata di Monti e chi invece dice che esso sarebbe sceso comunque, dato che ciò è stato causa della politica monetaria e delle dichiarazioni di Draghi.

Il 13 Febbraio 2013, Paolo Manasse scrisse sul suo blog un post in cui criticava Loretta Napoleoni, e per estensione anche Claudio Borghi (un economista di destra), Alberto Bagnai (un economista di sinistra), entrambi accomunati dalla contrarietà all'Euro, in quanto poco competenti in materia (mentre a suo dire Michele Boldrin che dibatteva in tv con la Napoleoni ha maggiori titoli). Purtroppo sul blog sono scomparsi i commenti. Purtroppo perché quel post sollevò un vespaio. Borghi rispose a Manasse (anche su Twitter), e la polemica scivolò anche sulla storia dello spread.

Borghi infatti ricordò a Manasse di quando entrambi parteciparono a un dibattito in TV, e Manasse sostenne che il calo dello spread fosse merito di Monti e della sua credibilità, mentre Borghi sostenne che la BCE avrebbe dovuto in ogni caso far calare lo spread, anche con Berlusconi ancora al governo, pena l'esplosione dell'Euro. E che pertanto lo spread calò unicamente per merito di Draghi. Qui la domanda chiave del dibattito (che può poi essere ascoltato tutto).

Al che io chiesi via Twitter al Prof. Manasse:


Ed ecco che finalmente il 19 Marzo arriva l'articolo di Manasse:



Questa è in breve la sua tesi:

In questo articolo sosteniamo che la dinamica dei tassi di interesse e degli spread sui CDS in Italia da metà  2011 ha le caratteristiche di una bolla speculativa originata da crisi di sfiducia, e che Monti ha effettivamente “bucato la bolla”, restituendo  fiducia agli investitori internazionali.

Cito quest'articolo, perché ho avuto modo di commentarlo e di criticarlo (ma i commenti non sono più visibili sul suo blog, benché un vecchio link li apra). E perché nello scambio di commenti il Prof. Manasse mi ha rivelato una chicca: che gli studi a cui alludeva Boeri potrebbero essere proprio un suo articolo del 2009.


Vale la pena di leggerlo. Manasse costruisce una curva basata sulla quantità di occorrenze nel tempo delle ricerche su Google (!) di termini quali "Berlusconi", "Noemi", "Tarantini", "D'Addario", etc. messe su di un asse e l'andamento del tasso d'interesse sui BTP messo sull'altro asse.

Manasse avverte che

The results of this exercise should be considered with great caution

e che detto metodo è

an academic exercise
Cose che tradotte dal linguaggio aulico a un italiano terra-terra significano che sono esercizi senza alcuna validità scientifica (per essere gentili). Ma, gentilezze a parte, potrebbero essere tradotte usando termini più coloriti e diretti.

Ma torniamo all'articolo di Manasse, quello sulla "bolla dello spread causata da Berlusconi". Ci sono delle magagne.
  1. La crisi del governo Berlusconi non inizia nella primavera-estate del 2011 - La crisi inizia un anno prima
  2. Gli scandali personali di Berlusconi non iniziano nella primavera-estate del 2011 - Ed è lo stesso Manasse che ne scriveva nel 2009 parlando di Private Leisure and Public Costs of the “Sultan of Swing”!
  3. Manasse e Boeri paragonano le spread italo-tedesco a quello ispano-tedesco - Laddove lo spread dello spread darebbe la misura dell'effetto Berlusconi. Ma anche qui i due professori omettono un piccolo particolare: che pur se a fronte di due governi indeboliti e presumibilmente a fine corsa (Zapatero e Berlusconi) la Spagna nel 2011 aveva agli occhi di tutti (e dunque anche degli investitori) un evidente vantaggio: la certezza che a Zapatero sarebbe succeduto un governo Rajoy con maggioranza stabile e ancora più incline all'austerità dei socialisti. Mentre invece per quanto riguarda l'Italia si sapeva che Berlusconi era in crisi, ma si temeva che a lui sarebbe seguita una stagione d'instabilità oppure di egemonia di un centro-sinistra poco incline al rigore dei conti.
  4. Credibilità personale o credibilità politica? - Entrambi mischiano i concetti di "credibilità personale" (immagine appannata dagli scandali sessuali) e "credibilità politica" (fiducia nella solvibilità dello Stato in quanto chi lo governa ha la forza politica di fare in modo di evitare il default). Ora delle due l'una: o era un problema di swing o era un problema di debolezza politica.

Già. Ma Manasse, sollecitato sul punto dice:

Nell'articolo non si vuole dare una spiegazione del perchè si ha una crisi di fiducia nel nostro debito: su questo possiamo avanzare solo delle ipotesi.

Già, delle ipotesi. Che però a leggere gli articoli di Boeri e Manasse venivano presentate come delle certezze o quasi. Quindi smettiamo di raccontare balle: o sono ipotesi, e allora si dica che si sta elucubrando, o sono delle certezze scientifiche, presentate in quanto tali da dei rispettati accademici.

Tip per il Prof. Manasse - Invece di cercare su Google "Berlusconi", "Noemi" e "Tarantini", provi invece a cercare "Merkel + Sarkozy + Deauville + private-sector involvement". E magari scoprirà che nell'autunno del 2010, Merkel e Sarkozy fecero una dichiarazione congiunta in cui evocarono un cambio di politica nei bailout dei paesi in difficoltà. Per la quale in futuro intendevano lasciare che fossero gli investitori privati in titoli di stato dei paesi in difficoltà a restare col cerino in mano.

Non ci crede? Magari crederà al Prof. Anders Aslund, che è certamente caballero con titoli e contro titoli. Che ha recentemente scritto (il neretto è mio):
The earlier Deauville statement in October 2010 by French President Nicolas Sarkozy and German Chancellor Angela Merkel that opened the door to default but put the whole burden on private bondholders—the so-called PSI, or private sector involvement—can be seen now in retrospect as a mistake not to be repeated.
Capito? A Ottobre 2010 i due leader europei che contano evocarono esplicitamente per la prima volta un cambio di politica in base alla quale l'Europa avrebbe lasciato che i paesi in difficoltà facessero default. Ed è quello che piano piano i mercati cominciarono a temere nei confronti della Grecia. Il cui spread s'impennò. E poi nei confronti dei paesi più indebitati, fra i quali, subito dopo, veniva l'Italia.

Conclusioni - Ognuno giudicherà come crede, ma appunto ognuno di voi è potenzialmente un acquirente di titoli di stato italiano: cosa vi renderebbe più riluttanti a investire in BTP, gli scandali sessuali del presidente del consiglio in carica o la volontà dichiarata dell'Europa di smettere di garantirli?

Messa così la domanda è retorica. Ma è così che ragiona ogni investitore che si sforzi di essere razionale. Due rispettati cattedratici sono invece partiti per la tangente. E le loro idee, campate sul nulla, ma divenute la verità ufficiale, hanno influenzato il dibattito politico del Coglionistan. Che si merita la classe intellettuale che ha.

venerdì 15 marzo 2013

Un giorno in pretura

Racconta il Corriere della Sera che al processo Ruby la teste Silvia
Trevaini ha raccontato anche di aver visto ballare Nicole Minetti «tipo Bagaglino, con costumi di scena, corpetti e gonnellini». E il giudice Gatto: «Ma lei cosa ha pensato nel vedere un consigliere regionale che ballava così?». La ragazza: «Penso quello che hanno pensato quelli che l'hanno vista sfilare qualche mese fa e poi ognuno è libero di fare ciò che vuole».
Già: «Ma lei cosa ha pensato nel vedere un consigliere regionale che ballava così?». Domanda necessaria e rilevante al fine dell'accertamento dei fatti, eh? Di certo è una domanda che merita la successiva risposta.